Politica e cittadini, solco da colmare 

Gianni Borsa

La credibilità delle istituzioni è minata alla base. Venute meno le appartenenze ideologiche e politiche di lunga durata, di volta in volta si cercano leader e partiti diversi, meglio se distanti dalla politica tradizionale. Come fare? Come rispondere a queste istanze 

Sassonia-Anhalt, Berlino, Meclemburgo-Pomerania Anteriore: uno “spettro si aggira” per la Germania, il nazional-populismo di AfD, espressione della destra estrema, con forti tinte razziste, anti-Ue e pro-Putin. Alternative für Deutschland ha registrato successi elettorali nei tre lander tedeschi ed è accreditato dai sondaggi come primo partito a livello federale. Ma lo “spettro” (non ce ne vogliano Marx ed Engels per la citazione a sproposito) si aggira per l’intera Europa: formazioni con un Dna simile a quello di AfD si riscontrano in gran parte dei Paesi del vecchio continente (e non solo), raccogliendo consensi crescenti e non di rado salendo ai vari livelli del potere: dalle città ai governi nazionali. Non fanno eccezione Italia, Francia, Spagna, i Paesi ex comunisti dell’Europa centro-orientale, quelli scandinavi, i baltici, i balcanici. Senza scordare le vicende nel Regno Unito e la Brexit. 

Varie le possibili ragioni che stanno alla base di tali fenomeni che, va riconosciuto, presentano origini, ragioni, forme, slogan assai differenti da un Paese all’altro. Tra gli elementi comuni si può forse dire che il consenso alle formazioni di estrema destra (ma ci sono populismi anche a sinistra, basti pensare al Melenchon francese) si fonda sui timori individuali e collettivi e le insicurezze legate alle pressioni psicologiche legate alle instabilità, ai conflitti, alle mancate promesse della globalizzazione; si individuano minacce e nemici in potenze straniere, negli immigrati, in chi è semplicemente è “diverso” da sé.

Un’ulteriore ragione potrebbe risiedere nel fatto che la politica fatica o non riesce a rispondere alle esigenze immediate delle persone (ancora la sicurezza, il lavoro, la casa, la salute…); una politica ritenuta distante, che – questa l’accusa – non sa più “ascoltare” le attese della gente. Una politica (evitando magari le generalizzazioni) ai minimi storici per credibilità, che non si è riformata negli ultimi 20-30 anni, per stare al passo di un tempo che ha preso la rincorsa, portando con sé un “cambiamento d’epoca” difficile da afferrare e da governare…

Dall’altra parte si sconta una eguale distanza: cittadini scettici rispetto a istituzioni, partiti e tornate elettorali, affascinati semmai da qualche leader di passaggio, particolarmente capace di farsi ascoltare con parole roboanti, slogan accattivanti e promesse che di frequente si rivelano irrealizzabili. Così gli elettorati – sempre meno affezionati al voto – si mostrano volubili e semmai affascinati da azzardate espressioni pseudo-politiche, quasi mai realmente progettuali e disattente rispetto alle nuove generazioni. Leader, partiti e coalizioni schiacciate sul presente, con una spasmodica attenzione – una dipendenza tossica – ai sondaggi grazie ai quali si orientano come banderuole al vento.

Un quadro eccessivamente fosco? Può darsi. Ma proprio gli ultimi risultati di AfD fanno guardare con preoccupazione alle prossime elezioni, previste nel giro di dodici mesi, in molti paesi europei, tra cui Italia, Francia, Polonia, Spagna, Grecia…
A partire dal terremoto politico ed elettorale che si sta registrando in Germania, si possono dunque formulare alcune chiavi di lettura sulla crisi delle democrazie liberali finora sperimentate in Europa.

Si può anzitutto osservare che la politica e il personale politico si vanno estremizzando e, in parallelo, gli elettori premiano gli estremi. Crescono le spinte antisistema, lievita la “voglia di nuovo”, qualunque esso sia. I codici politici diventano incomprensibili ed estranei alla vita quotidiana. La credibilità delle istituzioni è minata alla base. Così, venute meno le appartenenze ideologiche e politiche di lunga durata, di volta in volta si cercano leader e partiti diversi, meglio se distanti dalla politica tradizionale. Salvo eccezioni, s’impongono le forze estreme, con slogan roboanti moltiplicati da un’attività martellante sui social media.

Altro elemento: l’Europa è attraversata dal “mito” della governabilità. Si tratta, ovviamente, di un elemento di assoluta rilevanza, ma si ha l’impressione che ad essa si sacrifichino altri pilastri strutturali della polis, il primo dei quali è la rappresentanza, correlata alla partecipazione. Così per governare una città, una regione o un Paese si va nella direzione di sistemi elettorali con consistenti (talvolta esagerati) premi di maggioranza che di per sé falsano il risultato elettorale. Quasi a dire che, in termini di seggi, il voto di una parte degli elettori pesa più di altri.

Un altro aspetto da considerare è la forzosa convergenza nei momenti elettorali tra partiti e programmi assai differenti, a formare coalizioni ben poco coese (tenute insieme più dalla voglia di vincere che non dalla responsabilità di governare). Si giunge all’esito di formare governi – locali o nazionali – che poi faticheranno proprio a governare.

Un terzo punto, non estraneo ai primi due, potrebbe consistere nel fatto che uno dei collanti che tiene insieme partiti diversi unitisi per guidare un’amministrazione locale o regionale o un governo nazionale, non sembra dipendere da valori condivisi e da programmi concordati, ma piuttosto dalla identificazione di un “nemico”. Un orientamento, questo, tante volte imposto per necessità e con furbizia dai leader e propinato agli elettori come irrinunciabile esigenza. “Meglio noi di loro”, è la formula ricorrente. Ma – è lecito domandarsi – quel “noi” ha fondamenti oggettivi? Risponde a una storia comune o, almeno, a principi nei quali si crede insieme e realmente? C’è un disegno programmatico, una capacità progettuale che aspiri al buon governo? Oppure emerge esclusivamente l’urgenza di occupare le poltrone più alte?

Sono interrogativi che si pongono – come già osservato – nel momento in cui tra politica e cittadini il solco s’è fatto profondo. Ci sarebbe pure da domandarsi quali siano la voglia di informarsi e la coscienza civica fra i cittadini, quale la passione per la democrazia, spesso conquistata dalle precedenti generazioni a caro prezzo. Domande lecite se si osserva la deriva che la “democrazia” ha assunto in Russia, dove pure si è votato di recente, senza la presenza di reali opposizioni a Putin. La Russia di oggi dovrebbe richiamare il prezioso senso-valore della democrazia partecipativa che abbiamo conosciuto nell’Europa del dopoguerra.

Se si pensa che ci sono dietro l’angolo anche le elezioni midterm negli Stati Uniti e quelle in Israele (dove i partiti “arabi” sono stati esclusi dalla competizione), l’attenzione su questi versanti va tenuta alta. La posta in gioco è, ovunque, troppo rilevante.

  • Gianni Borsa: giornalista, corrispondente dell’agenzia di stampa SIR da Bruxelles e Presidente dell’Azione Cattolica Ambrosiana  

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