L’ Europa tra nazione e futuro

Maurizio D'Ago

Un libro che probabilmente non è stato ancora scritto potrebbe intitolarsi “Cronache dell’Europa divisa”

Se venisse scritto e pubblicato, come libro di storia, vorrebbe dire che l’Unione Europea sarebbe davvero già compiuta e, dunque, che si potrebbero osservare con la dovuta distanza gli eventi che oggi viviamo. Distanza data dallo sguardo degli storici e dalla capacità lenitiva dello scorrere del tempo. Il libro potrebbe prevedere l’articolazione del discorso su due piani: la storia degli stati e del potere, solitamente riportata come Storia, in maiuscolo, e la storia delle persone comuni che per certi versi hanno subito le scelte del potere e per altri versi hanno contribuito a determinarle. Sarebbe una lunghissima cronaca di conflitti continentali, dalla Guerra dei Trent’anni alla guerra civile europea che solitamente viene definita come Prima e Seconda guerra mondiale. Sarebbe la storia di divisioni, competizioni accese e tanti motivi di conflitto. Sarebbe il racconto di decisioni politiche scellerate e di colpevoli inerzie. Nella visione macrostorica prevarrebbero racconti di scontri e di violenze.

La parte da dedicare alle vicende delle persone “normali” avrebbe tonalità molto diverse. Vedrebbe prevalere gli elementi comuni alle donne e agli uomini delle nazioni europee, nel bene e nel male. Nel bene si troverebbero le grandi opere letterarie e artistiche, la musica europea, il cinema, il lavoro declinato come diritto, le conquiste sociali come frutto delle lotte delle persone più umili. Nella visione microstorica prevarrebbero racconti di vita quotidiana nei quali sarebbe molto difficile distinguere se la storia di un impiegato sia ambientata in Italia, in Germania o altrove.

Perché bisogna partire dalla Storia della nostra Europa? Perché la storia è necessaria a immaginare un futuro aperto e potenziale se si riesce a superare la concezione, prevalente nel modo di comunicare del giornalismo e della politica, secondo cui l’histoire événementielle, come la chiamavano Marc Bloch e Lucien Febvre, schiaccia la storia sulla storia-politica. Diversamente, prestare attenzione ai diversi livelli della realtà sociale e osservare, senza creare separazioni, la complessità dei processi che contemporaneamente scorrono e plasmano un determinato spazio di vita, offre uno sguardo molto più aderente alla realtà. Utilizzare quest’ultima lente di osservazione potrebbe mutare radicalmente le premesse del ragionamento sull’Europa e le possibili conclusioni: la vita dei cittadini europei è già, in linea di massima, “unita”. I giovani europei, fatte le dovute differenziazioni a causa di diversità economiche insite nel sistema economico vigente più che nell’esistenza dei confini nazionali, hanno medesime ambizioni e sogni, frequentano scuole e università tutto sommato sovrapponibili, godono della libertà e dovranno rapidamente imparare a difenderla. Anche le paure e le perplessità sul futuro si sono diffuse a macchia d’olio, in tutto il continente, varcando i confini ormai posticci degli Stati nazionali. L’Europa unita è un dato di fatto più che un’opinione mutevole e proprio il rigurgito difensivista della nazione appare, più che un ritorno all’ideologia nazionalista che se è tornata in auge l’ha fatto in modo assai sbiadito, la reazione spaventata dinanzi all’ineluttabilità del processo unitario. Eppure, il ritorno della nazione come categoria politica della storia con la esse maiuscola, quella degli Stati e del potere, è un fenomeno che, seppur sbiadito, deve far riflettere e non deve essere sottovalutato.

Nel 2017 la filosofa Agnes Heller, ormai novantenne, erede della cattedra che fu di Hannah Arendt alla New School for Social Research di New York, pubblicò “Paradosso Europa”, edito in Italia per la prima volta da Castelvecchi. Ebbene, Heller offre una magistrale lezione di politica in sole 59 pagine, spiegando le ragioni degli incredibili cambiamenti in atto nella politica europea, con l’affermarsi delle destre reazionarie. L’assunto di fondo, che ha il gusto della scoperta e al contempo mette ciascuno con i piedi ben piantati per terra, a contatto con la realtà vera, è il seguente: “L’Europa del fanatismo nazionalista e l’Europa dell’universalismo umanista sono la medesima Europa. L’Europa è l’incarnazione di un paradosso”. Nella nostra cultura convivono due anime, diffuse in ogni strato sociale e al di là dei confini, due sentimenti contrapposti: l’Europa è, da un paio di secoli almeno, un Giano bifronte, nel quale convivono le tentazioni più retrive, come quelle nazionaliste, escludenti e violente, e le idee più includenti, più attente all’umano.

Quando Agnes Heller cerca di definire in cosa consista oggi la specificità del continente europeo, afferma senza esitare che è proprio l’essere il continente degli Stati nazionali. È nel luglio del 1914 che gli Stati nazionali hanno vinto la loro battaglia contro l’internazionalismo proletario e il cosmopolitismo borghese. Da quel momento la nazione è divenuta l’identità generale e omnicomprensiva degli Europei. Ella parla di ripaganizzazione dell’Europa, perché definisce la nazione una divinità pagana e il nazionalismo una religione pagana. La nazione diviene una divinità laica, in un mondo che si ritrova ancora una volta senza fiato, con lo sguardo rivolto al suolo, incapace di guardare al futuro. La nazione diviene un rifugio nella nebbia fitta che ammanta il domani, lo nasconde alla vista, privando le persone del legittimo sogno in un futuro migliore. Ma la nazione non è un destino inesorabile. Urge la consapevolezza che essa è soltanto l’altra faccia della medaglia. “Tra i progetti (o i valori) dell’Unione Europea – prosegue Agnes Heller – c’è stata la diminuzione del potere e della centralità dello Stato nazionale, al fine di instaurare una solidarietà europea e promuovere decisioni comuni perlopiù consensuali. L’altro valore dominante è in realtà frutto di una scelta. I Paesi fondatori dell’Unione hanno optato per una delle tradizioni politiche europee: la democrazia liberale, lo stato di diritto, la divisione dei poteri. Queste due scelte sono correlate, giacché le democrazie liberali non sono mai entrate in guerra tra loro.

Eppure, nel 2017, anno di pubblicazione di “Paradosso Europa”, l’unico paese europeo ad aver superato i confini della democrazia liberale per approdare in un limbo intermedio, fatto di nazionalismo e autocrazia, era l’Ungheria di Orban che Agnes Heller critica profondamente nelle ultime pagine del libro. Lo scenario dal 2017 ad oggi è profondamente mutato. Le destre estreme, ispirate da un nazionalismo asfittico e senza sbocchi ideologici, hanno preso il sopravvento anche nei grandi paesi europei, Italia in testa. Nel 2017 la prima presidenza Trump era ancora agli albori e, probabilmente, nessuno avrebbe potuto immaginare che da lì a breve il linguaggio politico avrebbe raggiunto un tale livello di volgarità, i contenuti politici un tale livello di mortificazione dell’intelligenza umana, la violenza spietata e gratuita un tale grado di penetrazione nella vita delle società occidentali. Pochi avrebbero potuto prevedere che la guerra, fedele compagna di viaggio della storia europea, avrebbe raggiunto un tale livello di diffusione al punto da rendere le opinioni pubbliche sempre più indifferenti dinanzi all’apertura dell’ennesimo fronte.

Da questa prospettiva l’Unione europea degli stati deve uniformarsi alla somiglianza delle vite dei cittadini europei. Deve farlo per necessità. Deve farlo per garantirsi la sopravvivenza nel nuovo mondo multipolare. A rischio non è l’irrilevanza geopolitica di un continente: il tema non è geografico. Ad essere messi a repentaglio sono i valori che l’Europa ha prodotto, incarnato e tentato di esportare, alcuni su tutti la democrazia liberale, lo stato di diritto, lo stato sociale. La difesa dell’Europa unita è la difesa di questi valori fondamentali che, a differenza del nazionalismo, hanno ancora un grande significato nella vita delle persone e, in esse, possono svolgere ancora oggi un ruolo fondamentale nell’offrire una prospettiva di sviluppo, di crescita umana e, perché no, offrire la speranza e il sogno di un futuro migliore.

Come accelerare il processo unitario è un tema che interroga gli europeisti più convinti e che spaventa i nazionalisti e le nuove destre europee. Le ricette maggiormente accreditate appaiono due: da un lato abbracciare convintamente l’idea, rappresentata da Jaques Delors già nel 1980, di un’Europa a geometria variabile, anche detta “a due velocità”. Basterebbe attivare la clausola europea della cooperazione rafforzata tra i paesi con una coscienza solidaristica comune più radicata, lasciando i paesi nazionalisti ai margini degli amalgami sociali ed economici più significativi. Dall’altro, riprendere a investire potentemente nei progetti interculturali europei, donando nuova linfa all’afflato europeista che fu alla base dei grandi entusiasmi dei primi anni Novanta. Va fatto con decisione e determinazione senza cadere nelle solite colpevoli inerzie e ricordando che, nostro malgrado, dinanzi alle grandi svolte della storia, “la vita punisce chi arriva in ritardo”.

  • Maurizio D’Ago: Presidente Acli Campania

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