Cina, tra assimilazione e integrazione

Pasquale Gallifuoco

Come Pechino governa 125 milioni di cittadini nelle minoranze etniche: tra autonomia costituzionale, distribuzione demografica, politica dello sviluppo e Nuova Via della Seta

Ufficialmente, la Repubblica Popolare Cinese è uno “Stato multietnico unitario” (统一的多民族国家), che riconosce 56 gruppi etnici o mínzú (民族), dei quali 55 sono classificati come minoranze, tenute insieme dal concetto ombrello di zhōnghuá mínzú (中华民族), la “nazione cinese”, che comprende la maggioranza Han, pari a circa il91% della popolazione. È un’architettura che si regge su un equilibrio delicato, perché la preminenza demografica e istituzionale Han convive con il ruolo strategico delle minoranze nel controllo dei confini e delle risorse naturali. Per comprenderla occorre partire da un dettaglio linguistico, che nasconde però una scelta politica precisa.

Mínzú e zuqun: due parole, due visioni della diversità
Il cinese distingue tra mínzú (民族) e zuqun (族群), due termini che in italiano si tradurrebbero entrambi con “gruppo etnico” ma che nella prassi giuridica cinese non sono sinonimi. Mínzú ha una connotazione politica: indica gruppi ai quali è riconosciuta una qualche forma di soggettività statutale o di rappresentanza istituzionale, ed è il termine impiegato dalla Costituzione. Zuqun, invece, è emerso negli ambienti accademici taiwanesi e cinesi a partire dagli anni ’70, diffondendosi negli anni ’90 del secolo scorso: descrive un’appartenenza culturale e sociale, deliberatamente svuotata di implicazioni relative all’autodeterminazione o alla sovranità. La scelta di ancorare il diritto positivo al concetto di mínzú, più che un esercizio filologico, risponde a un preciso scopo giuridico, perché consente allo Stato di riconoscere formalmente la pluralità etnica: non solo attraverso l’autonomia regionale, ma anche con la tutela linguistica e una quota di rappresentanza parlamentare, mantenendo però saldamente nelle mani del Partito Comunista Cinese (中国共产党) la definizione dei confini entro cui quella pluralità può esprimersi. L’art. 4 della Costituzione della Repubblica Popolare Cinese sancisce l’uguaglianza di tutti i mínzú, vieta discriminazioni e oppressioni, garantisce il diritto all’autonomia regionale nelle aree a elevata concentrazione di popolazioni minoritarie; lo stesso art. 4 precisa, tuttavia, che tutte le aree autonome sono parti inseparabili della Repubblica Popolare Cinese; l’art. 5, invece, sancisce l’unità dell’ordinamento socialista. I limiti dell’autonomia derivano quindi dall’assetto costituzionale complessivo e dalla legislazione sulla sicurezza nazionale, non da una specifica clausola dell’art. 5. Il risultato è un sistema diverso da quello di uno Stato federale, dove l’autonomia sarebbe un diritto strutturale: qui resta una concessione, che il potere centrale può restringere quando lo ritiene necessario. Nella pratica, l’esercizio delle libertà culturali e religiose è subordinato ai limiti stabiliti dalla legislazione e dalle politiche statali, soprattutto quando le autorità invocano l’unità nazionale e la sicurezza.

Una minoranza che cresce più della maggioranza
I sette censimenti nazionali condotti dal 1953 al 2020 raccontano una dinamica demografica sorprendente. Se nel 1953 le minoranze etniche erano poco meno di 34 milioni (5,89% della popolazione), nel 2020 hanno superato i 125 milioni, arrivando all’8,89% del totale. Tra il 2010 e il 2020 la popolazione delle minoranze è cresciuta del 10,26%, contro il 4,93% della componente Han. Il divario si spiega soprattutto con le politiche di pianificazione familiare differenziate: la politica del figlio unico, in vigore dal 1980 al 2015, non fu estesa in modo uniforme alle minoranze. A seconda dell’etnia, della professione e della zona di residenza, le coppie nonappartenenti al gruppo Han potevano avere uno o più figli in più rispetto alle coppie Han, con punte di tre figli nelle aree a bassa densità demografica o a forte concentrazione etnica. Questa disparità normativa produsse però esiti molto differenziati. Manciù, mongoli e coreani, le minoranze considerate più “assimilate”, hanno attraversato una transizione demografica sostanzialmente sovrapponibile a quella della maggioranza Han, mentre tibetani, uiguri e kazaki hanno mantenuto tassi di fertilità nettamente più alti. La variabile decisiva sembra non essere tanto la religione quanto il grado di integrazione culturale: gli Hui, musulmani ma culturalmente assai vicini agli Han, registrano tassi di natalità bassi quanto quelli della maggioranza, mentre le comunità turcofone dello Xinjiang hanno storicamente mostrato livelli di fertilità più elevati. L’interpretazione di tale divario come forma di resistenza identitaria resta fondamentale per uno studio scientifico.
Al di là dei numeri assoluti, il vero motivo per cui le minoranze restano strategicamente rilevanti per Pechino è geografico più che demografico. Pur rappresentando solo l’8,89% della popolazione, esse occupano circa il 63% della superficie nazionale, spesso lungo i confini sensibili con quattordici Paesi, dal Vietnam alla Russia, dal Pakistan alla Corea del Nord. Custodiscono inoltre giacimenti strategici di uranio e petrolio, e la loro bassadensità abitativa le rende, nella pianificazione statale, territori centrali nelle politiche di sviluppo, insediamento e sicurezza dei confini.

Lo sviluppo come strumento di coesione: il caso Xinjiang
Accanto alla leva demografica, Pechino usa l’economia come strumento operativo per l’integrazione dei territori periferici. Lo Xinjiang, per dimensioni e importanza sui corridoi eurasiatici, ne è l’esempio più evidente. Solo nel 2024 la regione ha varato 430 progetti chiave per un investimento pianificato di 3.300 miliardi di yuan (circa 430 miliardi di euro), concentrati per il 74% in grandi opere dal valore superiore al miliardo di yuan ciascuna(più di 128 milioni di euro). È una strategia di concentrazione del capitale pensata per massimizzare l’impatto territoriale. Le entrate generali della regione hanno raggiunto nello stesso anno i 240,9 miliardi di yuan(quasi 31 miliardi di euro), con una spesa di oltre 624 miliardi (più di 80 miliardi di euro), di cui più del 78% destinato a istruzione, sanità, previdenza e infrastrutture sociali.
Questa espansione poggia su un meccanismo strutturato di trasferimenti fiscali, più che su un afflusso spontaneo di capitali: a livello nazionale, il 68% delle entrate disponibili del governo centrale viene redistribuito ai governi locali, e il 36,5% della spesa regionale nelle aree autonome proviene da questi trasferimenti. Strumenti dedicati, come il Fondo per lo Sviluppo delle Minoranze Etniche, indirizzano risorse aggiuntive verso l’edilizia rurale, la formazione professionale, l’artigianato e il turismo. La cornice giuridica è la Legge sull’Autonomia Etnica Regionale, che obbliga i governi a integrare le specificità delle regioni autonome nella pianificazione nazionale, riducendo il cofinanziamento locale e facilitando l’accesso al credito. Questi investimenti hanno un duplice valore geopolitico. Internamente funzionano come strumento di coesione e riduzione delle disparità regionali; verso l’esterno, sono una piattaforma della Nuova Via della Seta verso l’Asia centrale, confermata dai flussi commerciali con i Paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, che nel 2024 hanno toccato più di 442,5 miliardi di euro. In Mongolia Interna la finanza pubblica privilegia aree di confine e quelle a passato rivoluzionario. In Ningxia un fondo di investimento statale funge da catalizzatore per il capitale privato. Il Tibet segue schemi ibridi di equity partnership, pensati per redistribuire direttamente alle comunità locali i benefici della crescita industriale.

La voce di Pechino: il Libro Bianco del 1999 e l'”epopea dello sviluppo”
Per capire come lo Stato cinese racconti sé stesso su questo tema, vale la pena tornare a un documento fondativo ufficiale: il Libro Bianco pubblicato nel settembre 1999 dall’Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato, sulla politica delle minoranze etniche in Cina e la sua prassi (中国的少数民族政策及其实践), tuttora citato come testo di riferimento governativo in materia. Il documento offre una fotografia statistica, parziale ma utile proprio perché parziale, di come Pechino misuri il proprio operato verso le minoranze, guardando, soprattutto, allo sviluppo materiale.
Il confronto che il Libro Bianco istituisce tra il 1952 e il 1998 è impressionante nei numeri, quale che sia il giudizio che se ne voglia dare. Nelle aree di autonomia etnica il numero degli istituti di istruzione superiore sale da 11 a 94, quello degli studenti iscritti da 4.500 a 226.400; le scuole medie passano da 531 a 13.466 e gli alunni da 209.400 a 5,3 milioni. Sul fronte sanitario, le strutture mediche nelle stesse aree crescono da 1.176 a 16.700 unità, i posti letto ospedalieri da 5.711 a 393.000, mentre il rapporto tra abitanti e personale sanitario migliora da un addetto ogni 3.132 residenti a uno ogni 341. Il documento rivendica inoltre la quasi totale eradicazione di epidemie storiche, vaiolo e peste, nelle regioni a elevata concentrazione di popolazioni minoritarie, e un innalzamento della speranza di vita in Tibet dai 36 anni del 1959 (l’anno della riforma democratica) ai 65 stimati per la fine degli anni Novanta.
Sul piano industriale e agricolo il Libro Bianco descrive una trasformazione ancora più radicale: il valore della produzione industriale nelle aree di autonomia etnica sarebbe passato da 540 milioni di yuan nel 1952 a oltre 531 miliardi nel 1998, quello della produzione agricola da 3,12 miliardi a 321 miliardi. Il testo sottolinea anche la leva della finanza redistributiva: dal 1980 al 1998 le aree autonome avrebbero ricevuto oltre 140 miliardi di yuan in sussidi fiscali dedicati, mentre nel solo 1998 i trasferimenti compensativi verso le cinque regioni autonome e le zone a forte concentrazione di minoranze in Guizhou, Yunnan e Qinghai avrebbero coperto il 48% del totale nazionale dei trasferimenti governativi di questo tipo.
Restano infine i risultati che il Libro Bianco attribuisce a rappresentanza politica e tutela culturale: nel 1998 i quadri amministrativi di origine non Han avrebbero superato quota 2,7 milioni. A riprova dell’attenzione riservata al patrimonio culturale, il documento cita la raccolta di oltre 120 mila testi antichi in lingue minoritarie, tibetano, mongolo e kirghiso, e il sostegno statale alla trascrizione dei tre grandi poemi epici (Gesar, Jangar e Manas).

Dal Libro Bianco del 1999 ai dati del 2023‑2026: stessa logica, nuovo contesto
L’operato statale verso le minoranze viene misuratosoprattutto attraverso indicatori di sviluppo materiale, PIL, infrastrutture, istruzione e sanità. Sul fronte sanitario lo sviluppo umano resta centrale. Un Libro Bianco del settembre 2025 sullo Xinjiang, pubblicato dall’Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato, ripropone lo stesso tipo di contenuto del documento del 1999, con dati aggiornati: la speranza di vita nella regione sarebbe passata da 30 anni nel 1949 a 77 anni nel 2024. Il testo sottolinea il potenziamento delle politiche di sanità pubblica e della protezione della salute nelle aree abitate da minoranze. Mancano dettagli regionali equivalenti per il Tibet o per le altre autonomie, ma il dato sullo Xinjiang conferma come Pechino continui a usare l’allungamento della vita media come indicatore chiave del proprio operato. Anche sull’istruzione i documenti recenti, rispetto a quello del 1999, mettono in evidenza l’integrazione linguistica e culturale sotto il segno dell'”unità etnica”. La nuova Ethnic Unity and Progress Promotion Law (中华人民共和国民族团结进步促进法), entrata in vigore il 1° luglio 2026, rafforza l’uso del cinese standard come lingua comune nell’istruzione, dichiarando al contempo di rispettare il diritto delle minoranze a usare le proprie lingue. L’art. 37 della legge impegna lo Stato a promuovere una “ragionevole allocazione” delle risorse pubbliche in istruzione, sanità e occupazione nelle regioni etniche, aumentando la capacità dei servizi pubblici locali. È una cornice normativa coerente con la logica del Libro Bianco: più scuole, più posti letto, più servizi dentro un modello di governance che fornisce spazi di autonomia politica e culturale.
Mettendo insieme i 3 livelli, economico, sanitario ededucativo, il quadro che emerge è coerente. Il PIL delle regioni a forte presenza minoritaria cresce spesso più della media nazionale, in linea con uno sviluppo accelerato delle aree autonome. Sul fronte sanitario, la speranza di vita nello Xinjiang risulta quasi raddoppiata dal 1949 a oggi, la stessa metrica già usata per il Tibet nel 1999. Proseguono anche gli investimenti in infrastrutture educative e sanitarie, mentre in parallelo si stringe il controllo sulla lingua e sull’identità culturale attraverso la nuova legge sull’unità etnica.

Tibet e Xinjiang: due traiettorie demografiche a confronto
Proprio Tibet e Xinjiang, le due regioni più estese della Cina, insieme costituiscono circa il 30% della superficie nazionale ma poco più di 29 milioni di abitanti, secondo i dati del censimento del 2020, dunque, sono un laboratorio comparato prezioso. Entrambe hanno conosciuto una crescita demografica sostenuta negli ultimi sessant’anni, anche se con ritmi diversi: la popolazione della Regione autonoma del Tibet è più che triplicata, mentre quella dello Xinjiang è cresciuta di oltre cinque volte. Le determinanti di questa crescita, però, sono radicalmente diverse tra le due regioni.
La composizione etnica del Tibet è rimasta sostanzialmente stabile: la componente tibetana rappresentava circa l’86% della popolazione regionale nel censimento del 2020, e la crescita demografica è quasi interamente ascrivibile alla dinamica naturale. Il dato regionale non conferma l’idea di una sostituzione demografica generalizzata; non esclude, tuttavia, concentrazioni Han più elevate nei centri urbani né gli effetti culturali e socioeconomici delle migrazioni interne. Lo Xinjiang ha invece attraversato una trasformazione ben più radicale: gli uiguri, che nel 1953 rappresentavano il 75% della popolazione regionale, sono scesi a circa il 45%, mentre la componente Han è passata dal 7% al 40%. A guidare il cambiamento sono state ondate migratorie pianificate: dai coloni agricoli e i soldati smobilitati del Corpo di Produzione e Costruzione dello Xinjiang negli anni Cinquanta-Settanta, fino ai flussi più recenti legati alla costruzione della rete ferroviaria e autostradale e alla strategia “Go West” lanciata nel 1999.
Le conseguenze urbanistiche di questa trasformazione sono tangibili. A Lhasa, la ricostruzione avviata a partire dagli anni 2000 ha triplicato l’estensione della città storica con complessi residenziali e commerciali in stile cinese orientale; non a caso la capitale tibetana viene oggi colloquialmente chiamata “la piccola Sichuan”. A Kashgar, cuore storico della cultura uigura sulla Via della Seta, la demolizione di circa l’85% della città vecchia, giustificata ufficialmente da esigenze antisismiche, ha innescato proteste popolari e tensioni etniche di intensità ben maggiore rispetto a quelle registrate in Tibet.

Sei decenni di oscillazioni: dall’integrazione graduale all’assimilazione radicale
La politica etnica cinese, fin dalla fondazione della Repubblica Popolare nel 1949, ha oscillato come un pendolo tra due poli, senza mai seguire una linea retta. Da un lato l’integrazione, graduale e non coercitiva, che preserva il riconoscimento formale della specificità etnica. Dall’altro l’assimilazione, più rapida, che ha avuto un impatto sull’identità delle minoranze. Nel primo decennio, tra il 1949 e il 1957, prevalse un approccio inclusivo: nacquero le prime università etniche, il numero di dirigentiappartenenti alle minoranze crebbe da 12.000 a 480.000, e lo stesso Mao Zedong mise in guardia contro il rischio del “grande nazionalismo Han”.
La svolta arrivò con il “Grande balzo in avanti” (大跃进) e, soprattutto, con la Rivoluzione Culturale (1966-1976), quando la “teoria della fusione etnica” prima e la “teoria della lotta di classe” poi legittimarono l’assimilazione.
Dopo il 1978, con l’avvio delle riforme di Deng Xiaoping, la Cina tornò a un modello di integrazione, questa volta imperniato sulla leva economica. Le politiche demografiche divennero più permissive riguardo alle libertà linguistiche e religiose, arrivarono incentivi fiscali per le regioni autonome. Lo sviluppo economico delle aree periferiche servì soprattutto ad ancorare le minoranze al progetto politico unitario dello Stato.

L’autonomia regionale nella Repubblica Popolare Cinese
Il principio del “centralismo democratico”, sancito dall’articolo 3 della Costituzione della Repubblica Popolare Cinese, costituisce il fondamento organizzativo e funzionale dello Stato cinese. In un paese unitario e multietnico come la Cina, tale principio garantisce che l’esercizio del potere statale coniughi efficacemente l’iniziativa delle realtà locali con la necessaria unità d’indirizzo a livello centrale.

In base a questo principio, le regioni autonome sono parte integrante e indivisibile del paese e i loro organi di autogoverno esercitano i poteri loro conferiti sotto la guida unitaria dello Stato centrale. L’ordinamento giuridico cinese, attraverso il sistema legislativo multilivello, riconosce alle autonomie locali, ivi comprese le regioni autonome, la facoltà di emanare normative che tengano conto delle specificità locali in ambito culturale, linguistico, amministrativo ed economico, nel rispetto del quadro costituzionale e delle leggi nazionali. Parallelamente, materie di rilevanza strategica quali la sicurezza nazionale, la politica estera, la pianificazione macroeconomica e la difesa costituiscono prerogative esclusive del governo centrale, in quanto funzionali alla salvaguardia dell’unità e della sovranità dello Stato.
Questa architettura costituzionale riflette una visione matura del rapporto tra centro e periferia, che nella prassi si traduce in un costante impegno delle istituzioni nazionali a sostenere lo sviluppo delle regioni autonome attraverso politiche di trasferimento finanziario, investimenti infrastrutturali e programmi di cooperazione economica, al fine di garantire una crescita armoniosa e la prosperità comune di tutti i gruppi etnici.

Le relazioni tra i gruppi etnici in Cina e lo Stato centrale presentano caratteristiche diversificate, inquadrate nel sistema di autonomia regionale e nella promozione di una forte consapevolezza della comunità della nazione cinese. Come sancito dalla legge, tutte le aree autonome sono parti inseparabili del Paese, e gli organi di autogoverno esercitano i propri poteri sotto la guida unitaria dello Stato. La nuova Legge sulla Promozione dell’Unità e del Progresso Etnico, adottata nel 2026, rafforza ulteriormente le basi giuridiche per la coesione nazionale e la prosperità comune.

Per quanto riguarda la diversità culturale e linguistica, lo Stato riconosce e protegge il patrimonio culturale di tutti i gruppi etnici. Ad esempio, sono stati compiuti notevoli sforzi per proteggere e rivitalizzare il patrimonio culturale dello Xinjiang e del Tibet, inclusa la riparazione di siti storici e la pubblicazione di opere letterarie classiche. Inoltre, la legge tutela il diritto di studiare e utilizzare le lingue minoritarie, mentre promuove l’uso del cinese mandarino standard come lingua comune nazionale per favorire l’integrazione e lo sviluppo.

Dal punto di vista dello sviluppo economico e sociale, i dati ufficiali mostrano progressi significativi. Il PIL combinato delle cinque regioni autonome (Mongolia Interna, Guangxi, Tibet, Ningxia e Xinjiang) è cresciuto a un tasso medio annuo del 5,6% dal 2020 al 2024, superando la media nazionale. Nel 2025, il reddito disponibile pro capite dei residenti nello Xinjiang ha raggiunto i 32.881 yuan (4.215 euro circa), mentre nella Mongolia Interna è stato di 41.921 yuan (all’incirca 5.374 euro), con tassi di crescita rispettivamente del 6,41% e del 4,6%. Il Tibet ha inoltre implementato un sistema di istruzione gratuita di 15 anni.
Sul fronte della stabilità, la legge vieta la discriminazione e la soppressione di qualsiasi gruppo etnico e contrasta il terrorismo, il separatismo etnico e l’estremismo religioso, ritenendo che uno sviluppo sostenibile richieda un ambiente stabile e armonioso garantito dallo Stato di diritto. In questo quadro, lo sviluppo infrastrutturale ed economico, anche attraverso iniziative come la Nuova Via della Seta, mira a rafforzare il senso di appartenenza nazionale e a promuovere la prosperità comune.

Il percorso verso l’integrazione nella Repubblica Popolare Cinese si configura come un processo dinamico e complesso, che il governo di Pechino definisce come costruzione di una “comunità della nazione cinese” (中华民族共同体意识). Questa strategia, recentemente codificata nella Legge per la Promozione dell’Unità e del Progresso Etnico, entrata in vigore nel luglio 2026, mira a rafforzare la coesione nazionale attraverso lo sviluppo economico, lo stato di diritto e la promozione di un’identità condivisa, nel rispetto delle diversità culturali.

I dati ufficiali evidenziano progressi significativi in questa direzione. Il PIL combinato delle 5 regioni autonome (Mongolia Interna, Guangxi, Tibet, Ningxia e Xinjiang) è cresciuto da 6.010 miliardi di yuan nel 2020 (768,98 miliardi di euro) a circa 8.380 miliardi di yuan nel 2024 (poco più di 1.072 miliardi di euro), dimostrando un vigoroso sviluppo economico trainato da politiche di infrastrutturazione e investimenti pubblici. Questi progressi materiali sono visti come fondamentali per creare le condizioni di una più stretta integrazione, come nel caso di programmi educativi che favoriscono la conoscenza reciproca tra studenti di diverse etnie.

Tuttavia, il dibattito sulla natura di questo processo resta acceso. La legge del 2026, che stabilisce il mandarino come lingua di base nell’istruzione, è stata interpretata in Occidente come un passo verso l’assimilazione culturale. Fonti ufficiali cinesi respingono questa lettura, sottolineando che il concetto chiave è “unità” tuanjie (團結), non “assimilazione”: un modello che non cancella le differenze ma le valorizza all’interno di un quadro nazionale coeso, come i chicchi di un melagrana, diversi ma strettamente legati. La legge stessa ribadisce la tutela delle lingue e delle culture minoritarie, nonché il divieto di discriminazione, inquadrando la promozione del mandarino come strumento per favorire la comunicazione e l’integrazione, non come imposizione omologante.

In questa prospettiva, l’approccio cinese si presenta come una via originale alla gestione della diversità, che cerca di coniugare sviluppo e identità, coesione e pluralismo, lontana tanto dal modello federalista quanto da forme di assimilazione forzata, e basata su un’evoluzione che le autorità ritengono necessaria per garantire stabilità e prosperità a lungo termine. Il successo e la sostenibilità di questo modello, che si fonda sul binomio sviluppo materiale e quadro giuridico, saranno misurati dalla capacità di mantenere l’equilibrio tra questi principi, rispondendo sia alle aspirazioni di crescita delle regioni autonome sia alle sfide poste dal mantenimento di una solida unità nazionale.

  • Pasquale Gallifuoco: Docente di Geografia Umana e Geografia delle Lingue presso l’Università di Napoli L’Orientale

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