Per Dossetti era necessario che la Chiesa conciliare recuperasse un’essenzialità e una povertà nei mezzi che ne rendesse accessibile il messaggio a tutti e che riscoprisse elementi di sinodalità e di fraternità per rendere evidente che la presenza del Cristo nella comunità è presenza personale di Cristo.
Giuseppe Dossetti ebbe la particolare sorte di partecipare sia all’Assemblea Costituente della Repubblica italiana sia al Concilio Vaticano II, nel primo caso come protagonista diretto e nel secondo come perito del cardinale arcivescovo di Bologna Giacomo Lercaro, che lo aveva accolto nel clero della sua diocesi e al quale Dossetti guardava come a un padre e a un maestro. Entrambi gli eventi segnarono la sua vita, soprattutto perché all’interno dell’esperienza conciliare Dossetti agì per breve tempo come segretario del gruppo dei moderatori, che avevano il compito di guidare le diverse articolazioni dell’assise conciliare.
Gli scritti di Dossetti successivi al Concilio danno la misura di come egli, che in sede conciliare aveva agito, secondo le parole del card. Suenens [1], come un «partigiano» ossia come un determinato assertore della tesi dell’«aggiornamento», avesse fatto propria fino in fondo quell’«ermeneutica della riforma» che Benedetto XVI definì come la più rispondente all’interpretazione della grande assise [2].
Naturalmente, il concetto di riforma in sé stesso è determinato dall’intenzione con cui si opera: nel campo della riforma della Chiesa, essa può venire intesa solo come «superamento di ogni sua forma storica, nella costante ricerca della maggiore fedeltà possibile verso la forma originaria, che altro non è se non lo stesso Cristo» [3].
Ciò presume, e Dossetti ne era consapevole, una continua operazione di ablatio, di rimozione dal corpo vivo della Chiesa di quegli elementi storici transeunti che rischiano in ogni tempo storico di offuscarne il messaggio.
Soprattutto, e ciò valeva in particolare in campo liturgico come in quello dell’organizzazione interna della Chiesa e in quello più generale del rapporto fra la Chiesa e il mondo, era necessario, a giudizio di Dossetti, che la Chiesa recuperasse un’essenzialità e una povertà nei mezzi che più facilmente ne rendesse accessibile il messaggio da parte degli uomini di oggi, e che riscoprisse elementi di sinodalità e di fraternità per rendere evidente a tutti che “la presenza del Cristo nella comunità è presenza personale di Cristo” [4]
Ma, se il dettato conciliare era stato sufficientemente chiaro nel definire la linea di tendenza di questa riforma, altrettanto evidente era per Dossetti che la riforma stessa andava condotta secondo lo spirito proprio dell’assise conciliare, la cui natura «pastorale» aveva conferito «alla partecipazione dei vescovi, dei teologi, degli osservatori una portata pregnante», inducendo a scoprire in essa “un’esperienza profonda di condivisione»[5].
Che il recepimento di tali istanze presentasse non poche difficoltà e contraddizioni appariva ben chiaro a Dossetti, e gli apparve ancora di più quando, nei primi mesi del 1968, il card. Lercaro, impegnato attivamente nella riforma conciliare, venne improvvisamente sollevato dal governo pastorale della diocesi di Bologna. [6]
A partire da quel momento iniziò per Dossetti una fase ulteriore, quella della ricerca di una forma di presenza nella comunità ecclesiale che mutuasse alcuni aspetti della grande tradizione monastica, rimanendo comunque legata alla Chiesa locale bolognese e che affiancasse anche persone sposate con le loro famiglie. Per certi versi si può dire che la «Piccola Famiglia dell’Annunziata» sia stata nell’ultimo trentennio di vita di Dossetti il luogo in cui egli più compiutamente poté vivere la riforma conciliare in quei caratteri che riteneva determinanti, a partire dalla centralità della Parola di Dio quotidianamente annunciata, meditata, spezzata come Pane di vita. Tale centralità Dossetti avrebbe voluto fosse vissuta in modo più consapevole dalla Chiesa come elemento fondativo dell’identità del credente: è nell’ascolto della Buona Notizia che si trova l’alimento e l’ispirazione per il quotidiano sforzo di conversione.
Naturalmente la questione dell’assimilazione del messaggio conciliare, il quale va ben oltre il puro e semplice dettato dei documenti approvati dall’assemblea nel corso dei tre anni dei suoi lavori, non può essere risolta in poche righe. Tuttavia, sembra evidente che tale assimilazione debba essere guidata «da un’interpretazione che non riduca il messaggio conciliare solo a questa o a quella formulazione approvata, ma che sia impegnata a riconoscere la portata globale dell’evento, che comprende insieme esperienze e decisioni, impulsi e speranze» [7].
Ciò significa che il modo più errato di guardare alla fase di recepimento del Concilio sia quello di soffermarsi su devianze ed eccessi, che pure vi sono stati, ma che hanno corrisposto, almeno nelle intenzioni, alla volontà di condurre l’aggiornamento conciliare in termini partecipativi, cercando forme innovative di comunicazione della fede all’interno delle comunità locali, spesso attraverso una riscoperta del ruolo dell’episcopato come ministero esercitato all’interno della comunità ecclesiale e non come funzione esercitata dall’alto da parte di un potere lontano e insieme pervasivo.
La differenza tra questo stile di ricerca avanzata, certo non esente da rischi e da errori in cui peraltro quasi mai veniva messo in discussione il «deposito della fede», e la volontà di una conduzione «dall’alto» della riforma ecclesiale non tardò a manifestarsi, e non sembra inverosimile, come del resto ebbe ad accennare lo stesso Dossetti, che tale tensione fosse alla base dell’improvvisa conclusione del mandato del card. Lercaro alla guida della Diocesi petroniana; forse come contrappasso per essersi “lasciato afferrare dal Concilio come da un momento peculiarissimo della storia della salvezza” [8].
In fondo, è proprio da questa tensione che nascono le incomprensioni tuttora permanenti sul significato dei diversi ministeri e carismi nella compagine ecclesiale, sulle forme dell’ecumenismo al di là del dialogo teologico e politico tessuto ad alto livello, sul perfezionamento della riforma liturgica, sul ruolo specifico delle comunità ecclesiali soprattutto in quei Paesi del Sud del mondo che costituiscono la futura speranza di una Chiesa sempre meno eurocentrica.
Vi è stato quindi il rischio dell’«affermarsi strisciante di un “nominalismo conciliare”» in cui «il riferimento al Vaticano II non è omesso, ma diviene sempre più marginale e privo di contenuti innovanti» [9], e che oggettivamente i pontificati di Francesco e di Leone XIV hanno allontanato, ricordando a chiunque fingesse di dimenticarselo che il Concilio Vaticano II è parte integrante della Tradizione ecclesiastica, e che di fronte a chi vorrebbe riportare indietro le lancette dell’orologio l’unica alternativa è “andare avanti” come ha detto giustamente papa Prevost di fronte alle illecite e scismatiche ordinazioni episcopali dei lefebvriani.
Contro il rischio del formalismo, del ritualismo, del conformismo (che sono altra cosa dalla grande Tradizione ecclesiastica), occorre dunque tener viva, nel dibattito interno alla Chiesa, la tensione a conoscere e comprendere i documenti conciliari e il loro spirito come la «Magna charta», insieme al Vangelo, della Chiesa nel XXI secolo, una Chiesa che è «popolo in cammino, e in quanto tale sa di trovarsi sempre nella condizione penultima», e che ciononostante sa di avere il compito di «essere “segno” e “strumento” della comunione, che vuol dire: riconciliazione tra gli uomini» [10]. Anche di questo dobbiamo essere grati allo spirito profetico di Giuseppe Dossetti.
NOTE:
[1] Cfr. L. ELIA, P. SCOPPOLA, “A colloquio con Dossetti e Lazzati” Il Mulino, Bologna 2003 pag.106.
[2] BENEDETTO XVI “Alla Curia romana per il Natale” (22 dicembre 2005 ) in https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2005/december/documents/hf_ben_xvi_spe_20051222_roman-curia.html
[3] S. XERES , “La Chiesa corpo inquieto” Ancora, Milano 2003 pagg. 282 e segg.
[4] G. DOSSETTI “Per una valutazione globale del magistero del Vaticano II” in Id. “Il Vaticano II” Il Mulino, Bologna 1996, pag.43.
[5] G. ALBERIGO, “Breve storia del Concilio Vaticano II” Il Mulino, Bologna 2005, pag.174.
[6] Cfr a tale proposito A. MELLONI, “Rimozioni. Lercaro 1968”, Il Mulino, Bologna 2019.
[7] G. ALBERIGO, “Il Concilio Vaticano II ed il rinnovamento della Chiesa”, in “Adista” 22 (2006) pag. 5.
[8] G. DOSSETTI, “Alcune linee dinamiche del contributo del card. G. Lercaro al Concilio ecumenico Vaticano II”, in Id. “Il Vaticano II”, cit. pag.104.
[9] Ibidem.
[10] G.CANOBBIO “L’ecclesiologia successiva al Vaticano II” in P.CIARDELLA (ed.) “La primavera della Chiesa”, Paoline, Milano 2005 pag.54.
- Lorenzo Gaiani: Consigliere di amministrazione della Fondazione Achille Grandi, componente dello staff del presidente nazionale delle Acli e responsabile ufficio delle Acli milanesi
