Salvare le aree interne

Luisa Corazza

Non bastano interventi occasionali per fermare lo spopolamento. E purtroppo le attuali politiche non sono tra loro coordinate. E’ una sfida decisiva per il Paese, che riguarda il futuro di tutti

C’è un’Italia che si svuota lentamente, lontano dai riflettori delle grandi città. È l’Italia delle aree interne, dei piccoli comuni, dei paesi arroccati tra montagne e colline. Per anni questa parte del Paese è stata dimenticata, obliterata dal racconto pubblico se non per qualche confronto nostalgico con il tempo che fu. L’abbandono progressivo delle aree interne ha rappresentato l’altra faccia della medaglia dello sviluppo economico italiano, in un racconto collettivo in cui lasciare i luoghi d’origine rappresentava la speranza in futuro diverso e lo svuotamento dei paesi il prezzo da pagare alla modernizzazione di un’economia in crescita. 

Oggi il tema è entrato finalmente nel dibattito pubblico: giornali, televisioni, social network parlano sempre più spesso di spopolamento, invecchiamento, desertificazione sociale.  Questo nuovo sguardo sul problema dell’equilibrio demografico dei luoghi deve molto alla Strategia nazionale per le Aree interne (SNAI), che più di dieci anni fa ha consentito di dare un nome a un problema rimasto fino a quel momento un tema di pertinenza dei singoli campanili sparsi per l’Italia e dei paesi sperduti. È diventato chiaro, progressivamente, che salvare le aree interne è una questione nazionale. 

Il mosaico istituzionale si è progressivamente arricchito. La SNAI avviata nel 2012-2014 si trova ora nella sua seconda fase di attuazione e ha lasciato il posto al Piano strategico nazionale per le Aree interne (PSNAI).  Ad essa si sono affiancati in questi anni il PNRR, la nuova politica di coesione europea, le politiche per i piccoli comuni, fino alla recente legge sulla montagna (legge n. 131 del 2025). Insomma, le iniziative non mancano. Il punto è che, per la prima volta, è chiaro a tutti che non possiamo permetterci di perdere oltre metà del territorio italiano (circa il 60%) e i 13 milioni di persone che lo abitano.  

Eppure qualcosa non funziona. Le politiche ci sono, ma spesso procedono in ordine sparso. Si moltiplicano i bandi e le risorse, ma manca una visione d’insieme. Il rischio è quello di interventi isolati, che non dialogano tra loro. È il caso, ad esempio, delle politiche sui borghi, che concentrano grandi investimenti su singoli paesi, mentre da anni si insiste sulla necessità di fare rete tra Comuni. Oppure del PNRR, che ha chiesto a territori fragili di affrontare procedure complesse, spesso fuori dalla loro portata. 

Anche il nuovo Piano strategico per le Aree interne suscita perplessità. A parte la gaffe istituzionale che ha accompagnato la prima presentazione del piano, in cui si era ipotizzato addirittura “l’accompagnamento all’abbandono” di una parte consistente del Paese (non a caso le aree interne del Sud), anche le soluzioni proposte in tema di governance sembrano più che altro puntare a un forte accentramento decisionale oltre che a una partecipazione più formale che sostanziale. Il nodo resta sempre lo stesso: come costruire una strategia capace di tenere insieme territori, istituzioni e comunità. 

Ma se la governance resta un nodo irrisolto, è controversa anche la strada da percorrere quanto a politiche di rilancio. Per anni si è pensato che il turismo potesse essere la soluzione. E in effetti il turismo continua a svolgere un ruolo importante. Ma non basta. Le aree interne non possono trasformarsi in cartoline, offrendo ai visitatori un’immagine presepiale. 

In effetti, negli ultimi anni (e con una forte spinta dopo la crisi pandemica) è emerso un turismo diverso: più lento, esperienziale, più attento ai luoghi e alle persone. Un turismo che si intreccia con l’agricoltura, con l’artigianato, con i mestieri e le tradizioni locali. Dalle esperienze del Chianti alle iniziative delle Madonie, fino ai progetti legati alla transumanza o al turismo per la terza età, le aree interne stanno diventando laboratori di innovazione, dove si sperimentano nuove forme di viaggio, ma anche nuovi modi di vivere. 

Il rischio, però, è sempre dietro l’angolo: trasformare questi territori in scenografie stereotipate, in luoghi da visitare e abbandonare, senza una vera vita economica e sociale. Il turismo funziona solo se si integra con le economie locali, crea filiere e genera lavoro stabile (non a caso si parla di multifunzionalità). Diversamente, anche il turismo si trasforma in un consumo veloce di paesi destinati comunque a svuotarsi. 

Qui entra in gioco un altro fattore decisivo: il lavoro. La rivoluzione introdotta dalla diffusione dello smart working ha cambiato, dopo secoli, il rapporto tra il lavoro e i suoi luoghi. Per la prima volta, lavorare non significa necessariamente abitare dove si trova la sede dell’impresa datrice di lavoro. Questa trasformazione apre possibilità inedite per le aree interne. Non a caso, molti Comuni stanno cercando di attrarre nuovi residenti (alcuni stabili, altri “nomadi digitali) con meccanismi di incentivo di varia natura: dall’offerta di case a un euro, all’introduzione di incentivi fiscali, alla creazione di spazi di coworking. 

Tuttavia, questo attivismo locale non è sufficiente a trasformare la demografia delle aree interne. E ciò non solo perché la stessa diffusione dello smart working ha bisogno di consolidarsi sul piano dell’organizzazione del lavoro (prevale, al momento, una forma “ibrida” che non consente di sovvertire completamente i modelli dell’abitare). La necessità di una spinta diversa deriva da una più profonda considerazione: le scelte abitative delle persone e delle famiglie seguono servizi, qualità della vita, opportunità. Senza scuole, sanità, mobilità, connessioni digitali, nessuna strategia può funzionare. È quello che gli studiosi chiamano “economia fondamentale”: l’insieme dei servizi che rendono un territorio abitabile. 

C’è poi un altro tema cruciale, spesso rimosso: quello della struttura demografica dei territori remoti. L’Italia invecchia e perde popolazione, soprattutto nelle aree interne. Sarà sempre più difficile, in questi luoghi, assistere la popolazione anziana rimasta (si tratta del fenomeno del de-giovanimento, che affianca alla crescita di popolazione anziana la perdita di popolazione giovane). 

Eppure, proprio qui si gioca una partita decisiva. La storia insegna che lo sviluppo passa anche attraverso i movimenti di popolazione e che le migrazioni possono rappresentare una risorsa. 

Negli ultimi anni non sono mancati esempi positivi: piccoli Comuni che hanno accolto migranti, trasformando l’accoglienza in leva di sviluppo; territori che hanno sperimentato nuove forme di integrazione; reti locali che hanno provato a costruire comunità più aperte e inclusive. Ma la strada è ancora lunga. L’integrazione resta una sfida complessa, che richiede politiche serie e una visione di lungo periodo. 

In fondo, il punto è proprio questo. Le aree interne non possono essere salvate con interventi occasionali o con narrazioni romantiche. Serve una strategia che tenga insieme lavoro, servizi, demografia, economia. Serve una nuova idea di sviluppo, capace di superare il modello urbano-centrico e valorizzare la diversità dei territori. 

Perché salvare le aree interne non significa solo evitare lo spopolamento. Significa ridisegnare il rapporto tra persone, lavoro e territorio. E, in definitiva, immaginare un futuro diverso per tutti.  

  • Luisa Corazza: docente di Diritto del Lavoro all’università del Molise, componente del Cda della Fondazione Achille Grandi 

Ti potrebbe interessare:

Nascondi/Mostra Player
-
00:00
00:00
Update Required Flash plugin
-
00:00
00:00