Due gli elementi fondamentali della sua azione sindacale: l’unità e la valorizzazione del pluralismo, considerato elemento di forza della lotta sindacale. Una frase sintetizza il senso della sua azione politica: libertà nella giustizia, giustizia nella libertà
«Renato Cappugi dirigente confederale della CISL curava in modo particolare il Pubblico Impiego, ma la specializzazione non gli impediva di approfondire altri temi e di rappresentare autorevolmente la pocoToscana bianca. Carattere forte non aveva in loco rapporti sempre facili con il partito, tanto che alla vigilia delle elezioni del 1953 sembrò che non lo volessero ricandidare. Fui spedito da De Gasperi a Firenze con un messaggio severissimo di appoggio; e ne fu commosso, anche perché alcune volte aveva dovuto dare al governo, anche in aula, dispiaceri di bilancio; e temeva che il Presidente lo abbandonasse» (G. Andreotti, I nonni della Repubblica, Rizzoli, Milano, p. 54).
Sono parole di Giulio Andreotti, amico di Cappugi nonostante la differenza di età e soprattutto nonostante le differenze di sensibilità e di posizioni politiche. Una prova di quanto nella vecchia Democrazia Cristiana ci fosse la consapevolezza del valore del pluralismo e di come la ricerca del bene comunecomportasse il dialogo, la valorizzazione delle differenze e dei confronti dialettici.
Renato Cappugi nasce a Firenze il 24 maggio del 1901 da Luigi Cappugi, di professione tranviere, e da Serafina Gori. Frequenta l’Istituto Tecnico Toscano “Gaetano Salvemini” e si iscrive al Circolo degli studenti secondari «Italia nova», fondato e guidato da don Giulio Facibeni (1884-1958), protagonista indiscusso del mondo cattolico fiorentino del primo Novecento e fondatore, nel 1923, dell’ente caritativo più famoso della città: l’Opera Divina Provvidenza Madonnina del Grappa nata per assistere orfani e vedove di guerra e che allargherà progressivamente la sua azione nel campo della formazione scolastica e professionale. Cappugi e don Facibeni saranno legati da una profonda stima reciproca, da una forte amicizia e dalla condivisione di comuni prospettive culturali e politiche in merito all’azione dei cattolici nel campo sociale e politico.
Superato un concorso nazionale, entra nelle Ferrovie dello Stato mentre intensifica il suo impegno sul piano culturale, sindacale e politico: membro della Gioventù Cattolica Italiana (GIAC) è dirigente del Sindacato ferroviario all’interno della Confederazione Italiana del Lavoro (CIL) ed è infine tra i fondatori fiorentini del Partito Popolare Italiano. Il 16 dicembre 1923 è eletto Presidente della Federazione fiorentina della GIAC e nell’agosto dello stesso anno entra nel Consiglio Regionale.
L’antifascismo di Cappugi fu, sin dalla nascita dei Fasci di Combattimento, radicale e non conobbe né incertezze né temporeggiamenti. Visse come antitetica la professione della fede cristiana e la partecipazione a qualsiasi titolo all’ideologia e all’attività politica fascista. Nel Congresso regionale della GIAC svoltosi ad Arezzo tra il 10 e l’11 agosto del 1924 presentò un ordine del giorno «contro tutti i monopoli sindacali» e in cui si chiedeva il divieto per i giovani cattolici di aderire ai sindacati fascisti richiamando il dovere morale di lottare dentro la Confederazione Italiana del Lavoro.
Nel 1925 Cappugi è nel comitato di redazione di «Cronaca sociale d’Italia», ultima voce libera dell’antifascismo cattolico-democratico e di cui fu magna pars Giovanni Gronchi, al quale Cappugi sarà legato da una profonda amicizia per tutta la vita. Il primo numero venne subito intercettato dalla Questura e sequestrato per le tesi sostenute dal padre domenicano Mariano Cordovani nell’articolo Il concetto di Stato, una critica radicale alla statolatria fascista e una chiara denuncia della sua incompatibilità con la dottrina sociale della chiesa. Da qui si comprendono le linee editoriali della rivista: la critica non solo al corporativismo fascista ma anche all’attendismo di tanta parte del mondo cattolico e delle gerarchie ecclesiastiche di fronte alla crisi dello Stato liberale.
Nello stesso 1925, a norma dei nuovi Statuti dell’Azione Cattolica di Pio XI, Cappugi fu nominato dalla Santa Sede delegato regionale toscano della GIAC, un incarico a cui rinunciò in seguito alle critiche espresse dal cardinale arcivescovo di Firenze Alfonso Maria Mistrangelo alle linee di «Cronaca Sociale d’Italia». Il cardinale agì in seguito ad una Nota pubblicata nell’aprile dall’«Osservatore Romano» in cui si precisava che«Cronaca Sociale d’Italia», pur animata da personalità notoriamente cattoliche, non era in alcun modo voce ufficiale né della chiesa né dell’Azione Cattolica. Cappugi, che pur dichiarò di non vedere in coscienza alcuna contraddizione tra l’azione politica e l’azione religiosa, preferì rimettere il mandato di delegato regionale della GIAC. Il clima politico era ormai chiaro: Pio XI preferì liquidare l’esperienza politica del Partito Popolare di Sturzo e giungere a un compromesso di vertice tra chiesa e Stato fascista. Compromesso, che fu anche parziale convergenza, e che, come è noto, si espresse nella firma del Concordato l’11 febbraio 1929. Una pagina della storia della chiesa che Cappugi, come altri cattolici popolari, subì e accettò con spirito di ubbidienza.
Significativa, sotto questo aspetto, una lettera che il giovane Cappugi scrisse a don Luigi Sturzo il 2 novembre 1926: non solo una calda testimonianza di gratitudine e un attestato di stima per aver insegnato la libertà a tanti giovani cattolici ma anche la condivisione di una sofferenza nel vedere le gerarchie ecclesiastiche sconfessare di fatto il popolarismo.
Dopo la chiusura forzata di «Cronaca Sociale d’Italia» Cappugi, già vittima di aggressioni fasciste, subì nel 1928 un trasferimento punitivo a Milano: provvedimento “disciplinare” che costrinse il giovane a rimandare le nozze. A Milano, oltre a frequentare Giovanni Gronchi, ivi trasferitosi dopo essere decaduto dal mandato parlamentare e aver abbandonato l’insegnamento, Cappugi ebbe modo di entrare in contatto con gli esponenti dell’antifascismo cattolico del Movimento Neoguelfo d’Azione che agì in clandestinità tra il 1928 e il 1933. Dopo la morte del padre, Cappugi chiese e ottenne il ritorno a Firenze dove sposò Maria Lari il 9 maggio 1932: dalla loro unione nacquero, tra il 1933 e il 1939, Bianca Maria, Teresa, Luigi, Pietro ed Elena.
Negli anni del consenso Cappugi riprese le attività di animazione culturale e religiosa nelle file dell’Azione Cattolica ma in un contesto diocesano molto diverso. L’arcivescovo cardinale Elia Dalla Costa, succeduto a Mistrangelo, ebbe particolare stima per Cappugi di cui apprezzava non solo la spiccata sensibilità per la giustizia sociale ma anche la robustezza della sua cultura religiosa e in particolare teologica. Di questi anni resta la pubblicazione del Discorso al Convegno dei Confratelli della Conferenza Toscana della Società San Vincenzo de’Paoli tenuto a Camaldoli il 30 giugno 1936 dato alle stampe con il titolo La visita dei poveri a domicilio (Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 1937). Divenne in seguito vicepresidente della Federazione degli Uomini Cattolici della diocesi di Firenze e vicepresidente del Consiglio Superiore Toscano della Società di San Vincenzo de’ Paoli.
Alla vigilia della caduta del regime fascista Cappugi riprende l’attività politica e sindacale. Membro del Comitato di Liberazione Ferroviario e del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, partecipò alla fondazione della Democrazia Cristiana a Firenze. Il 10 dicembre 1944 fu presidente del Convegno sindacale fiorentino e, in linea con il «Patto di Roma» firmato il 9 giugno 1944 da Giuseppe Di Vittorio, Achille Grandi ed Emilio Canevari, lottò per l’unità e l’indipendenza dell’azione del sindacato e per una piattaforma di rivendicazioni fondata sulla lotta alla disoccupazione e sulla partecipazione degli operai all’organizzazione aziendale. Nel 1945 è nella segreteria della Camera del Lavoro di Firenze con Renato Bitossi del PCI e Gino Bartoletti del PSIUP.
Due gli elementi fondamentali dell’azione sindacale di Cappugi di fronte alle emergenze della ricostruzione materiale, morale e politica del paese: da un lato l’unità sindacale, come elemento irrinunciabile di forza per il movimento dei lavoratori, e dall’altra la valorizzazione delle differenti correnti sindacali, espressione di culture politiche diverse ma chiamate, nel contesto democratico dolorosamente riconquistato, non solo e non tanto al reciproco rispetto, ma alla valorizzazione del pluralismo, considerato elemento di forza e non di debolezza della stessa lotta sindacale.
Al 1° Congresso delle Organizzazioni sindacali della CGIL dell’Italia liberata (Napoli, 28 gennaio – 1 febbraio 1945) Cappugi aveva presentato un ordine del giorno, firmato anche da Pastore e da altri sindacalisti cattolici, in cui si affermava la «necessità immediata di una profonda democratizzazione della vita economica della Nazione» e in cui si chiedeva «la partecipazione dei lavoratori…al controllo e alla gestione delle aziende, nonché la sollecita elaborazione di un piano tendente alla loro nazionalizzazione» a partire dal settore strategico del «settore elettrico». Commentando i lavori congressuali dalle pagine di «Giovani» Cappugi ribadiva che l’unità sindacale, già sancita dal «Patto di Roma» del 1944, trovava un più forte fondamento proprio nel riconoscimento da parte di tutte le anime del sindacato- comunista, socialista e cattolica – che «i valori spirituali e morali ed il rispetto della persona umana avrebbero dovuto essere elemento fondamentale dell’azione della Confederazione».
Tra l’estate del 1948 e la primavera del 1950 si consuma la crisi dell’unità sindacale e quindi la fine del «Patto di Roma» e si riconfigura il quadro del sindacalismo italiano. Le divergenze tra la componente cattolica e comunista sullo sciopero politico a seguito dell’attentato a Palmiro Togliatti del 14 luglio 1948 rappresentò l’esito drammatico di una ben più complessa e travagliata “convivenza”, entro la CGIL tra il 1944 e il 1948, tra le diverse componenti cattolica, laica e social-comunista. Il 15 settembre 1948 l’area cattolica fondava la Libera CGIL mentre quella socialdemocratica e repubblicana darà vita, il 4 giugno 1949, alla Federazione dei Lavoratori Italiani (FIL); la ricomposizione del quadro sindacale si concluderà nel 1950 con la nascita della UIL, di area socialista, il 5 marzo del 1950 e della CISL il 1° maggio, in cui confluiranno la Libera CGIL e la corrente laico-repubblicana della FIL.
Cappugi fu sempre a fianco di Giulio Pastore, segretario della Libera CGIL e poi nella CISL nel difendere l’autonomia dell’azione sindacale pur nel quadro della dialettica politica. Cappugi fu tra l’altro presidente del 1° Congresso della Libera CGIL (Roma, 4-7 novembre 1949) e dei primi tre congressi della CISL (Napoli, 11-15 novembre 1951; Roma, 23-27 aprile 1955; Roma, 19-22 marzo 1959).
Cappugi fu anche tra i fondatori delle ACLI e ribadì instancabilmente il carattere non sindacale e non politico dell’associazione nata con il preciso scopo di garantire, sviluppare e valorizzare la formazione spirituale dei lavoratori cristiani perché poi la loro azione sociale e politica non fosse disgiunta dalla più ampia azione apostolica della chiesa. Sin dalla caduta del regime Cappugi intreccia l’azione sindacale con l’azione politica: nel 1946 entra nella lista della Democrazia Cristiana per l’elezione dell’Assemblea Costituente. Risultato primo dei non eletti Cappugi entra comunque in Assemblea avendo optato Attilio Piccioni per il seggio del collegio unico nazionale. Alla Camera dei Deputati Cappugi sarà nuovamente eletto, con un corposo aumento delle preferenze nel 1948, 1953, nel 1958 e nel 1963.
Significativo esempio del riformismo sociale di Cappugi è il suo intervento legislativo durante i drammatici mesi della vertenza del «Pignone», una delle realtà industriali più importanti di Firenze destinata alla chiusura dalla proprietà SNIA-Viscosa alla fine del 1953. È nota l’azione politica messa in moto dall’allora sindaco di Firenze Giorgio La Pira: meno nota è l’azione “romana” di Cappugi, ugualmente significativa e dirimente per il buon esito che la vicenda ebbe. La fabbrica «Pignone» sarà acquisita poi dall’ENI di Enrico Mattei.
Il leader della CISL infatti, oltre a sostenere pubblicamente La Pira, e a partecipare alle trattative tra sindacati e proprietà, il 27 novembre 1953 presentava con l’onorevole Armando Angelini (1891-1968) una proposta di legge per consentire allo Stato l’esproprio di stabilimenti industriali inattivi. Cappugi e Angelini richiamavano gli articoli 3, 41 e 42 della Costituzione, fondando così la legittimità dell’esproprio degli impianti industriali inattivi con indennizzi minimi sul dovere della Repubblica di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale» che impedivano «il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori alla organizzazione politica, economica e sociale del Paese», nonché sulla «funzione sociale» della proprietà privata. Ma è in particolare l’articolo 2 della proposta di legge che testimonia la volontà di rafforzare, in quei mesi di accesa polemica politica sul caso Pignone, la posizione di La Pira nella difesa dell’occupazione: si consideravano infatti «inutilizzati o inattivi quegli stabilimenti la cui attività produttiva fosse cessata o comunque sensibilmente ridotta da oltre un mese» o quegli stabilimenti i cui proprietari avessero «manifestato la volontà di non riattivarli» o si fossero trovati «in stato di dissesto fallimentare o di liquidazione».
L’articolo 4 precisava che chiunque avesse avuto l’intenzione di riprendere l’attività produttiva, Stato o privati, avrebbe potuto chiedere la procedura di esproprio presentando al Prefetto della provincia di competenza un piano industriale entro venti giorni. Sarebbe stato poi nel potere del Prefetto, accertato lo stato di inattività dell’azienda, ordinare la perizia di stima dei beni nonché procedere all’esproprio. L’iniziativa legislativa facendo dell’esproprio un mezzo per garantire la fine dello stato di disoccupazione delle maestranze e la ripresa del lavoro intendeva così accelerare il più possibile tale procedura pur tutelando anche i diritti degli espropriati. E tuttavia l’indennizzo che questi ultimi avrebbero percepito oscillava tra un massimo del 50% e un minimo del 25% del valore degli stabilimenti. La proposta Angelini-Cappugi dette vita a un animoso dibattito e fu oggetto di analisi di una commissione speciale presieduta dal democristiano Giuseppe Rapelli. Piero Malvestiti, ministro per l’industria e il commercio del Governo Pella, segnalava la proposta Angelini-Cappugi ad Alcide De Gasperi come espressione non demagogica della dottrina sociale della chiesa e dalla quale la classe industriale avrebbe meglio compreso la responsabilità sociale dell’iniziativa privata.
Cappugi, sempre attento a tutte le situazioni di disoccupazione che gli venivano presentate, spese particolari energie a favore di musicisti e direttori d’orchestra: l’11 marzo 1949 nasceva a Firenze l’AIDEM – Associazione Italiana Diffusione Educazione Musicale – di cui Cappugi fu presidente e che, grazie a un primo quasi insperato aiuto del governo, poté iniziare la sua opera che oggi continua nell’Orchestra Regionale della Toscana.
L’attività parlamentare di Cappugi assunse negli anni notevoli proporzioni: 124 proposte di legge di cui 42 divenute leggi, 20 interpellanze e interrogazioni; le materie specifiche su cui intervenne furono in particolar modo il pubblico impiego, le ferrovie dello Stato e la previdenza sociale. Materie che aveva avuto modo di conoscere ancor più approfonditamente come membro del Consiglio di Amministrazione delle Ferrovie dello Stato dal 1945 al 1953 e poi assumendo la vicepresidenza dell’INPS dal 1953 al 1962.
Con l’inizio del centro-sinistra Cappugi entra nella compagine governativa: fu infatti Sottosegretario di Stato ai Trasporti nel IV Governo Fanfani e nel I Governo Leone (febbraio 1962-dicembre 1963) e Sottosegretario al Tesoro nel II Governo Moro II (luglio 1964-febbraoi 1966). All’interno della Democrazia Cristiana fu più volte membro del Consiglio nazionale e aderì alla corrente «Forze sociali».
Cappugi fu infine anche consigliere comunale di Figline Valdarno tra il 1956 e il 1960 e di nuovo tra il 1960 e il 1964. Alle elezioni politiche del 19 maggio 1968, pur essendo capolista della Democrazia Cristiana nel suo storico collegio Firenze-Prato-Pistoia, risultò non eletto e dovendo successivamente subire uninaspettato isolamento politico anche all’interno della Democrazia Cristiana.
Innumerevoli, e spesso coronati con successo, i suoi impegni specifici per la città e la provincia di Firenze: la costruzione del Palazzo dei Congressi, la destinazione della Fortezza da Basso, ex caserma militare, a sede della Mostra Mercato Internazionale dell’Artigianato, la costruzione dell’Istituto Ortopedico Toscano, l’Istituto dei Ciechi, di cui fu anche presidente, la ricostruzione della linea ferroviaria Faentina; né meno efficaci furono i suoi interventi nel già ricordato caso della «Pignone», nella difficile vertenza delle «Officine Galileo» positivamente conclusa presso il Ministero del Lavoro il 5 febbraio 1959 e in occasione dell’alluvione del 4 novembre 1966.
Renato Cappugi si spengeva serenamente a Firenze il 23 marzo 1980. L’Istituto Storico della Resistenza Toscana, di cui era socio fondatore, lo volle ricordare nell’Assemblea del 16 novembre successivo affidandone la commemorazione al compagno di tante battaglie Alfredo Merlini.
Bibliografia:
P.L. Ballini, Renato Cappugi in Id., I deputati toscani all’Assemblea Costituente. Profili biografici, Regione Toscana, Firenze, 2008, p.229-239 con ampia bibliografia; R. Cappugi, Scritti e discorsi sindacali e politici (dal 1923 al 1976), a cura di Maria Teresa Rossi, stampato in proprio, Firenze, 2013; G. Merli-E.Sparisci, Una “Cronaca” per il futuro. La testimonianza di libertà di “Cronaca sociale d’Italia”. Gennaio-Agosto 1926, Gangemi Editore, Roma, 2001; M.T. Brunori De Siervo, Cappugi Renato in Dizionario storico del movimento cattolico in Italia, III/1 Le figure rappresentative, Marietti, Casale Monferrato, 1984, pp. 173-174; Alfredo Merlini, Commemorazione dei soci fondatori avv. Francesco Berti e on. Renato Cappugi, Istituto Storico della Resistenza Toscana, Firenze, Assemblea Generale del 16 novembre 1980 poi in Un cristiano democratico nel ‘secolo breve’ Alfredo Merlini, Citta di Castello, 2005. Per la vicenda «Pignone» si veda «Cronache del lavoro», 29 novembre 1953, pp. 8-9, L’azione della CISL nella drammatica situazione degli stabilimenti «Pignone».
- Pietro Domenico Giovannoni: Docente di storia del cristianesimo e delle chiese presso l’Istituto superiore di Scienze Religiose della Toscana “Santa Caterina da Siena”.
