Grandi e la Costituente

Lorenzo Gaiani

Capostipite del “laburismo cristiano”, cercò di strutturare una proposta politica che si facesse carico delle istanze della classe lavoratrice e che strutturasse la Costituzione in modo tale da fissare e rendere esigibili una serie di diritti fino ad allora rimasti aleatori. La Costituente, ci cui Grandi fu Vicepresidente, ebbe quindi un ruolo importante nel suo pensiero ed azione politica.

La vicenda parlamentare di Achille Grandi può essere divisa in due parti: la prima è quella nella Camera dei deputati del Regno d’Italia, eletto per tre volte (1919, 1921 e 1924) nelle liste del Partito Popolare Italiano, che egli stesso aveva contribuito a fondare a fianco di don Sturzo, e che si concluse traumaticamente nel novembre del 1926 quando i fascisti proclamarono la decadenza di tutti i parlamentari di opposizione.

La seconda è quella successiva alla Liberazione, prima nella Consulta nazionale, l’assemblea pre-parlamentare costituita da delegati scelti dai partiti, dai sindacati, e da altri organismi, che si radunò dal settembre del 1945 fino al giugno 1946, e successivamente all’Assemblea costituente, nella quale fu eletto con grandissimo consenso nelle liste della Democrazia Cristiana divenendone Vicepresidente e mantenendo però solo per tre mesi l’incarico in quanto morì prematuramente il 28 settembre di quell’anno.

Tuttavia la Costituente ebbe un ruolo importante nel pensiero e nell’azione politica di Grandi, nei suoi ultimi due tumultuosi anni di vita, fra la ricostruzione dell’attività sindacale in un difficile quadro unitario, la nascita delle ACLI di cui Grandi fu fondatore e per qualche mese primo Presidente, e la militanza nella Democrazia Cristiana all’interno della quale egli fu, insieme a Gronchi e Rapelli, fra gli animatori della rivista “Politica sociale”, il primo embrione di una presenza organizzata dei sindacalisti democristiani nel partito.

In un articolo comparso alla fine del 1945 Grandi scrisse esplicitamente che vi era un interesse reciproco fra il movimento dei lavoratori e l’assemblea che sarebbe stata eletta di lì a qualche mese, soprattutto nel senso di consolidare la conquista della libertà ottenuta con la vittoria contro il nazifascismo e con il riconoscimento esplicito dei diritti sociali che avrebbero rafforzato la democrazia, dal momento che “l’ascensione costante delle masse lavoratrici si è ottenuta ad opera di autentici operai autodidatti che hanno saputo unire alla loro esperienza diretta una soda cultura e qualità organizzative di primo ordine. Questo deve essere il primo contributo dei lavoratori alla Costituente. Non parole o grida verbose, non sogni chimerici di panacee che sanano tutti i mali, ma preparazione profonda e seria per assumere le responsabilità che rivendicheremo e che ci saranno – ne sono certo – riconosciute alla Costituente. La quale Costituente in Italia dovrà contenere non pochi capitoli riguardanti il lavoro, sia come fonte di ricchezza nazionale, sia come strumento di difesa e di elevazione della dignità umana”[1].

In questo modo l’anziano sindacalista definiva il campo della riflessione: uomo di fede ma non visionario, spirito eminentemente pratico ma non indifferente alle questioni ideali, egli era mosso da una ferma convinzione, ossia che l’avvento del fascismo con tutte le sue conseguenze fino allo scoppio della guerra era stato determinato dalla divisione del movimento dei lavoratori che era anche divisione delle forze politiche che avrebbero dovuto garantire le pubbliche libertà.

Egli aveva ben chiaro che il campo delle realtà temporali “è, per sua natura, campo di opinabilità – fermo restando che non sono opinabili i principi morali in qualche modo implicati in ogni attività umana – e tale opinabilità non è dato superare appellandosi alla fede”[2]: proprio per questo egli riteneva che le forze del lavoro, nelle loro diverse ispirazioni vissute non come forma di divisione e rottura ma di reciproco arricchimento (così almeno riteneva allora), dovessero innervare con la loro forza unitaria i ragionamenti interni al dibattito costituente dove, in effetti, vi fu una significativa presenza di donne ed uomini provenienti dall’ambito sindacale.

Come scrisse al vecchio amico e sodale Amleto Barni, il pericolo che correva la DC era quello di “piegarsi alle esigenze di elementi retrivi sul terreno delle riforme economico-sociali, sognatori di un passato che non ritorna più, e che ha sulle spalle la responsabilità di un capitalismo sfrenato che, se ha dato uno sviluppo industriale ed economico, non tenendo conto dei moniti morali della Chiesa, ha imposto, attraverso le sue esigenze egoistiche, lo sfruttamento delle classi lavoratrici, e la spinta verso due grandi guerre mondiali, la seconda delle quali ha gettato la nostra Patria nella tragedia più grave e dolorosa della sua vita e della sua storia, ed il popolo italiano nella miseria e nella disperazione”, e aggiungeva di non ammettere “che, per amore di una malintesa unità, si crei l’equivoco già lamentato nel passato, e si sacrifichino le ineluttabili esigenze dell’avvento di un regime schiettamente democratico e rinnovatore nel campo sociale e politico”[3].

Naturalmente egli riteneva che i sindacalisti cristiani dovessero stare nell’unità sindacale con le loro proposte e con la piena salvaguardia della loro dignità e specificità, ed in una conversazione tenuta a Monza nell’agosto del 1946 (forse il suo ultimo intervento pubblico) egli disse chiaramente “se volete rompere l’unità sindacale, rompetela, una volta ancora io dico che non sono per mantenerla e ad ogni costo. Anche in fondo al mio spirito comincia a farsi strada il pensiero che non potrà essere mantenuta perché non è corrisposta (…) forse l’unità sindacale non potrà durare perché certe condizioni che umiliano la persona umana, non si possono accettare. Io credo che i comunisti stiano creando questa situazione”[4].

Ma questa convinzione maturata nel tempo di una difficile convivenza non aveva impedito a Grandi di muoversi a tutto campo per cercare di affermare i principi in cui credeva, assumendo posizioni chiare a partire dalla sua netta scelta repubblicana che sostenne durante il primo Congresso della DC svoltosi nella primavera del 1946.

Parlando, sempre a Monza, ad un gruppo di lavoratori egli disse con una punta di sarcasmo “Certo che la monarchia non poteva fare di peggio per distruggere la propria causa, che la repubblica è il tetto della costruzione che noi dobbiamo erigere. In ogni caso, primo di tutto, in questo grande tempio si sono fatte le fondamenta ed erette le mura perimetrali e poi si è coperto col tetto. La monarchia e la repubblica non sono che il tetto di una costruzione. Per questo motivo io non ho nessuna difficoltà a dire come la penso. Se volete sapere il mio pensiero io sono un repubblicano. Ma questo non vincola la coscienza di nessuno all’infuori di coloro che nei congressi si impegnano a rispettare una deliberazione in questo senso”[5].

Non disdegnò nemmeno di aprire lo sguardo alla dimensione europea, affermando che “bisogna arrivare prima alla Federazione Stati Uniti di Europa, redenta dalla civiltà cristiana; – solo in questa Federazione l’Italia potrà far pesare la sua voce ed il suo diritto, libera da ogni responsabilità col passato, come liberi saranno gli altri popoli europei che pur soggiacquero alle prepotenze nazifasciste.” [6]

In fondo egli si collocò come capostipite di quello che è stato definito come il “laburismo cristiano”[7], ossia quella componente del mondo cattolico che, nel quadro di un’unità di partito che in quel momento non veniva percepita come un fattore obbligato ma come una possibilità, cercava di strutturare una proposta politica che si facesse carico primariamente delle istanze della classe lavoratrice e che strutturasse la Costituzione in modo tale da fissare e poi rendere esigibili una serie di diritti sociali fino ad allora rimasti aleatori o conculcati. Fu, al fondo, la base di molte decisioni che portarono alla definizione della prima parte della Costituzione e che videro convergere figure molto diverse fra di loro come Dossetti, Lazzati e La Pira da un lato e Gronchi, Rapelli e Pastore dall’altro; non è un caso che proprio Gronchi, diventato Presidente della Repubblica nel 1955, avesse esplicitamente messo fra gli obiettivi del suo mandato l’attivazione di quegli organismi costituzionali che ancora erano rimasti inattuati.

Grandi prese la parola alla Costituente una sola volta, il 22 luglio 1946, rappresentando il gruppo democratico cristiano nel dibattito sulle dichiarazioni programmatiche del secondo Governo De Gasperi, il primo della Repubblica: parlò, come suo solito, delle questioni aperte nel percorso di ricostruzione del Paese, delle condizioni dei lavoratori. A rileggerlo in sostanza si tratta di una rivendicazione del ruolo del sindacalismo unitario visto dall’ottica della corrente sindacale cristiana e dall’altro il ricordo puntuale di tutta una serie di grandi questioni sociali aperte che il Governo e la nuova assemblea democraticamente eletta erano chiamati a risolvere.

Ma è molto significativa, alla luce delle molte parole irresponsabili che si sentono dire oggi anche da persone che dovrebbero essere responsabili, la chiusa di quell’intervento che ancora oggi vibra di una passione che è anche la nostra: “Le forze del lavoro possono coalizzarsi in tutte le parti del mondo. I più interessati a non voler più la guerra (che forse non verrà subito) sono proprio i lavoratori, perché è sulle loro famiglie e sulle loro carni che si abbatte la guerra. Essi possono coalizzarsi e si coalizzeranno. Ai Governi che perdono la testa e che impazziscono, essi diranno: di guerre non ne vogliamo sentire parlare più… Questo è lo sforzo che dobbiamo compiere, incoraggiare, in Italia e fuori dall’Italia; il lavoro ha con sé l’avvenire e la sorte della civiltà umana.”[8]

Per questo lo sentiamo ancora nostro contemporaneo.

Note: 

[1] A. GRANDI “I lavoratori e la Costituente” in “Il lavoro” 30.10.1945 ora in W. TOBAGI “I cattolici e l’unità sindacale” Esi, Milano 1976 p. 174

[2] G. LAZZATI “La Chiesa nella comunità politica” in “Aggiornamenti sociali” 7/8 (1985) p.503.

[3] A. GRANDI “Lettera ad Amleto Barni” in W. TOBAGI, cit. p. 125-126.

[4] Id. “I cattolici nella CGIL” (conversazione tenuta a Monza il 10 agosto 1946) in op.cit. pp. 340-341.

[5] Id “Ai lavoratori di Monza” (fine marzo 1946) in op.cit. p.231

[6] Id. “Intervento al Congresso democristiano” 28.4.1946 op.cit. p. 250.

[7] Cfr. fra gli altri V. SABA “Quella specie di laburismo cristiano” Edizioni Lavoro, Roma 1996.

[8] A. GRANDI “Intervento sulle dichiarazioni del Governo” Assemblea costituente, seduta pomeridiana del 22 luglio 1946 GURI pag. 228 in chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://legislature.camera.it/_dati/costituente/lavori/Assemblea/sed010/sed010nc.pdf

  • Lorenzo Gaiani: Consigliere di amministrazione della Fondazione Achille Grandi, componente dello staff del presidente nazionale delle Acli e responsabile ufficio delle Acli milanesi

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