L’Occidente e l’illusione della forza

Maurizio D'Ago

Dalla Guerra del Golfo alle tensioni con l’Iran, la violenza geopolitica americana ha smesso di nascondersi dietro la retorica della democrazia

Il 28 febbraio di quest’anno gli Stati Uniti e Israele hanno sferrato un attacco nei confronti dell’Iran, compiendo l’omicidio del capo di stato iraniano Ali Khamenei. Il 2 gennaio le forze speciali statunitensi hanno rapito Nicolas Maduro, capo di stato del Venezuela. In entrambi i casi, il presidente americano Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno il diritto di stabilire chi deve governare in questi paesi. Ha chiarito che la ledearship deve essere determinata secondo i desiderata americani. Quando l’Assemblea degli Esperti – organo elettivo del capo di stato in Iran dotato del potere di destituirlo – ha eletto guida suprema Mojtaba Khamenei, le dichiarazioni di Trump e Netanyahu hanno risuonato all’unisono: “lo uccideremo”. Il 10 marzo hanno tentato di eliminare la nuova guida suprema senza riuscirci ma ferendolo gravemente. Il livello di violenza omicida di ciò che resta del mondo occidentale non è superiore a quello messo in campo durante gli anni della Guerra Fredda e, prima ancora, dell’era coloniale. Coreani, vietnamiti, sudamericani e praticamente tutti i popoli africani, se iniziassimo ad ascoltare davvero i loro racconti, ci rappresenterebbero orrori compiuti dagli occidentali che ci lascerebbero sgomenti. Quanto sta accadendo oggi in Iran è ben poca cosa rispetto agli stermini di massa in Vietnam. Diverso è il discorso che riguarda Gaza: lì dopo il 7 ottobre 2024 si è compiuta la prima fase di un genocidio che avrà un triste seguito nei prossimi anni. Allora cosa è cambiato? Se gli Stati Uniti, accompagnati dalla potenza occidentale minore di turno – la Gran Bretagna durante la Seconda Guerra del Golfo e Israele oggi – hanno sempre condizionato con la forza le scelte politiche e strategiche dei paesi antagonisti, perché oggi osserviamo gli avvenimenti con maggiore incredulità e stupore? 

L’azione militare posta in essere durante la Seconda Guerra del Golfo, contro l’Iraq di Saddam Hussein, seppur basata su quella che si rivelerà una menzogna – il regime iracheno fu accusato di detenere armi di distruzione di massa – fu posta sotto una parvenza di legittimità internazionale e Saddam Hussein, una volta arrestato, fu sottoposto alla giustizia irachena che fece il suo orrendo corso, attraverso un’esecuzione capitale che ricordava, in piccolo, i processi che seguirono la fine della Seconda Guerra Mondiale. La violenza politica e militare dell’impero americano era ammantata da una parvenza di bene, volta a convincere le opinioni pubbliche occidentali, la stampa e il mondo della cultura, della legittimità della guerra. George Bush jr, allora presidente USA, si affannava, seppur goffamente, di raccontare la guerra come una battaglia di libertà, secondo lo schema tipico della retorica americana dello scontro campale tra le forze del bene e quelle del male, coniando il concetto politico, assai fragile nel contenuto ma di grande appeal comunicativo, dell’esportazione della democrazia. Tutto questo sembra oggi non più necessario. Il potere degli Stati Uniti di Trump, accompagnato in questa stagione da Israele, è intriso di protervia e non sente il bisogno di offrire al mondo e, soprattutto ai propri alleati occidentali, una maschera gradevole, il sogno di un domani migliore, più libero. Gli Stati Uniti, oggi, non nascondono la loro necessità di conquistare egemonia nel mondo divenuto multipolare dietro il perseguimento di un obiettivo più alto. Trump ignora che alcuni obiettivi strategici andrebbero trattati come arcana imperii, che non andrebbero mai svelati in pubblico, onde evitare di comprometterne gli esiti, onde evitare di ritrovarsi invisi al mondo. Gli Stati Uniti mostrano la brutalità del potere, in tutte le sue possibili manifestazioni, senza infingimenti. Stanno diventando un vecchio impero in decadenza, come la Russia di Putin, come l’Iran di Khamenei. La decadenza, la paura della sconfitta, l’ansia da accerchiamento, trasformano il potere, lo rendono più rude: chi ha paura non ha il tempo di indossare un abito buono ed elegante, agisce d’impulso ed evita i fronzoli.

L’Iran non è l’Iraq all’alba del 2003, dello scoppio della Guerra del Golfo. L’Iraq era, essenzialmente e al di là delle scelte tattiche poste in essere negli anni – prima filoamericano in ottica anti iraniana, poi antiamericano -, ciò che restava di un esperimento politico che aveva suscitato un grande interesse mondiale, il panarabismo baath, ma che era fallito praticamente sul nascere. L’idea di un’unione politica delle nazioni arabe, quale elemento stabilizzatore dell’intero Medio Oriente e del Nord Africa, si era arenato sul nascere e dopo la morte di Gamal Abdel Nasser aveva visto risorgere forme di nazionalismo ulteriori rispetto al nazionalismo arabo. La questione geopolitica dominante, che avrebbe dovuto unire i popoli arabi, cioè il sostegno politico e militare al popolo palestinese oppresso da anni di occupazione israeliana, aveva registrato troppe defezioni: non tutti gli Stati arabi erano disposti a correre grandi rischi per la sopravvivenza del popolo palestinese. Sul fronte interno, il leaderismo arabo si era trasformato rapidamente in dittature feroci e repressive, alimentando il culto della personalità, la cleptocrazia e, di conseguenza, la totale assenza di investimenti economici capaci di migliorare le condizioni di vita delle persone. L’Iraq del 2003 era un paese tutto sommato isolato internazionalmente, con profonde spaccature interne – sciiti in maggioranza, sunniti come classe dominante, curdi emarginati e in perenne lotta contro il potere centrale – ricchissimo di petrolio. Nel 2003 l’Iraq era la preda perfetta. Eppure, nonostante l’azione militare di conquista fosse stata condotta in relativamente poco tempo, gli effetti della destabilizzazione di uno stato tutto sommato giovane – divenne indipendente il 3 ottobre 1932 – furono straordinarie, fino a condurre alla nascita, tra Iraq e Siria, dell’ISIS, nuovo tentativo unificante, non più arabista ma islamista. Ma l’Iran non è l’Iraq e ciò al di là della somiglianza dei nomi. 

L’Iran è tecnicamente un impero e la sua popolazione è intrisa di una profonda mentalità imperiale. È un’entità statale che vive ininterrottamente da tre millenni, con momenti di grande sviluppo e altri di decadenza e sofferenza. Convivono all’interno dei confini imperiali 23 etnie maggioritarie e sono censite dall’Islamic Republic of Iran Ethnologue 79 lingue diverse, delle quali 67 ritenute indigene. La Repubblica Islamica è soltanto la forma assunta dall’impero negli ultimi 45 anni, avendo individuato nello sciismo l’elemento unificante, il collante di questo coacervo di popoli, in luogo della precedente corona Pahlavi. Gli iraniani non sono arabi e tra loro e i vicini arabi non corre buon sangue. I paesi arabi hanno paura dell’Iran come la hanno tutti i paesi che confinano con un impero. L’Iran, in ossequio alla propria vocazione imperiale, ha avuto nel corso dei secoli e ha tutt’ora la capacità di influenzare le scelte politiche e strategiche dei paesi limitrofi. Lo ha fatto dal punto di vista politico e militare in Libano con Hezbollah, in Siria sostenendo la classe dominante alawita, in Yemen finanziando gli Houti, in Iraq sostenendo la maggioranza sciita. Lo ha fatto e continua a farlo dal punto di vista culturale ergendosi a guida e riferimento di tutto il mondo sciita. La capacità di destabilizzare politicamente i paesi arabi vicini ha indotto questi ultimi ad un’alleanza tattica con Israele, attraverso gli Accordi di Abramo, che avrebbero esteso l’ombrello nucleare israeliano ai territori arabi in caso di attacco iraniano. Un matrimonio impossibile tra paesi arabi e Israele che ha determinato la fine di ogni speranza nella creazione di uno Stato palestinese e che ha finito con l’ergere l’Iran a nuovo unico difensore della causa palestinese, garantendogli una simpatia tra i cittadini arabi e tra gli occidentali che il regime islamico non meriterebbe affatto. 

Sotto la coltre grigia del regime islamico vive una società ricchissima di cultura che l’occidente scopre in occasione delle vibranti proteste di piazza dei giovani iraniani, per poi dimenticarsela ogni volta che le proteste cessano. Il popolo iraniano, nelle sue mille sfaccettature etniche e linguistiche, non ha mai vissuto un solo giorno di democrazia occidentale nella sua storia. Il regime precedente, quello di Rezha Pahlavi, non era democratico, non consentiva libere elezioni, era vittima dell’ingerenza straniera, non garantiva alcun livello di benessere ai propri cittadini. Eppure, fiorivano e fioriscono tutt’ora un altissimo livello d’istruzione, un livello culturale medio molto alto, cinema, libri, arti grafiche, che proliferano nonostante l’oppressione moralista della Repubblica islamica. Delle istanze legittime e splendide dei giovani iraniani in protesta, con le donne in testa, l’occidente recepisce soltanto l’idea che fa più comodo alla narrazione occidentale: la liberazione delle donne dall’obbligo del velo. Viene omesso, nella narrazione occidentale, qualsiasi riferimento ai temi nazionali ed economici avanzati dalle piazze iraniane: negli slogan dei manifestanti, il più ricorrente è quello che invita il governo – questo governo non un altro governo – a mettere al primo posto gli iraniani, chiedendo un disimpegno di risorse economiche sui fronti internazionali. Credere che gli iraniani vogliano vivere come gli occidentali è l’ennesima illusione che presagisce l’ennesima delusione. Immaginare che uno dei popoli più sofisticati del mondo voglia aderire a stili di vita occidentali che stanno mostrando tutto il loro portato di iniquità già in occidente è una mistificazione, spiegabile soltanto con la presunzione culturale di cui è intriso lo sguardo occidentale. Immaginare che ciò avvenga cavalcando i missili americani e israeliani è pura illusione. “Pure divisi sul futuro, i detentori dell’impero continueranno a dire la loro. Senza curarsi di noi”.[1]

Eppure, con questo grande e vecchio impero, reduce di infinte vicissitudini della Storia, l’occidente dovrebbe fare la Pace, ricercando gli elementi di similitudine e creando un ponte di scambio culturale, di condivisione delle conoscenze. Il vero e unico vulnus che determina, a caduta, tutti gli effetti nefasti di questa ennesima triste guerra, è la mancanza di conoscenza diffusa a tutti i livelli del diverso e, in particolare, dell’Iran che viene definito l’alter ego dell’Occidente, per le straordinarie similitudini esistenti e per la contrapposizione con esso esacerbatasi in seguito alla Rivoluzione islamica del 1979. Costruire la Pace, da parte occidentale, significa la rinuncia imprescindibile all’uso delle armi, al ricorso alla distruzione come strumento di pressione. Significa rinunciare al progetto di una Grande Israele, attualmente in corso, con l’annessione dell’intera Cisgiordania e l’annichilimento delle legittime istanze del popolo palestinese. Costruire la pace significa, per tutti, abbracciare una forma di umanesimo che valorizzi tutto ciò che c’è di comune nell’umano, rammendando le ferite riacuitesi negli ultimi anni di conflitti.   

  • Maurizio D’Ago: Presidente Acli Campania

 

       

 


[1] Alessandro Borelli in Domino L’anno della verità, edizione Domino, 2025

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