Grandi, cristiano coerente e libero

Antonio Russo

La fede è una ragione per incontrare gli altri, comprenderne i bisogni e condividerne le speranze. Con la sua vita Grandi ha mostrato che l’appartenenza cristiana non comporta mai la rinuncia alla responsabilità personale; che la capacità di dialogo, a partire dalla propria identità, è una scelta feconda ed irrinunciabile. Ieri come oggi.

Commemorare Achille Grandi, a ottant’anni dalla sua morte, significa certamente rendere omaggio a una delle figure più importanti del cattolicesimo sociale e democratico italiano. Ma credo sarebbe riduttivo limitarci a ricordare ciò che è stato.  Nel corso di questo anno e almeno fino al 2027, la figura di Achille Grandi sarà ricordata in molte città italiane.  

Quello di Como, è soltanto un primo appuntamento nazionale che ci consentirà di approfondire meglio la prima parte della sua vita e del suo impegno politico. Il 18 novembre, alla Camera dei deputati, il convegno «Achille Grandi. Le radici della nostra democrazia» andrà oltre il ricordo affidato a storici che hanno scritto sulla sua vita politica e sindacale. L’attualità del suo pensiero e l’eredità sociale e civile che ci ha trasmesso saranno affidate al cardinale Matteo Zuppi, presidente della CEI, e a Giuliano Amato, già presidente della Corte costituzionale. 

Sappiamo che Grandi fu sindacalista, deputato, antifascista, protagonista della ricostruzione del sindacato unitario, fondatore e primo Presidente delle ACLI, membro della Consulta nazionale, vicepresidente dell’Assemblea costituente. Eppure, se ci fermassimo all’elenco degli incarichi, rischieremmo di perdere proprio ciò che oggi rende singolare la sua testimonianza. Vorrei allora provare a ricordarlo attraverso tre caratteristiche che, a ottant’anni dalla sua morte, continuano a renderlo un uomo del nostro tempo. Tre tratti della sua vicenda umana e politica che, a mio avviso, attraversano tutta la sua vita: la coerenza, l’autonomia e la capacità di costruire unità che ritroviamo nel cristiano, nel sindacalista, nell’uomo delle istituzioni e nel fondatore delle ACLI. 

Un cristiano coerente, libero, immerso nella storia La fede, per Achille Grandi, non è un’aggiunta alla sua attività sociale. È una sorgente. Proprio perché

profondamente cristiano, vive la fede come una ragione per incontrare gli altri, comprenderne i bisogni e condividerne le speranze. La sua formazione avviene nel solco del cattolicesimo sociale che trova nella Rerum Novarum il proprio atto fondativo. E comprende molto presto una cosa essenziale: la presenza cristiana non può limitarsi all’assistenza; deve misurarsi con le condizioni concrete dei lavoratori, con i loro diritti, con la loro possibilità di organizzarsi e diventare protagonisti della propria emancipazione. 

Di qui uno dei tratti del cristiano Grandi: una fede incarnata, libera e capace di dialogo. Incarnata, perché parte dalla vita delle persone. Libera e laicamente matura, vissuta in un tempo in cui la coerenza richiedeva coraggio e poteva imporre un prezzo altissimo. Grandi e la sua famiglia quel prezzo lo conobbero, fino alla povertà e al confino politico. Credo che proprio questo sia uno dei lasciti più importanti del fondatore delle Acli: averci insegnato, con la sua vita, che l’appartenenza cristiana non comporta mai la rinuncia alla responsabilità personale. Capace di dialogo, perché Grandi comprende che si può avere un’identità forte senza trasformarla in un recinto. 

Negli ultimi anni della sua vita questa convinzione diventa ancora più evidente: cattolici, socialisti e comunisti possono incontrarsi nel sindacato unitario senza rinunciare alle rispettive identità, quando al centro vi sono la dignità e gli interessi dei lavoratori. È forse questa una delle lezioni più moderne che ci lascia: l’identità non ha bisogno della chiusura per essere forte. Questa stessa idea la ritroviamo nel suo impegno sindacale. È stato un sindacalista dell’autonomia, dell’unità e della dignità. 

Grandi conosce il lavoro non dai libri, ma dalla propria vita. Figlio di una famiglia operaia, entra in tipografia a undici anni. Il lavoro minorile, la precarietà, l’assenza di protezioni sociali appartengono alla sua esperienza personale prima ancora che alla sua riflessione politica. Per questo il lavoro non è per lui semplicemente un fattore della produzione. Riguarda la dignità della persona. Ed è proprio dalla centralità del lavoratore che nasce la sua idea di autonomia sindacale. 

Per lui il sindacato può dialogare con la politica, può intervenire sulle grandi questioni della società, ma non può diventare proprietà di un partito. La sua legittimazione viene dai lavoratori che rappresenta. Nei suoi scritti del 1944-1946 questo principio emerge con particolare nettezza. È uno dei promotori della costruzione del sindacato unitario perché ritiene possibile una casa comune dei lavoratori nella quale convivano differenti convinzioni politiche e religiose. 

L’esperienza del sindacato unitario diviene così il luogo nel quale le differenze si incontrano attorno all’obiettivo comune del riscatto delle lavoratrici e dei lavoratori. 

Credo che, in un tempo nel quale il lavoro torna a frammentarsi – tra precarietà, nuove professioni, piattaforme, trasformazioni tecnologiche – questa domanda di Grandi sia ancora davanti a noi: come si costruisce solidarietà tra lavoratori che rischiano di non riconoscersi più come parte della stessa comunità? 

La stessa concezione orienta il suo impegno nelle istituzioni. Centralità della persona, lavoro, democrazia e partecipazione guidano il suo instancabile impegno sociale e politico nell’Assemblea costituente, della quale fu vicepresidente dal 18 luglio 1946 fino alla morte, il 28 settembre dello stesso anno. Purtroppo, ebbe pochissimo tempo per esercitare quella responsabilità. Ma arrivava alla Costituente portando con sé decenni di esperienza del movimento dei lavoratori. Egli fu certamente tra quelli che prepararono la Repubblica e la Costituzione, soprattutto nei principi contenuti nella prima parte della Carta. Per questa ragione, per lui la democrazia politica non poteva essere separata dalla democrazia sociale. I lavoratori andavano si protetti ma resi protagonisti della nuova cittadinanza repubblicana. La questione sociale e quella democratica erano, nella sua visione, profondamente intrecciate. 

Nel 1946 insiste sulla necessità che la nuova Carta riconosca esplicitamente i diritti del lavoro e il diritto dei lavoratori a organizzarsi liberamente, fino a parlare della «preminenza morale del lavoro» rispetto agli altri fattori della produzione. 

Non ebbe il tempo di vedere approvata la Costituzione. Ma contribuì a quella cultura politica e sociale dalla quale sarebbe nata una Repubblica che avrebbe posto il lavoro al proprio fondamento. Da primo Presidente delle ACLI indirizza la nuova Associazione su compiti specifici: formare, organizzare e responsabilizzare i lavoratori. Proprio perché il sindacato doveva essere la casa comune dei lavoratori, occorreva un luogo nel quale i cristiani potessero formarsi, approfondire la propria cultura sociale, maturare responsabilità e portare nella società la propria testimonianza. È dentro questa distinzione che si comprende pienamente la nascita delle ACLI. 

Sindacato, associazione e partito non sono la stessa cosa. Hanno compiti differenti. Ed è proprio questa distinzione delle funzioni che la ricerca su Grandi individua come uno dei lasciti più fecondi del suo pensiero. Le ACLI, quindi, non come rifugio identitario, ma come scuola di responsabilità. Non un’organizzazione che sostituisce le persone, ma un luogo che le forma perché possano stare consapevolmente nella società. 

 Dalla memoria al futuro: il museo virtuale “Achille Grandi” 

In un tempo in cui non abbiamo smesso di ricordare ma nel quale non sappiamo più distinguere, l’impegno che intendiamo assumere è quello di un museo dedicato a lui. Abbiamo ritenuto che non vi fosse occasione migliore di quella di oggi per annunciarlo. Speriamo che il museo virtuale Achille Grandi possa essere presentato già nei primi mesi del nuovo anno. Un museo pensato non per rinchiuderlo in una teca moderna, per quanto tecnologica, e neppure per raccontare soltanto che cosa pensava nel 1919, nel 1944 o nel 1946. Vogliamo restituire la vita e, in qualche modo, la storia di quest’uomo straordinario, alle associazioni, alla politica, al sindacato, alla chiesa, a chi ama la Costituzione e la democrazia.  Ma il sogno più importante che custodiamo è quello di restituirlo alle nuove generazioni. Consentire a un giovane, a uno studente, a un lavoratore, a un amministratore, a chi appartiene alle ACLI e anche a chi non ne conosce la storia, di entrare nella sua vicenda e di interrogare le sue parole.  

Non immaginiamo semplicemente un archivio digitale e neppure una raccolta celebrativa di fotografie e documenti. Vogliamo costruire uno spazio vivo nel quale documenti, scritti, immagini, testimonianze e ricerca storica possano dialogare e diventare accessibili anche attraverso gli strumenti tecnologici del nostro tempo. Il progetto al quale stiamo lavorando prevede la realizzazione di un museo accompagnato da una piattaforma semantica basata sull’intelligenza artificiale e da uno specifico lavoro di ricerca storica e archivistica.  

Un museo in cui la tecnologia sarà solo uno strumento; il fine sarà quello di far incontrare nuovamente Achille Grandi con le persone. Deve aiutarci a domandarci che cosa significano oggi dignità del lavoro, autonomia dei corpi intermedi, partecipazione, giustizia sociale, dialogo tra culture differenti. Deve aprire una porta attraverso la quale continuare a camminare con lui e con chi ha lottato perché fossero garantiti i diritti delle lavoratrici, dei lavoratori e delle persone più fragili.   

Ottant’anni dopo la sua morte, il primo Presidente delle Acli può ancora ricordarci che la fede senza responsabilità rischia di diventare testimonianza senza storia; il sindacato senza autonomia perde la propria forza; la politica senza partecipazione si impoverisce; la democrazia senza dignità del lavoro rimane incompiuta. E forse è proprio per questo che, ottant’anni dopo, non abbiamo bisogno soltanto di ricordare Achille Grandi.  Abbiamo bisogno di continuare a interrogarlo. Questo è l’impegno che insieme oggi ci sentiamo di assumere. 

  • Antonio Russo: Presidente Fondazione Achille Grandi

 Nota 

Intervento tenuto sabato 3 ottobre 2026 – nell’auditorium della biblioteca comunale di Como (Piazzetta Venosto Lucati 1) – nell’ambito del convegno “In cammino con Achille Grandi. Ottant’anni dopo, domande e letture dalla nostra storia”. L’iniziativa è stata promossa dalle Acli di Como, dalla Fondazione Achille Grandi e dalla Diocesi di Como, insieme alle Acli nazionali e alle Acli Lombardia ed in collaborazione con Cisl dei Laghi e Cisl Lombardia.  

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