Le Acli di Ferdinando Storchi ricordano Grandi

Archivio Storico Acli

Ferdinando Storchi subentra come Presidente Nazionale delle Acli al dimissionario Achille Grandi il 14 febbraio 1945. Grandi si dimette per concentrarsi sulla sua attività di segretario della CGIL. Una rinuncia per lui dolorosa, ma che ritiene necessaria nell’interesse delle Acli medesime, che avrebbero acquistato una maggior libertà di movimento di fronte al sindacato unico.

Storchi viene confermato Presidente dal I Congresso Nazionale delle Acli che si svolge a Roma dal 26 al 28 settembre 1946, proprio mentre muore Achille Grandi. In quest’occasione il Congresso dedica un affettuoso ricordo al suo fondatore ed un articolo apparso su “Il Giornale dei Lavoratori” del 6 ottobre 1946, ne delinea la figura e l’importanza per il movimento.

“Achille Grandi, morendo, ha chiuso serenamente la sua giornata terrena, nel contatto più vivo e vivificante con le ACLI. La notizia dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute e il trepidare e il pregare il Signore per la sua ulteriore conservazione, e l’annuncio, invece, della morte si sono man mano talmente inseriti nei lavori del I Congresso nazionale delle ACLI che egli è stato, in ogni istante, davvero presente con il suo spirito, più ancora di quanto lo sarebbe stato con la sua persona fisica. Ed al Congresso ha avuto la prima, forse, più vibrante, commemorazione.  Noi, più particolarmente nel campo delle attività sociali e della organizzazione sindacale dei lavoratori, eravamo andati ormai, purtroppo, con nostro accoramento, assuefacendoci al pensiero che Achille Grandi sarebbe potuto mancare in breve.

La sua persona era andata affinandosi, non tanto nei tratti fisici e fisionomici, ma piuttosto nel suo aspetto morale, nel profondo significato del suo esempio, di una vita interamente spesa per la elevazione del popolo e per la causa della Chiesa. Egli appunto guadagnava in statura e complessità di spirito ciò che il male, il suo logoramento corporale, ogni giorno di più, gli toglievano. Questo trasfigurarsi di Achille Grandi fu un tratto, potremmo dire, visibile anche agli occhi meno preparati e disposti ad ammettere ed a credere nella spiritualità dell’anima umana. Ha avuto Achille Grandi, nella sua non troppo lunga esistenza il dono di poter prestare l’opera propria attraverso quattro ben distinte fasi, rispetto a quella che fu la meta costante e l’attenzione particolare della sua dedizione all’apostolato cristiano: il benessere e l’elevazione dei lavoratori. 

L’insonne desiderio di apprestare ai lavoratori una propria autotutela professionale; il raccogliere le organizzazioni sindacali su base sempre più vasta e in coordinazione di intenti; il subire la tracotanza privata prima e poi la violenza legale nella dispersione dei liberi sindacati; il divenire componimento perché fosse l’unità sindacale, sull’albeggiare del sospirato giorno della liberazione dal giogo fascista: ecco i quattro periodi che, nel giro di poco più di un quarantennio, in alacre preparazione, in operosità virile, in silenzio avvivato dalla speranza, in fiduciosa ripresa di energie comuni, nel nostro Achille Grandi ebbero l’antesignano, il realizzatore, il vindice, il segno più espressivo di una nuova vittoria. 

Il lavoro dal suo luogo natale e dalla sua categoria professionale, via via si allargava per abbracciare più vaste zone e nuove categorie di lavoratori; e quando dalle attività locali, di Como e di Milano, egli si accingeva a portare, nel cuore della centrale sindacale cristiana, alla Confederazione Italiana dei Lavoratori, la sua opera più diretta, egli recava appunto con sé l’esperienza di una progressione di uffici e di responsabilità, non solo, ma, forse più e meglio di ogni altro di noi, la sensibilità di un autentico operaio, innalzatosi gradatamente, con forte impegno di volontà, con generosità di cuore, fino ad impersonare nell’aspetto più genuino le aspirazioni più profonde e sane dei lavoratori.  E allorché Achille Grandi, nelle acute estenuanti sofferenze materiali e soprattutto morali della lunga vigilia, seppe imprimere, nella parte nostra, più incisivamente di chiunque altro, l’esigenza, dopo tanto comune patimento, di una comune rinascita, e far sentire la bellezza dell’unità sindacale dei lavoratori, egli comprese intimamente, come tanto spesso andava ripetendo, in privato e in pubblico, che quello veramente potesse essere il suggello dell’opera sua.  Soltanto un pensiero, un cruccio quasi, ebbe talvolta, a velare tanta sua instancabile volontà di diffondere il bene: che non potesse essere questa traduzione in atto della unità sindacale dei lavoratori in tutto compatibile con una certezza di salvaguardia negli individui e nella società, delle ragioni profonde del mantenimento e della dilatazione della civiltà cristiana. Ma, pur vedendone possibilità di pericoli, egli desiderò restare in questa visione di fiducia. 

Noi rivediamo il volto di Achille Grandi, rappreso dal male che lo stava consumando, ma pure ravvolto da un continuo riflettere sui problemi dell’ora, quelli che aveva visto porsi oggi dinanzi alla Costituente ed al più prossimo domani: problemi di tanta ampiezza e di tanta delicatezza morale, sociale, politica, religiosa. E noi sentiamo però che Achille Grandi ha incuorato fino all’ultimo tutti noi, nell’azione sindacale dei lavoratori e nell’azione politica, a compiere sempre, instancabilmente, il nostro dovere cristiano, in perfetta coerenza. Il tributo di affetto e di cordoglio che, dall’Azione Cattolica e dalle ACLI alla Democrazia Cristiana, dal popolo anonimo alle qualificate rappresentanze della CGIL, si è levato d’intorno alla figura adamantina di Achille Grandi è cosa che ci commuove, ci onora, ci innalza. Tutti, nella stessa misura, se vicini o se lontani cristianamente. Achille Grandi è stato per tutti egualmente un grande esempio. Egli è morto in piedi, anche se consunto dal suo lacerante male. Noi in piedi, da ogni parte, ne sapremo raccogliere, fortemente, l’esempio, quell’esempio di vita che tutti sì intimamente ci conquise”.

 

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