Il Rapporto dell’Alleanza contro la Povertà in Italia ci offre un’ immagine della povertà come fenomeno strutturale, plurale, multidimensionale, a tratti invisibile, che attraversa territori e generazioni
Oggi a Roma – nel Chiostro San Salvatore in Lauro – si tenuta la presentazione del nuovo Rapporto “L’Italia delle povertà. Dinamiche sociali, risposte pubbliche e racconto dei media”, promosso dall’Alleanza contro la Povertà in Italia e realizzato da un gruppo di studiosi ed esperti di politiche sociali dell’IREF (l’Istituto di Ricerche Educative e Formative delle Acli), di Secondo Welfare e dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (per rivedere l’evento).
Un lavoro di ricerca prezioso ed innovativo articolato in quattro capitoli: 1) “Le povertà che le famiglie possono nascondere”; 2) “Cosa significa essere poveri?”; “L’implementazione di ADI e SFL: una prima valutazione a due anni dall’introduzione; “(Rac)contare i poveri: retorica della quantificazione e altre grammatiche del discorso pubblico nei quotidiani italiani”.
Introducendo i lavori Antonio Russo (portavoce nazionale dell’Alleanza contro la Povertà in Italia) ha affermato: “siamo orgogliosi del lavoro fatto che si inserisce nell’ambito dell’impegno di Alleanza contro la povertà nella raccolta, nell’analisi dei dati e nell’approfondimento dei comportamenti sociali e culturali che si manifestano nel Paese. Questa pubblicazione ci restituisce la fotografia di un’Italia in cui le povertà crescono e chiamano con urgenza una serie di soggetti a precise responsabilità”.
Oltre il 10% delle famiglie in Italia vive in povertà assoluta, secondo gli ultimi dati Istat. Accanto a queste, emerge però anche una vasta area di fragilità strutturale: quasi il 20% delle famiglie vive stabilmente attorno alla soglia di povertà, tra chi è “appena povero” (circa il 6%) e chi è “appena sopra” la soglia (8,2%).
“Per questa ragione – ha osservato il portavoce nazionale – periodicamente intendiamo produrre e offrire ai decisori politici, agli operatori pubblici e ai soggetti sociali, studi e proposte che promuovano un serio programma di contrasto e di lotta alla povertà”.
Russo ha messo in evidenza con chiarezza dieci elementi che emergono dal Rapporto e che rappresentano nodi critici con cui la politica, gli operatori pubblici e del terzo settore, della comunicazione e la società nel suo complesso devono fare i conti sul serio.
1) La povertà non è un’emergenza: è un fenomeno strutturale. Il rapporto mostra con chiarezza che la povertà in Italia non è un incidente temporaneo, ma una condizione strutturale che attraversa territori, biografie e generazioni. Non cresce solo nei momenti di crisi, ma tende a stabilizzarsi e a riprodursi, soprattutto quando le politiche sono discontinue o frammentate.
2) Non esiste la povertà ma esistono molte povertà. La ricerca invita a superare una visione omogenea del fenomeno. Accanto alle povertà estreme convivono povertà meno visibili, sfumate, intermedie, che coinvolgono famiglie che lavorano, giovani coppie, anziani, persone formalmente integrate ma materialmente fragili. Una considerazione ripresa e sviluppata anche da Gianfranco Zucca (Direttore dell’IREF).
3) L’area dei “quasi poveri” è ampia e politicamente decisiva. Un dato cruciale emerge dal Rapporto: oltre il 14% delle famiglie si colloca attorno alla soglia di povertà, tra “quasi poveri” e “appena poveri”. È una fascia sociale numericamente rilevante, esposta a continui rischi di caduta, largamente esclusa dal dibattito pubblico e spesso dalle politiche.
4) La povertà si normalizza e diventa invisibile. Una delle tesi più forti dell’indagine è la normalizzazione della povertà: molte forme di deprivazione entrano nella quotidianità, si mimetizzano nei consumi, nelle relazioni, negli stili di vita. Questo le rende meno riconoscibili, meno scandalose, e quindi meno politicamente urgenti.
5) Lavorare non basta più per uscire dalla povertà. Il rapporto documenta il divario crescente tra inserimento lavorativo e inclusione sociale. Il lavoro, sempre più spesso, non garantisce redditi adeguati, stabilità, accesso ai diritti. La figura del working poor non è un’eccezione, ma una componente strutturale del mercato del lavoro italiano.
6) Le famiglie con figli e i giovani pagano il prezzo più alto. L’Italia si mostra come un Paese ostile alle giovani famiglie con figli: costi dell’abitare, precarietà lavorativa, carenza di servizi rendono la povertà un rischio elevato e persistente. Questo ha effetti di lungo periodo su disuguaglianze, natalità e coesione sociale.
7) La povertà è un processo, non è uno stato. Il Rapporto insiste su una lettura dinamica e biografica: si entra e si resta poveri attraverso eventi, transizioni, rotture. Guardare solo agli “stock” di poveri significa perdere di vista le traiettorie, e quindi le possibilità di prevenzione. Su questo punto Gianfranco Zucca, nel suo intervento, ha messo in evidenza la necessità di un’analisi di tipo qualitativo che racconti le storie delle persone e delle famiglie; anche delle stesse oggetto di indagine Istat (da diversi anni).
8) Indicatori e statistiche sono necessari, ma non neutrali. Il capitolo metodologico dell’indagine mostra che le misure statistiche rendono visibili alcune dimensioni e ne oscurano altre. Gli indicatori non fotografano semplicemente la realtà: contribuiscono a definirla, influenzando chi viene riconosciuto come povero e chi resta fuori dal campo delle politiche.
9) Le politiche di contrasto faticano sull’implementazione. L’analisi di ADI e SFL evidenzia criticità operative, discontinuità territoriali, rigidità amministrative. Il problema non è solo il disegno delle misure, ma la loro capacità di intercettare biografie fragili e di funzionare nei contesti reali dei servizi.
Su questa questione sono intervenute Chiara Agostini e Franca Maino (da remoto) di Percorsi di Secondo Welfare. Le due ricercatrici – insieme a Rosangela Lodigiani (Università Cattolica di Milano) – hanno realizzato focus group e interviste in profondità a testimoni privilegiati: hanno coinvolto 49 persone da tutta Italia, tra assistenti sociali, operatori dei servizi per l’impiego e dei servizi per il lavoro, operatori di CAF e patronati. Si tratta di figure professionali che lavorano a diretto contatto coi beneficiari di ADI e SFL, le cui testimonianze sono la base su cui è stato scritto il terzo capitolo del Rapporto. Il quadro che emerge è preoccupante e conferma sia le critiche sollevate all’approvazione delle due misure sia i dati quantitativi pubblicati in questi anni sui beneficiari, che sono molto inferiori rispetto a quelli del Reddito di Cittadinanza.
Complessivamente, quindi, il giudizio è netto: l’ADI e il SFL non rispondono adeguatamente all’obiettivo di contrastare la povertà nel nostro Paese: il sistema attuale di contrasto alla povertà appare debole. Franca Maino ha sottolineato come “emerga la necessità di una misura di reddito minimo capace di andare oltre le logiche categoriali, adottando il principio dell’universalismo selettivo, e di abbandonare una concezione colpevolizzante della povertà, che riduce i percorsi di inserimento lavorativo ad un obbligo di adempimento o a un deterrente verso comportamenti opportunistici, invece che a un investimento nella costruzione di competenze del beneficiario e di percorsi effettivamente personalizzati di emancipazione dalla condizione di bisogno”.
Il decimo punto, proposto da Russo, era relativo a come il racconto pubblico della povertà condizioni le politiche. L’indagine mostra come i media contribuiscano a costruire una narrazione fatta di numeri, emergenze e moralizzazione. Questo racconto alimenta paura, stigma e politiche “fantasma”, invece di sostenere una visione di lungo periodo fondata su diritti e responsabilità collettive. Su questa questione si sono confrontati alcuni giornalisti: Stefano Arduini (Direttore Vita), Luca Mazza (Vicecaporedattore di Avvenire), Ivano Maiorella (Direttore Giornale Radio Sociale).
Le proposte
Alla luce delle evidenze emerse dal Rapporto, l’Alleanza contro la Povertà ha rilanciato alcune proposte:
– superare una visione riduttiva della povertà, riconoscendone il carattere strutturale, relazionale e multidimensionale;
– rafforzare e integrare i sistemi di misurazione, per intercettare anche le forme di povertà “invisibili” e di lunga durata;
– ripensare ADI e SFL, migliorando qualità dei servizi, presa in carico personalizzata e governance multilivello;
– investire su lavoro dignitoso, salari adeguati e politiche familiari capaci di contrastare la povertà minorile;
– promuovere un racconto pubblico più responsabile e consapevole delle povertà, che restituisca complessità e dia voce alle esperienze reali.
E’ possibile consultare l’intero volume: “L’Italia delle povertà. Dinamiche sociali, risposte pubbliche e racconto dei media” al seguenti link: https://alleanzacontrolapoverta.it/pubblicazioni/litalia-delle-poverta-dinamiche-sociali-risposte-pubbliche-e-racconto-dei-media/
