Il Board di Trump non serve alla pace

Pier Virgilio Dastoli

Come è stato ribaltato il Piano di pace per Gaza. Le criticabili scelte del governo
italiano e della Commissione europea di fronte alla forzatura statunitense

Il 29 settembre 2025, Donald Trump ha pubblicato un “Piano per la pace” a Gaza, due anni dopo l’attacco terroristico di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023. Con la apparente accettazione di Israele e Hamas, il 9 ottobre è partita la fase 1 del Piano, che prevedeva l’immediato cessate-il-fuoco dalle due parti, la liberazione di tutti gli ostaggi, la ripresa della distribuzione degli aiuti nella Striscia e il cosiddetto “riposizionamento” delle truppe israeliane (Israel Defense Force) nella parte esterna della Striscia. 

Al successivo vertice in Egitto di Sharm el-Sheikh del 13 ottobre e alla presenza di una trentina di leader soprattutto di Paesi arabi ed europei, l’accordo è stato firmato dai Paesi mediatori dell’intesa (Stati Uniti, Egitto, Turchia e Qatar) ed è così iniziata la fase 2 del Piano di pace. 

In particolare, si prevedeva che Gaza avrebbe dovuto essere governata da un “comitato palestinese tecnocratico e apolitico”, responsabile della gestione quotidiana dei servizi pubblici e delle municipalità, composto da palestinesi qualificati ed esperti internazionali, senza alcuna affiliazione politica.  

Tale comitato avrebbe dovuto agire sotto la supervisione e il controllo di un  organismo internazionale “di transizione”, definito come il “Consiglio di pace” (Board of Peace), presieduto da Donald Trump, con il mandato di definire il quadro di riferimento e gestire i finanziamenti per la ricostruzione di Gaza fino a quando “l’Autorità Palestinese non avrà completato il suo programma di riforme, come delineato in varie proposte, tra cui il piano iniziale di pace del presidente Trump del 2020 e la proposta saudita-francese, e potrà riprendere in modo sicuro ed efficace il controllo di Gaza”. 

Inoltre “Hamas accetta di non svolgere alcun ruolo a Gaza, né direttamente, né indirettamente, né in alcuna altra forma”. “Tutte le infrastrutture militari, terroristiche e offensive, compresi i tunnel e gli impianti di produzione di armi, dovranno essere distrutte e non più ricostruite”. “Ci dovrà essere la smilitarizzazione di Gaza sotto la supervisione di osservatori indipendenti, con la messa fuori uso definitiva delle armi”. “La nuova Gaza dovrà impegnarsi a costruire un’economia prospera e a coesistere pacificamente con i propri vicini”. 

“I partner regionali dovranno dare garanzie per assicurare che Hamas rispetti gli accordi e che la nuova Gaza non rappresenti una minaccia per i suoi vicini o per la sua popolazione” e “gli Stati Uniti collaboreranno con i partner arabi e internazionali per costituire una forza internazionale di stabilizzazione temporanea da dispiegare immediatamente a Gaza”. “La forza internazionale di stabilizzazione addestrerà e fornirà supporto alle forze di polizia palestinesi controllate a Gaza e si consulterà con la Giordania e l’Egitto. Questa forza dovrà costituire la soluzione a lungo termine per la sicurezza interna. La forza internazionale di stabilizzazione collaborerà con Israele ed Egitto per contribuire a garantire la sicurezza delle zone di confine, insieme alle forze di polizia palestinesi impedendo l’ingresso di munizioni a Gaza e facilitando il flusso rapido e sicuro di merci per ricostruire e rivitalizzare Gaza. Le parti dovranno concordare un meccanismo di risoluzione dei conflitti”.  

L’accordo prevede tuttavia che la forza di difesa israeliana si ritirerà solo progressivamente, cedendo territorio alla Forza di stabilizzazione internazionale “fatta eccezione per una presenza di sicurezza perimetrale che rimarrà fino a quando Gaza non sarà adeguatamente protetta da qualsiasi minaccia terroristica”. Il Piano prevede inoltre l’avvio di ”un processo di dialogo interreligioso basato sui valori della tolleranza e della coesistenza pacifica, sottolineando i benefici che possono derivare dalla pace”.  

L’obiettivo finale è quello di creare “le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese”, riconosciuta come “ aspirazione del popolo palestinese”, affinché Israele e i palestinesi concordino “un orizzonte politico per una coesistenza pacifica e prospera”. Fin qui si può riassumere il percorso che ha portato dal Piano di pace ai passi successivi fino al 19 febbraio. 

Quel che sta avvenendo nella Striscia di Gaza e anche in Cisgiordania mostra invece che la forza di difesa israeliana continua ad agire con l’obiettivo di attuare una pulizia etnica nella popolazione palestinese, che in Cisgiordania c’è un uso sistematico e illegale della forza contro la popolazione palestinese e il sostegno alle occupazioni dei coloni israeliani, che gli attacchi militari non sono cessati con una distruzione metodica di interi quartieri, che persiste il diniego di assistenza umanitaria e sanitaria insieme al blocco dell’ingresso e della distribuzione di generi alimentari che continuano uccisioni e mutilazioni fra la popolazione palestinese. 

Il Consiglio di pace che smentisce il Piano di pace 

In questo quadro si colloca la creazione del Consiglio di pace voluto da Donald Trump, annunciato a Davos a gennaio e insediato il 19 febbraio a Washington. Esso viola – con l’accordo o meglio con la complicità dei Paesi e delle organizzazioni che ne fanno parte a pieno titolo e di quelle che hanno deciso di farne parte come osservatori – tre elementi fondamentali degli accordi sottoscritti a Sharm- el-Sheikh e della successiva risoluzione adottata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (numero 2803 del 2025) con l’astensione della Russia e della Cina. 

Come abbiamo ricordato, e secondo il Piano di pace, il Consiglio di Pace avrebbe dovuto essere un organismo internazionale “di transizione” per gestire i finanziamenti fino a quando la governance di Gaza sarebbe stata affidata alla ricostituita Autorità Nazionale Palestinese mentre lo statuto adottato a Washington affida pieni poteri a vita a Donald Trump. 

Secondo la risoluzione del Consiglio di sicurezza, il Consiglio di pace dovrebbe agire sotto il controllo delle Nazioni Unite mentre Donald Trump ha sostenuto nel discorso di insediamento del 19 febbraio esattamente il contrario. Secondo la risoluzione del Consiglio di sicurezza, il Consiglio di pace avrebbe dovuto agire “in via transitoria” esclusivamente per garantire la pace (peace keeping) e per costruire la pace (peace building) a Gaza mentre le misure di imposizione della pace (peace enforcement) dovrebbero essere affidate alla responsabilità della Forza Internazionale di Stabilizzazione, in collaborazione con le forze di polizia della ricostituita Autorità Nazionale Palestinese. 

Infine, e sempre secondo la risoluzione del Consiglio di sicurezza, il Consiglio della pace dovrebbe avere la missione “di transizione” solo per mantenere e costruire la pace avviando l’opera di ricostruzione nella Striscia di Gaza mentre Donald Trump ha annunciato a Gaza e ha poi messo nero su bianco nello statuto approvato a Washington con l’accordo dei suoi apparentemente generosi commensali che il ruolo del nuovo organismo non solo non sarà di transizione, ma andrà ben oltre Gaza per “promuovere la stabilità e assicurare una pace duratura nelle aree afflitte o minacciate da conflitti” sulla base del principio “si vis pacem para bellum” e con l’obiettivo evidente di demolire insieme all’ordine e al diritto internazionali anche l’Organizzazione delle Nazioni Unite. 

Il Consiglio di pace è un organismo in cui la logica degli interessi economici prevale sulla tutela dei diritti fondamentali e sulla ricerca di una pace giusta e duratura. La sua riunione è avvenuta mentre Israele ha avviato la campagna per l’occupazione della zona C della Cisgiordania.  

Il New York Times, in un articolo di Thomas Friedman, ha riportato la denuncia pubblicata su Haaretz dall’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert riguardo alle devastazioni, alle minacce e alle uccisioni perpetrate da gruppi di coloni israeliani nella West Bank, con l’obiettivo di costringere i palestinesi ad abbandonare le proprie terre e le proprie case. 

La Costituzione italiana e la forzatura della Commissione europea 

Il Movimento europeo ha richiamato con forza l’attenzione sul fatto che la partecipazione dell’Italia al Consiglio di pace, in una non meglio definita veste di “osservatore”, aggira surrettiziamente quanto previsto dall’articolo 11 della Costituzione. Esso stabilisce che l’Italia ripudia la guerra e consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie per la costruzione di un ordinamento internazionale che assicuri pace e giustizia fra le Nazioni. Ciò significa che l’Italia può aderire solo a organismi internazionali fondati sul multilateralismo, sull’uguaglianza tra gli Stati e sul rispetto del diritto internazionale. Il Consiglio di pace, per la sua struttura e le finalità approvate a Washington, non risponde assolutamente a questi requisiti. Il Movimento europeo ha condannato inoltre la decisione della Commissione europea di partecipare a un organismo che contraddice apertamente il principio del multilateralismo, su cui l’Unione europea è nata e che è consacrato nei Trattati e nella Carta dei diritti fondamentali.  

La presenza della commissaria europea al Mediterraneo Dubravka Suica, inviata dalla presidente Ursula von der Leyen è avvenuta senza consultare né il presidente del Consiglio europeo né gli Stati membri i cui ministri della Difesa si erano riuniti a Bruxelles l’11 febbraio, né il Parlamento europeo riunito in sessione plenaria a Strasburgo dal 9 al 12 febbraio e – si dice dentro il Palazzo del Berlaymont – con molte perplessità della Alta Rappresentante Kaja Kallas. 

L’adesione a strutture parallele e non multilaterali indebolisce il ruolo dell’Onu già sotto minaccia di estinzione e rischia di compromettere la credibilità internazionale dell’Unione europea come attore impegnato nella pace, nel diritto e nella cooperazione internazionale. 

In questi giorni inoltre nell’Unione europea, fra le sue istituzioni e fra i suoi membri la frammentazione è regnata sovrana. Tra i ventisette Stati membri dell’Unione europea invitati da Donald Trump a far parte del suo personale Consiglio di pace tredici (Belgio, Lussemburgo, Portogallo, Spagna, Irlanda, Svezia, Malta, Slovenia, Estonia, Lettonia, Lituania, Francia, Danimarca) hanno rifiutato ufficialmente la “offerta” statunitense; due (Bulgaria e Ungheria) hanno per ora accettato di sedersi intorno alla mensa del padrone di casa nella prospettiva di usare i soldi dell’Unione europea per pagare parte del costoso menu se le prossime elezioni nazionali lasceranno al potere il bulgaro Rosen Dimitrov Zeliazkov (dimissionario dall’11 dicembre 2025) e l’ungherese Viktor Orban per ora penalizzato nei sondaggi in vista del voto legislativo del 12 aprile; e dodici con molte reticenze e alcune decisioni prese solo alla vigila dell’incontro di Washington (Cipro, Croazia, Grecia, Repubblica Ceca, Germania, Polonia, Italia, Romania, Slovacchia, Austria, Finlandia e Paesi Bassi) hanno partecipato a titolo di “osservatori” senza tuttavia apparire nella “foto di famiglia”, e fra essi solo l’Italia ha ritenuto di garantire una presenza governativa (Antonio Tajani) nonostante le riserve manifestate dal Quirinale e le espresse perplessità dal Segretario di Stato della Santa Sede. 

Il Movimento europeo ha esortato le istituzioni democratiche e parlamentari a condannare la partecipazione della Commissione e degli Stati membri al Consiglio di pace e a riaffermare con chiarezza che la soluzione del conflitto israelopalestinese deve tornare nell’alveo delle Nazioni Unite, unico organismo legittimato a garantire una pace giusta tra i due popoli, assicurare la ricostruzione e tutelare i diritti fondamentali. 

In questo quadro sarebbe opportuno e necessario che gli Stati membri dell’Unione europea che fanno parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Francia, Grecia. Danimarca, Lettonia) chiedano insieme al Regno Unito una riunione straordinaria del Consiglio sostenendo il pieno rispetto del contenuto della risoluzione 2803. 

Deve essere garantito alle Nazioni Unite il pieno uso degli strumenti previsti dal loro statuto per la costruzione e il mantenimento. ma anche l’imposizione della pace. Su proposta dell’Unione europea e del Regno Unito l’assemblea delle Nazioni Unite dovrebbe discutere e adottare un piano per la ricostruzione della Striscia di Gaza con il pieno rispetto dei diritti fondamentali degli abitanti palestinesi e promuovendo una Conferenza internazionale in cui si definiscano regole precise nella gestione degli appalti e degli investimenti nel quadro di una pianificazione dettagliata del futuro della Striscia eduna rigorosa garanzia dei diritti della popolazione palestinese in Cisgiordania che siano coerenti  con l’obiettivo di due popoli e due Stati. 

Pier Virgilio Dastoli
Presidente del Movimento europeo

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