Langer, politico senza nazionalità o di tutte le nazionalità, europeista che il 22 febbraio di quest’anno avrebbe compiuto 80 anni.
Un breve messaggio, ai piedi di un albero di albicocche, è uno degli ultimi lasciti di Alexander Langer, politico senza nazionalità o di tutte le nazionalità, europeista convinto, tra i fondatori dei Verdi italiani, che il 22 febbraio di quest’anno avrebbe compiuto 80 anni. Un messaggio positivo sugella la scelta tragica di togliersi la vita, nella solitudine di tutti i suicidi, il 3 luglio 1995 a Firenze, all’alba di quella che sembrava essere una bella estate italiana.
Si guardava con speranza e ottimismo al futuro dell’Europa. Il progetto Erasmus, dedicato agli studenti europei, era già attivo da qualche anno. Erano appena entrati in vigore gli Accordi di Schengen, che hanno garantito la libera circolazione tra i cittadini dei primi paesi firmatari. Gli accordi europei, in realtà, avrebbero riguardato soprattutto le merci e, in seguito, si scoprirà che nell’idea economicista ispiratrice dell’Unione, alle merci si era riconosciuto un valore superiore a quello delle persone. Ciò nonostante, lo sguardo dei più era rivolto al mondo nuovo, lontano dalla cortina di ferro da poco crollata. Secondo alcuni le lingue nazionali europee sarebbero state rapidamente sostituite dall’Esperanto, inaugurata nella seconda metà dell’Ottocento e divenuta il manifesto degli internazionalisti più convinti. Alexander Langer aveva contribuito più di tanti altri politici alla costruzione e diffusione di una politica e di una cultura profondamente internazionalista, partendo dalla sua condizione di cittadino italiano, di origine germanica, sudtirolese, con un’anima profondamente apolide. L’entusiasmo europeista degli anni Novanta è il fruttoanche del lavoro tenace e instancabile di Langer. Eppure, in quella estate del 1995, il suo sguardo è rivolto altrove.
Langer guarda alla tragedia jugoslava che sembra non avere fine, agli eccidi nei villaggi di montagna in Bosnia, all’assedio di Sarajevo che dura dal 5 aprile 1992 e che i giornalisti coraggiosissimi dell’epoca, che vanno lì a vedere cosa sta succedendo, descrivono come una “sacca” dove le persone vivevano sotto il tiro dei cecchini. Forse sapeva o immaginava ciò che abbiamo scoperto ora e cioè che molti europei, anziché andare oltre le frontiere nazionali per ritrovare nell’Europa il proprio nuovo paese, varcavano la frontiera per andare in Bosnia a partecipare ai safari umani. Sicuramente osservava con estrema sofferenza le “cupe vampe” salire al cielo dal rogo della biblioteca di Sarajevo, patrimonio inestimabile della cultura umana, andata in fumo sotto i colpi di uno dei tanti autoproclamatisi difensori delle patrie.
Siamo abituati a pensare alle eredità come a un qualcosa di perfettamente definito nei limiti e nei confini, come a un qualcosa di tendenzialmente appartenente al passato, frutto del lavoro di altri e, infine, come a un lascito dal quale ricavare ciò che è utile per il futuro e, al contempo, scartare ciò che è divenuto agé, inservibile. Per l’eredità di Alexander Langer questo schema non funziona. Gli obiettivi della sua politica, l’idea di convivenza interetnica, il confine come limite posticcio del pensare e dell’agire umano, non costituiscono l’eredità di una storia politica passata ma possibili punti di un’agenda politica e di azioni da intraprendere oggi o, più agilmente, domani. “Continuate in ciò che era giusto” fa il paio con i suoi interventi più significativi: testi aperti dal finale ancora da scrivere, che pongono temi politici di portata universale, a volte percepiti come lontani dalle problematiche di tutti i giorni ma che in realtà sono all’origine di queste problematiche e che, prima o poi, andranno pure affrontati. Se l’obiettivo è quello di costruire comunità come case della pace, della convivenza e della nonviolenza, si può fare tesoro dell’esperienza culturale e politica di Langer, guardando al suo lascito come a un dono.
Il primo dono che Alexander Langer fa a tutte le comunità politiche attiene al momento prepolitico, lambendo i temi della psicologia contemporanea: è “l’agire ispirato da valori”. Questo modo di essere, che diviene presupposto dell’azione politica e suo fondamento indissolubile, impedisce di effettuare arretramenti sui temi fondamentali della vita politica. Langer, molto semplicemente, non era in grado di indietreggiare sui temi del superamento delle nazioni, della convivenza interetnica, del dialogo come strumento di costruzione della pace, dell’ambiente come sacro da difendere. E non indietreggiò mai. Il dialogo, strumento necessario per comprendere il diverso e costruire la convivenza, divenne metodo di lavoro senza che ciò potesse determinare un arretramento sui valori di fondo del proprio agire. Le contaminazioni culturali non scalfirono mai la sua convinzione libertaria e la radicalità del suo pensiero.
Langer aveva previsto che le situazioni di compresenza sullo stesso territorio di comunità di diversa lingua, cultura e religione sarebbero state sempre più frequenti. Se ne convinse osservando gli esodi dei migranti e, in sede europea, ponendo le basi dell’Unione, casa comune di popoli diversi. La convivenza pluriculturale, plurireligiosa, plurilingue, plurinazionale era già un tema centrale della vita e dell’azione politica di Langer, e sempre più apparterrà alla normalità, non all’eccezione, della vita europea. Il suo sguardo, però non fu mai banale e i suoi ragionamenti mai semplicistici. Egli riconosceva – e invita i posteri a riconoscere – la complessità della convivenza: “la diversità, l’ignoto, l’estraneo complica la vita, può fare paura, può diventare oggetto di diffidenza e di odio, può suscitare competizione sino all’estremo del mors tua, vita mea”1. Per le nostre società multietniche, nelle quali i fenomeni migratori vengono patiti più che compresi e vissuti, il secondo dono derivante dal pensiero e dall’azione politica di Langer è il presupposto per la costruzione di comunità umane libere e accoglienti ed è il seguente: la pace è figlia di una complessa arte della convivenza. Imparare a conoscere la lingua, la storia, la cultura, le abitudini, i pregiudizi e gli stereotipi, le paure delle diverse comunità conviventi è un passo essenziale nella costruzione di un rapporto interetnico e interculturale2. Langer immaginava e metteva in atto tantissime piccole pratiche quotidiane di relazione tra le diverse comunità culturali, etniche e religiose. Tante piccole pratiche che, viste da lontano e a distanza di molti anni, rappresentano una complessa arte della convivenza. Del diverso – sia esso un russo, un ucraino, un iraniano o un palestinese – è fondamentale conoscerne la lingua, la storia, la cultura, le abitudini e persino i pregiudizi, gli stereotipi e le superstizioni. Per costruire un rapporto con le comunità che oggi percepiamo come nemiche, presupposto irriducibile di un percorso di pace, è necessario costruire e condividere fonti di informazioni comuni, occasioni di apprendimento o di divertimento, libri comuni di storia, celebrazioni comuni di eventi pubblici, momenti di preghiera o di meditazione comune. La conoscenza profonda del diverso, scevra dai pregiudizi ma consolidata nei propri valori non negoziabili, è il vero antidoto contro visioni nazionaliste ed etnocentriche che, una volta consolidatesi, costituiscono l’innesco dei conflitti armati.
Il terzo dono è rappresentato da due immagini cariche di significato: i costruttori di ponti e i saltatori di muri. La sua radicalità cristiana lo spinse a porsi a cavallo delle frontiere fisiche e culturali di mondi diversi. In ogni situazione di coesistenza tra diversi si sconta, in principio, una mancanza di conoscenza reciproca, di rapporti, di familiarità. Estrema importanza positiva dovevano e devono avere persone, gruppi, istituzioni capaci di collocarsi consapevolmente ai confini tra le comunità conviventi e di coltivare in tutti i modi la conoscenza, il dialogo, la cooperazione. Ma ciò non bastava e non basta tutt’ora. Era ed è necessario che qualcuno, in simili società conflittuali, si dedichi all’esplorazione e al superamento dei confini3. Uomini coraggiosi, saltatori di muri, valicatori consapevoli della frontiera, capaci di porre le basi per la costruzione di ponti sui quali far transitare idee, culture, religioni e, soprattutto, le persone con il loro carico straordinario di umanità.
- Maurizio D’Ago: Presidente Acli Campania
