Nel 2015 la casa editrice Iperborea, specializzata in letteratura nordeuropea, pubblicò il volume Anime Baltiche dello scrittore olandese Jan Brokken, nato a Leiden nel 1949.
Brokken è diventato famoso – meno di quanto meriterebbe – per aver fatto ampio uso di uno stile letterario che lui stesso definisce come non finction. Le sue opere sono una continua contaminazione tra romanzo, saggio, diario di viaggio, biografia, storia e filosofia. Il suo vagabondare per le strade d’Europa e il suo modo di narrare il viaggio supera la dimensione della sola scoperta dei luoghi, concentrandosi sulle persone che hanno dato vita e danno tutt’ora vita ai luoghi e alle città del nostro mondo.
Brokken tesse un filo spesso tra le persone e i luoghi ed è davvero difficile comprendere quanto i luoghi contaminino le persone, i protagonisti dei suoi incontri, e quanto questi, la loro presenza e il loro vivere colori effettivamente i luoghi. Lo scambio tra persone e luoghi si fa talmente denso e fitto da assumere la forma di un flusso costante, di una vena che drena energie vitali dalle persone ai luoghi e viceversa. Questo scambio diviene evidente quando Brokken incontra fisicamente – perché ancora in vita – o metaforicamente – perché appartenenti ormai al passato – personaggi straordinari del mondo della cultura, della musica, del pensiero e della politica germogliati in piccoli centri dell’Europa baltica, in quel crocevia di culture, lingue, cucine, tradizioni musicali e religiose che per varietà e ricchezza è seconda al solo Mediterraneo. Riga diviene la città di Gidon Kremer, uno dei più grandi violinisti della fine del XX secolo, Vilnius la città dello scrittore Romain Gary, Tallin la città di Arvo Pärt, celebre compositore di musica sacra. Ogni figura è un modo per entrare nella storia della regione: l’occupazione sovietica, l’invasione nazista, la Shoah, le deportazioni, la Russificazione e la rinascita nazionale. Il filo conduttore è l’idea di un mondo baltico come crocevia di popoli e lingue (tedeschi, svedesi, polacchi, ebrei, russi, baltici) cancellato dalle violenze del secolo.
A Königsberg, storica capitale della Prussia e della Prussia Orientale, pilastro della cultura tedesca oggi rinominata Kaliningrad, exclave russa in territorio europeo, Jan Brokken “incontra” la più grande di tutte, la filosofa Hannah Arendt di cui a ottobre 2026 ricorre il 120esimo anno dalla nascita.
A Königsberg, il viaggio ruota attorno alla figura di Hannah Arendt, che vi crebbe in una famiglia ebraica laica e colta prima di lasciare la città per studiare. Brokken usa la sua biografia per riflettere sulla città come luogo che diede i natali ad Immanuel Kant, all’illuminismo prussiano e ad una convivenza multiculturale che il nazismo e poi la guerra distrussero. Königsberg fu devastata dai bombardamenti britannici e dall’assalto sovietico del 1945, la popolazione tedesca fu espulsa o morì, e la città fu ripopolata da cittadini russi e ribattezzata Kaliningrad. Il libro si interroga su cosa resti della memoria di una città cancellata, e sul rapporto di Hannah Arendt con le proprie origini e con l’idea di appartenenza, tema centrale nel suo pensiero sull’esilio e sull’apolidia.
Il pensiero di Hannah Arendt è ricco e potentissimo e ha influenzato la cultura occidentale come pochi filosofi e studiosi del XX secolo. È la sua stessa biografia ad essere un manifesto rappresentativo delle vicende che hanno coinvolto e sconvolto l’Europa nel Secolo Breve. Tedesca, ebrea, esiliata, sopravvissuta alla guerra, testimone della nascita dello Stato d’Israele, difenditrice dello Stato di diritto anche dinanzi alle pulsioni che volevano condannare sommariamente i criminali nazisti, autorevolissima cronista del processo del secolo ad Adolf Eichmann nel 1961. È impossibile riassumerne il pensiero in un breve articolo ma alcune delle sue frasi più celebri possono introdurci al mondo sterminato della sua indagine filosofica e politica.
“Il diritto di avere diritti” è una massima coniata dalla filosofa nel primo suo lavoro filosofico e politico ad avere grande successo, Le origini del totalitarismo, pubblicato per la prima nel 1951. Il volume approfondisce le ragioni culturali, politiche e i pochi fondamenti filosofici del fenomeno del totalitarismo, distinguendolo nettamente dalla “semplice” dittatura. Il totalitarismo, per Arendt, non è la privazione delle libertà democratiche e la riduzione dei diritti civili e politici, come avviene in tutte le dittature, ma un fenomeno politico che si caratterizza per la capacità del movimento che lo ispira di pervadere ogni singolo aspetto della vita civile e politica di una comunità. Arendt riserva tale definizione al nazismo e al comunismo sovietico, alla tragica esperienza passata e all’esperienza che all’epoca della stesura del libro era ancora in atto.
Il pensiero politico ideologizzato, nel sistema totalitario, non ha argini e pertanto come un fluido inarrestabile si insinua nelle istituzioni politiche e nelle vite di ogni cittadino, privandoli di qualsiasi forma di libertà di scelta e di azione. La violenza, nei sistemi totalitari, non assume una caratteristica meramente repressiva del dissenso ma diviene un connotato fondante la società e le relazioni umane, generatrice di paure irresolubili, incontenibili e, soprattutto, ingiustificate. Nei passi nei quali Arendt descrive il campo di concentramento o gulag come istituzione capace di sublimare il concetto stesso di totalitarismo, la violenza omicida non viene legata ad un comportamento umano da sanzionare, in essa non v’è una dimensione educativa, pedagogica (se non obbedisci subirai conseguenze violente), ma viene descritta come una realtà onnipresente, come l’esercizio di una facoltà nelle mani dei carcerieri i quali possono attivarla a proprio piacimento e senza alcuna giustificazione. “Il diritto di avere diritti” diviene, dunque, l’unico rimedio all’oppressione pervasiva e alla violenza cieca e incondizionata. L’essere umano si emancipa dalla dimensione totalitaria soltanto attraverso l’esercizio del proprio diritto di avere diritti, attraverso il recupero di quei diritti che costituiscono il connotato imprescindibile del proprio essere umani.
“La banalità del male” è forse la definizione più nota della filosofa tedesca. Venne coniata durante le cronache del processo ad Adolf Eichmann e divenuta il titolo del libro pubblicato per la prima volta in Italia da Feltrinelli nel 1964. Questa definizione costituisce una diversificazione dell’analisi del male rispetto a quanto elaborato dalla stessa Arendt nel 1951. Ne Le origini del totalitarismo, infatti, Arendt analizza come è stato possibile ciò che lei definisce il male radicale: crollo dello Stato-nazione, antisemitismo, imperialismo, società di massa, ideologia e terrore. Il risultato è la distruzione dello spazio pubblico e della pluralità. Osservando la figura di Adolf Eichmann, il suo essere una persona comune, dall’apparenza mite, dal volto da burocrate, ascoltandone le dichiarazioni e osservando il suo stupore dinanzi alle accuse rivoltegli in tribunale, Arendt individua nella banalità un connotato essenziale del male. Arendt descrive Eichmann non come un mostro demoniaco, ispirato dal male e compartecipe del male radicale ma come un uomo ordinario che compie il male poiché smette di pensare, smette di porsi domande rispetto al proprio agire, in una dinamica che non porta all’obnubilazione della coscienza ma, semplicemente, alla scomparsa di quest’ultima.
Il messaggio più potente e attuale de La banalità del male per l’epoca contemporanea è che i più grandi crimini contro l’umanità non richiedono necessariamente mostri sadici o menti perverse, ma nascono dall’assenza di pensiero critico e dalla cieca obbedienza burocratica di persone ordinarie. Ed è un concetto di straordinaria attualità che se assorbito nella coscienza di ciascuno di noi può costituire un argine fondamentale contro le violenze e i soprusi dei giorni d’oggi. Può essere monito contro ogni forma di indifferenza rispetto alle ingiustizie che colpiscono oggi le popolazioni più fragili e vittime della guerra, le persone ridotte in povertà e i migranti vittime della tratta e dei respingimenti. Abituarsi al male, cedere all’ignavia dinanzi alle ingiustizie in atto, trasforma ciascuno non solo in spettatori passivi dei crimini ma in artefici più o meno consapevoli delle sofferenze altrui.
Oggi la burocrazia alla quale Eichmann aderiva con fede cieca, si è spesso dematerializzata in algoritmi, procedure digitali e flussi di lavoro automatizzati. Il rischio contemporaneo è l’allineamento acritico alle direttive di un sistema – aziendale, politico o tecnologico – dinanzi al quale siamo sempre più reticenti nel metterne in discussione le conseguenze etiche.
Eichmann pensava a sé stesso come un semplice “ingranaggio” che eseguiva ordini in modo efficiente, che portava ad attuazione i compiti che il sistema e i suoi superiori gli affidavano. Nella società moderna, altamente frammentata e specializzata, è facile perdere di vista l’impatto finale delle nostre azioni quotidiane, liquidando la responsabilità morale con la frase “sto solo facendo il mio lavoro”. La deresponsabilizzazione di massa, figlia della logica del branco, finisce con l’assolvere la massa, il gruppo, anche dinanzi ad eventi che dovrebbero scuotere le coscienze di ciascuno.
Infine, Hannah Arendt ci ricorda che il conformismo e l’incapacità di giudicare autonomamente aprono la strada alle derive autoritarie. Il pensiero critico non è un lusso intellettuale, ma l’unico vero antidoto per non diventare complici consapevoli o inconsapevoli di ingiustizie sistemiche.
- Maurizio D’Ago: Presidente Acli Campania
