L’unità sindacale è per Grandi uno strumento di progresso e valorizzazione dei lavoratori. Le sue idee ed il suo impegno vanno nella direzione di un sindacato libero, indipendente dai partiti e realmente autonomo
Dopo la rottura con la diocesi di Como, Achille Grandi, che ormai si è fatto conoscere come uomo d’azione e organizzatore sindacale ben oltre i confini provinciali, nel gennaio 1914 viene chiamato a Monza in qualità di segretario della Direzione cittadina delle opere cattoliche e della Lega cattolica del lavoro (sorta nel 1894) grazie all’interessamento, come scrive lui stesso, di “amici autorevoli e dirigenti benemeriti”.
Al suo arrivo la Lega monzese conta 200 iscritti. Il suo primo impegno è quello di farla crescere in forza e autonomia, sia nei confronti delle imprese (rifiutando i contributi che alcuni imprenditori versano alle casse della Lega), sia rispetto ai condizionamenti politici.
Grandi cancella anche i contributi del Piccolo Credito Monzese, che fino a quel momento avevano sostenuto la Lega Cattolica del lavoro e contemporaneamente raddoppia il costo della quota sociale, perché, sostiene, per garantire la loro massima indipendenza i lavoratori devono completamente autofinanziarsi. Nonostante il radicale cambiamento, o forse proprio per questo, in poco tempo gli associati crescono in modo considerevole, arrivando in due anni fino a oltre cinquemila.
Grandi segue numerose vertenze aziendali ottenendo subito buoni risultati. La sua è una intensa attività contrattuale, azienda per azienda, agricola o tessile, che favorisce il mantenimento di un legame continuo tra l’organizzazione sindacale e i lavoratori.
Lotte, contrattazione e “il minimo di salario”
Fin dal suo arrivo a Monza si sviluppa una forte contrapposizione ideale e politica tra gli esponenti del sindacalismo bianco, con il loro radicale antisocialismo, e la Camera del Lavoro, non abituata ad avere una organizzazione concorrente sul territorio. Quando, nel giugno 1914, la Confederazione Generale del Lavoro, allo scoppio della “Settimana Rossa” decide lo sciopero generale politico, la Lega monzese si dichiara: “estranea, anzi, assolutamente estranea allo sciopero, protestando contro le violenze rosse che impedivano agli operai cattolici di prendere il loro posto di lavoro”.
Pur non condividendo le forme di lotta della Camera del lavoro, Grandi non disdegna, però, il conflitto con gli imprenditori monzesi, arrivando più volte a scontri duri. È il caso della vertenza con l’agrario Giulio Cesare Cremonesi che accusa la Lega Cattolica di bolscevismo e attività sovversiva e al quale Grandi risponde con una querela “per ingiuria e diffamazione, onde dimostrare a tutti quali metodi di sfruttamento e quale scorrettezza egli abbia sempre usato verso i contadini”.
Negli accordi seguiti alla vertenza con i cotonieri, che nel 1915 interessa l’industria lombarda, e che porta a un concreto miglioramento delle condizioni dei lavoratori della Brianza monzese, emerge come elemento della contrattazione il “minimo di salario”, da assicurare all’operaio per garanzia della sua esistenza individuale e familiare. Una proposta che Grandi deriva direttamente dalla Rerum Novarum di Leone XIII, cui si rifà costantemente. Egli ispira la sua azione alla dottrina sociale della Chiesa che propugna la collaborazione tra le classi e il reciproco riconoscimento dei diritti e dei doveri di lavoratori e imprese, ma, per Grandi, questo non vuol dire assecondare gli interessi dei datori di lavoro e le idee liberiste, o accettare richiami all’ordine e al moderatismo. “Il benessere materiale – scrive su “La Vita del Popolo”, giornale che ha contribuito a fondare a Como – in una società davvero prospera non deve essere un privilegio di pochi, ma un diritto contrastato a nessuno”.
Il Sindacato Italiano Tessile e la C.I.L.
Nello stesso anno del suo arrivo a Monza Grandi assume l’incarico di vicepresidente del Sit, il sindacato tessile. Quattro anni più tardi, nel 1918, ne è presidente nazionale. Nel frattempo il Sit diventa la categoria sindacale cattolica più numerosa. Nel 1919, sotto la sua direzione, gli operai cotonieri conquistano le otto ore di lavoro giornaliere grazie alla sottoscrizione del nuovo contratto nazionale.
Tra marzo e settembre del 1918 le dodici Federazioni nazionali di categoria e le ventisei Unioni del lavoro locali, danno vita alla Cil, il sindacato nazionale confederale di ispirazione cattolica. Grandi partecipa attivamente alla sua fondazione nella veste di presidente del sindacato tessile, e ne sarà poi segretario generale a partire dal dicembre 1922, in sostituzione di Giovanni Gronchi.
Come sottolinea Mariangela Maraviglia, nel suo libro Achille Grandi fra lotte operaie e testimonianza cristiana, “il programma e le dichiarazioni di principio della neonata Cil rispecchiavano profondamente gli orientamenti di Grandi: il carattere dell’organizzazione, puramente sindacale e indipendente dai partiti; la proposta della partecipazione dei lavoratori agli utili e alla gestione delle aziende”.
Già nel febbraio del ’20 il Sit, infatti, distinguendosi dalle organizzazioni socialiste, inserisce nelle proprie richieste “la compartecipazione degli operai agli utili delle aziende” e nello stesso anno, all’epoca dell’occupazione delle fabbriche, partecipando alle trattative nazionali con la Confederazione generale dell’industria, Grandi presenta al governo Giolitti un progetto di legge sull’azionariato operaio e la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende. Il tema della partecipazione sarà riproposto anche in fase di costruzione del sindacato unitario, dopo la caduta del fascismo, e troverà un riconoscimento nella Costituzione – all’articolo 46 – là dove si legge: “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”.
Oggi l’idea della partecipazione dei lavoratori nelle imprese, con varie modalità, ha trovato un primo riconoscimento legislativo grazie all’azione della Cisl e alla sua proposta di legge approvata dal Parlamento nel maggio 2025.
Vertenze, lotte, proposte e l’antifascismo delle Leghe bianche
Nel 1919-20, anni di duri scontri nelle campagne e nelle fabbriche, Grandi continua ad essere impegnato in Brianza nelle lotte dei contadini, dei braccianti e dei lavoratori tessili. Nel 1921conduce una vertenza per il miglioramento dei contratti di affitto dei coloni lombardi che si conclude con un accordo favorevole ai lavoratori. Intanto prendono maggiore forza le azioni violente dei fascisti. Alla Gavazzi di Desio, ad esempio, durante una vertenza i titolari non esitano a ricorrere a squadre fasciste armate per piegare la resistenza degli operai.
Nel tentativo di fermare quello che Achille Grandi chiama “un vero e proprio martirologio” delle Leghe bianche ad opera dei fascisti, nel 1923 si rivolge direttamente a Mussolini chiedendo in un memoriale la “tutela legale della libertà di esistenza, di propaganda e di azione delle organizzazioni sindacali cristiane”. Appelli formalmente accolti ma che nella pratica rimarranno inascoltati.
Già a partire dal 1922, nel tentativo di contrastare i soprusi e la violenza fascista, le due confederazioni maggiori cercano di trovare una qualche forma di collaborazione, se non di unità, ma senza particolare successo. Grandi respinge l’idea di una unità formale, ma è favorevole ad una “unità sostanziale”, di merito, autonoma nei confronti dello Stato e del padronato. Sarà però solo nell’agosto del 1924 che nascerà il “Comitato interconfederale di difesa sindacale” cui aderiscono Cil, Cgl e Uil (organizzazione minore creata da repubblicani e da alcuni socialisti nel 1918) a difesa della libertà delle organizzazioni sindacali e contro i privilegi e i soprusi del sindacato fascista. Fino al 1926 Grandi difende l’autonomia e il diritto all’esistenza della Cil, ma la scelta dell’Azione Cattolica di favorire l’ingresso dei lavoratori credenti nel sindacato corporativo fascista lo costringe a gettare la spugna.
Alla fine di quell’anno, dopo lo scioglimento della Cgl per decreto ministeriale e mentre è in preparazione anche quello per la Cil, Grandi decide la chiusura di ogni attività. Paga di tasca propria gli ultimi debiti e si ritira dalla scena pubblica. Famose le sue parole riportare in una lettera inviata a Lamberto Giannitelli: “Io mi ritiro in disparte, ripetendo le parole di San Paolo: Ho combattuto nel buon arringo, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. Durante gli anni del regime fascista si fa dunque, in qualche modo, da parte. Sappiamo che in quel periodo Grandi si adatta ai lavori più disparati. Ma non si ritira in un isolamento assoluto e, quando riesce, incontra alcuni dei vecchi compagni. Soprattutto non abbandona le sue idee.
Quale unità? Quale autonomia?
Nel 1940-41, con l’inizio della Seconda guerra mondiale, intensifica gli incontri clandestini con gli oppositori del regime, in vista della ricostituzione di un movimento politico e sindacale dei cattolici. Con la caduta del fascismo nel luglio 1943, Achille Grandi è nominato dal governo Badoglio Commissario della Confederazione dei lavoratori dell’agricoltura. A Buozzi toccherà l’industria. A Di Vittorio i braccianti. A Vanoni il commercio. Un’esperienza di brevissima durata, 45 giorni, ma che favorisce un incontro e un primo scambio di idee tra coloro che porteranno alla firma del Patto di Roma e alla organizzazione della Cgidl – così nel testo – unitaria.
Grandi è convinto della “fondamentale necessità dell’unità sindacale come strumento di progresso e valorizzazione dei lavoratori”. Racconta la moglie Maria che egli amava ripetere spesso che “se i lavoratori fossero stati tutti uniti il fascismo non avrebbe potuto prevalere”. Inizialmente, però, nel confronto che si apre all’interno del mondo cattolico, Grandi assume una posizione critica. Ricorda in una sua testimonianza Giuseppe Rapelli che Grandi è contrario all’unità sindacale così come la stanno immaginando i partiti e afferma che “soltanto dopo l’8 settembre le resistenze di Achille Grandi vennero vinte dalla persuasione su di lui esercitata da amici autorevoli, fra cui De Gasperi e Gronchi”.
Ricordiamo che Grandi è un politico democratico cristiano, parlamentare del Partito Popolare e poi della Dc, eletto alla Costituente di cui sarà vicepresidente. Così sintetizza il momento Mariangela Maraviglia: “La rinascita del sindacato dopo la Seconda guerra mondiale fu una decisione dei partiti: il sindacato rinasce più dall’alto che dal basso. Grandi era consapevole di questa origine tutta politica e la vedeva come un limite da superare. Si doveva al più presto abbandonare la fase delle componenti partitiche del sindacato per recuperare la dimensione dell’autonomia”.
Grandi è critico su un’unità che nasce su basi partitiche, immagina un sindacato autonomo e, in una lettera scritta nell’ottobre ‘45 a Amleto Barni, non esiterà ad accusare la Dc di volere “legare alle sue dipendenze i sindacalisti cristiani e dirigere la loro azione nel movimento sindacale unitario”, come peraltro era prassi per le componenti socialista e comunista. I modelli di Grandi erano le Trade-Unions inglesi e i sindacati degli Stati Uniti, dove – diceva – l’organizzazione sindacale precede quella politica. Per Grandi l’unità sindacale nata con il Patto di Roma non è un punto di arrivo, ma una partenza verso una vera unità dei lavoratori, basata sulla difesa dei loro interessi e totalmente autonoma dalla politica e dalle imprese.
Una visione, quella di Grandi, ben sintetizzata da Walter Tobagi: “Nella concezione di Grandi l’unità sindacale non ha un carattere né mitico né mistico, ma un contenuto pragmatico, organizzativo e politico, essenziale per lo sviluppo della nuova democrazia italiana”.Il confronto tra i leader del movimento cattolico su che tipo di sindacato costruire è intenso, ma la scelta è fatta e il 3 giugno 1944 Grandi sottoscrive il Patto di Roma insieme a Giuseppe Di Vittorio e Emilio Canevari.
Le Acli, fucina di formazione
Grandi, però, è consapevole della debolezza della corrente cristiana dentro la Cgil e con questa consapevolezza promuove la fondazione delle Acli. Con l’obiettivo prioritario di formare nuovi quadri e militanti “da scegliere tra i più intelligenti e capaci”, da inserire nel sindacato unitario per rafforzare il ruolo dei cattolici nell’organizzazione.
Nel momento in cui Grandi sceglie di spendersi per una unità sindacale di cui non condivide alcuni aspetti, ma che ritiene comunque importante realizzare, sono altri gli ambiti e le persone contrarie al modello disegnato dal Patto di Roma. Achille Grandi viene accusato di accettare un’unità sindacale senza chiarezza di principi o, peggio, di subordinazione alle correnti socialiste e comuniste.
Giulio Pastore, a firma avvenuta, espone a De Gasperi in una lettera – riportata da Vincenzo Saba nel suo volume “Il Patto di Roma” – la sua contrarietà, utilizzando parole molto dure, parlando di: “trattative per l’unità che ebbero lo svolgimento disgraziato che tutti conosciamo e che portarono a un patto che contiene ben poche delle idee da noi sempre postulate e che avrebbero dovuto rappresentare la sola ragione per cui avremmo potuto aderire all’unità”.
Ai settori della Dc e della curia romana che contrastano la scelta unitaria, racconta ancora Rapelli, Grandi controbatte duramente ricordando che “hanno voluto l’unità sindacale con i fascisti, ora accettino quella con i comunisti”. E quando iniziano a manifestarsi i problemi derivanti dalla difficile convivenza tra comunisti, socialisti e democristiani, Grandi, pur conscio delle crescenti difficoltà dell’esperienza unitaria, riconferma la sua posizione: “Io sono ancora del parere – e lo dichiaro anche se qualche volta sono in difformità col pensiero dei miei amici – che se l’unità sindacale tra i lavoratori italiani non potesse conservarsi, io avrei finito di vivere”.
L’esperienza sindacale unitaria proseguirà fino al luglio 1948. Achille Grandi sarà segretario generale della Cgidl dal 1944 al 1946 e non assisterà alla sua fine perché, gravemente ammalato, si era spento a Desio il 28 settembre del 1946.
Nota
Intervento tenuto sabato 3 ottobre 2026 – nell’auditorium della biblioteca comunale di Como (Piazzetta Venosto Lucati 1) – nell’ambito del convegno “In cammino con Achille Grandi. Ottant’anni dopo, domande e letture dalla nostra storia”. L’iniziativa è stata promossa dalle Acli di Como, dalla Fondazione Achille Grandi e dalla Diocesi di Como, insieme alle Acli nazionali e alle Acli Lombardia ed in collaborazione con Cisl dei Laghi e Cisl Lombardia.
- Costantino Corbari: Giornalista, studioso di storia sociale e già Capo Ufficio Stampa Cisl Lombardia
