Uno sguardo attento delle proteste iraniane degli ultimi dieci anni mostra come non vi sia traccia di alcun riferimento agli stili di vita occidentali e come non vengano accettate ingerenze di paesi stranieri nella politica interna. Le piazze iraniane si mostrano mature e consapevoli della dimensione che il paese ha raggiunto; della sua capace di riassumere in sé un numero straordinario di comunità, gruppi etnici e lingue viventi.
“Bisharaf! Bisharaf! Bisharaf! Infami, Infami, Infami. Urlano di notte nella mia mano – ndr che evidentemente regge un telefono cellulare, sta osservando la scena su Instagram – Sono tanti. Bambini per mano alle loro madri, ragazzine con i capelli lunghi, sciolti, che sventolano in aria i loro veli come bandiere, donne a braccetto, ragazzi, uomini, spalla a spalla, vecchi. Sfilano lungo viale Valiasr, sotto i platani, tra i clacson delle auto e il crepitio dei motorini, nel bagliore dei lampioni dorati. Sono disarmati. A ogni passo le loro voci si intrecciano sempre più strette. All’improvviso una voce si stacca dal coro. Una donna grida: “Non ho altre armi che il mio corpo. Il mio destino è combattere col mio corpo per il futuro. Un futuro di libertà”.
Nei libri contemporanei è raro trovare incipit davvero significativi. Eppure, le prime righe di “Nel cuore del gatto” di Jina Khayer, edito da Iperoborea e pubblicato in Italia nel mese di maggio 2026, meritano di essere riportate integralmente. La scena che viene rappresentata in queste prime righe è emblematica della narrazione delle rivolte avvenute in Iran, in particolare quella seguita alla morte di Jina Mahsa Amini nel 2022, giovane iraniana di etnia curda morta per mano della polizia morale. È emblematica per due distinte ragioni.
Innanzitutto, l’autrice ci racconta di una donna – probabilmente la stessa Jina Khayer – che vive all’estero e che attraverso i social (Urlano di notte nella mia mano) partecipa con immenso trasporto alle manifestazioni che hanno scosso l’Iran dopo la morte di Mahsa Amini e che sono seguite a circa un decennio di sommosse popolari inaugurate dal Movimento Verde nel giugno del 2009, dopo la vittoria elettorale di Mahmoud Ahmadinejad. L’autrice ci racconta in queste poche righe il trasporto, la partecipazione e il coinvolgimento degli iraniani che sono nati e vissuti all’estero – Jina Khayer è nata e vive in Germania – nei processi di trasformazione della società iraniana. Ci racconta il ruolo straordinario che hanno svolto la rete e i social nel diffondere le notizie delle manifestazioni e dei cortei, i punti di incontro dei manifestanti, nel descrivere le violenze in atto e nel trasmetterle a noi occidentali, con l’effetto di generare in grandissima parte dell’opinione pubblica una repulsione legittima e fondatissima nei confronti del regime iraniano. L’opinione pubblica occidentale, però, non ha ascoltato i contenuti delle rivolte. Le ha scambiate per rivolte filo-occidentali, di chi vuole “vivere come noi”, creando una grande confusione di concetti e generando un sentimento – illegittimo – anti-iraniano in ampi strati dell’opinione pubblica occidentale. Si è generato un grande fraintendimento.
Il secondo aspetto che rende emblematica la scena narrata nell’incipit del libro è che la rivolta iraniana, come altre sommosse e rivoluzioni del passato, passa attraverso il corpo delle donne, vive nel corpo delle donne, si palesa al mondo con l’immagine del corpo della donna. Coperto, velato, per scelta, per adesione al precetto religioso o per forza e con violenza imposto dalla polizia morale. Un corpo che viene liberato, con il velo fatto roteare nei cortei, quale simbolo di una indipendenza, fierezza e autonomia femminile che, al contrario della vulgata maggiormente diffusa, in Iran si manifesta nel grandissimo numero di donne laureate e impegnate in compiti e funzioni di altissimo livello nella gerarchia sociale ed economica del paese – non si contano le donne medico, docenti universitarie, ingegnere, etc. – eppure vincolate, nella maggior parte del paese, ad un costume esteriore che una buona parte di esse non riconosce più.
Il corpo della donna assume una funzione catartica per l’intera società iraniana, acquisisce una funzione liberatoria ma, attenzione, non ha nulla di filo-occidentale. D’altronde, al di là delle narrazioni binarie alle quali siamo ormai assuefatti, dove al bianco si contrappone il nero, al bene il male, la società iraniana è di una complessità straordinaria, trasuda stratificazioni etniche, sociali e culturali secolari, ed in essa non mancano manifestazioni di libertà che continuiamo colpevolmente ad ignorare. In rete si moltiplicano video e reel che raccontano di una vita notturna assai vivace nelle principali città del paese, di musica dal vivo, di ragazze che ormai hanno fatto definitivamente a meno del velo.
Gli slogan che hanno animato le proteste in Iran dal 2018 ad oggi sono emblematici per chiarire quali sono le rivendicazioni popolari e in quale direzione queste proteste, se trasformatesi in rivoluzione capaci di modificare il regime esistente, potrebbero orientare la politica del paese. “Il popolo è povero, mentre i mullah vivono come dei” (Mardom gedaee mikonand, agha khodaee mikonand). “Un’appropriazione indebita in meno e i nostri problemi sarebbero risolti” (Yek ekhtelas kam beshe, moshkele ma hal mishe). “Donna, vita, libertà” (in curdo Jin, Jîyan, Azadî). Infine, il più emblematico: “Né Gaza né Libano, sacrifico la mia vita solo per l’Iran” (Na Gaza, na Lobnan, janame fadaye Iran).
Le proteste del 2018 ebbero una connotazione prevalentemente economica. La crescita dell’inflazione, in un sistema afflitto da oltre quarant’anni di sanzioni internazionali, aveva esasperato la popolazione, coinvolgendola nelle proteste in modo trasversale. I manifestanti, uniti nonostante le differenze etniche, di ceto e di genere, chiedevano al regime un impegno maggiore nella soluzione dei problemi economici del paese, chiedendo espressamente un disimpegno finanziario nei conflitti internazionali – Gaza, Libano, Siria, Iraq – e una più efficace lotta alla corruzione, ormai endemica in un regime che dopo 40 anni di governo ininterrotto mostrava chiari segni di perdita di appeal sul fronte interno mentre, di converso, vivendo una stagione inaspettata di grande influenza internazionale. Il regime – e su questo conferma la sua straordinaria vocazione imperiale – ha saputo consolidare la propria influenza sul fronte esterno, estendendo la propria ingerenza in tutto il Medio Oriente, finanziando, armando e condizionando ideologicamente grosse fette della società siriana, irachena, libanese, palestinese fino ad insediarsi attraverso il partito Houti in Yemen e nella penisola arabica.
Le proteste inaugurate nel 2022, dopo la morte di Mahsa Amini, non hanno perduto i toni della rivendicazione interna ma hanno visto lo straordinario protagonismo delle donne iraniane e verranno ricordate per lo slogan, dal grande contenuto liberatorio, “Donna, Vita, Libertà”.
Ciò che emerge da uno sguardo più attento delle proteste iraniane degli ultimi dieci anni è che non vi è traccia di alcun riferimento agli stili di vita occidentali, che in nessun caso le piazze iraniane accetterebbero ingerenze di paesi stranieri nella propria politica interna, che le questioni interne vengono fieramente affrontate sul fronte interno, che non vi sono margini per un intervento salvifico esterno, sia esso israeliano o statunitense. Le piazze iraniane si mostrano profondamente mature e consapevoli della dimensione che il paese ha raggiunto fino ad oggi, capace di riassumere in sé un numero straordinario di comunità, gruppi etnici e di lingue viventi. Sono piazze consapevoli della necessità di conservare l’unità del paese e, al contempo, della sua dimensione imperiale.
Molti giovani iraniani che hanno partecipato ai movimenti di protesta hanno preso l’abitudine di visitare i siti sacri e i complessi funerari zoroastriani, come le celebri Torri del Silenzio (Dakhma) e il Tempio del Fuoco (Ateshkadeh) a Yazd, spinti da un forte desiderio di riscoprire le proprie radici culturali pre-islamiche. Negli ultimi anni, moltissimi ragazzi in Iran hanno iniziato a manifestare un forte distacco dai precetti religiosi imposti dal regime teocratico. Per questo motivo, guardano allo Zoroastrismo — l’antica religione nazionale della Persia prima della conquista araba — non necessariamente per convertirsi, ma come simbolo di un’identità culturale pura, legata alla tolleranza e alla storia gloriosa del proprio Paese. È un percorso in atto che sta coinvolgendo moltissime persone e che non mette in discussione la dimensione imperiale del paese, anzi la rafforza consolidando un legame identitario dalle radici ancora più profonde. L’Islam sciita del 1979 fu lo strumento che l’impero persiano dette a sé stesso per mantenere l’unità del paese, liberandolo dall’influenza straniera che il regime di Reza Pahlavi non era più in grado di garantire.
La prospettiva realisticamente più ottimistica, secondo lo sguardo occidentale, di una possibile affermazione politica delle proteste iraniane non è l’occidentalizzazione del paese o la fine della dimensione imperiale. Piuttosto, si andrebbe nella direzione di un regime probabilmente più laico ma capace di confermare il posizionamento internazionale del paese, la sua capacità di influenzare la politica dei paesi vicini più fragili, la sua capacità di tenere insieme, semmai su pilastri differenti dallo sciismo, un paese nel quale i persiani, etnia dominante, costituiscono soltanto una piccola maggioranza.
D’altronde la storia insegna che gli imperi non muoiono mai per rinuncia alla dimensione imperiale ma tendenzialmente per questioni esterne e che le rivoluzioni mutano la forma dell’impero senza annullarne la dimensione imperiale. È stato così per la Rivoluzione Francese, che ha prodotto l’espansione imperiale napoleonica, per la Rivoluzione Bolscevica, che ha trasformato l’impero zarista in impero sovietico senza tradirne la dimensione imperialista. Fu così per la rivoluzione iraniana del 1979 che mutò il Trono del Pavone, simbolo del potere degli Scià, nel trono dell’Ayatollah, garantendo una sostanziale continuità della dimensione imperiale della società iraniana.
- Maurizio D’Ago: Presidente Acli Campania
