Re e regine li avete creati voi

Dario Acquaroli

Per un approccio critico ma costruttivo verso la “generazione scissa”

Ho questo articolo “in canna” da un po’, ma ho deciso di pubblicarlo ora per due motivi. Il primo è che oggi ho partecipato, insieme a decine di migliaia di persone, al No Kings Day a Roma, in contemporanea con Stati Uniti e Inghilterra. Una giornata di mobilitazione mondiale per dire no a regine e re come Musk, Trump, Thiel o Meloni, che ci stanno portando verso una deriva in cui la guerra sembra diventare l’unica soluzione. Un mare colorato ha fermato Roma per chiedere di ripensare il modo in cui ci relazioniamo tra Stati e tra persone, per costruire relazioni di pace e non violente. Guardando gli under 25 che mi circondavano, ho pensato che fossero lì anche perché consapevoli che questa situazione non è colpa loro, ma una responsabilità generazionale di altri, a cui ora tocca in qualche modo porre rimedio.

Il secondo motivo riguarda il voto della scorsa settimana. Tra gli under 34 ha prevalso il NO, con circa il 60% dei consensi, mentre tra gli over 55 il SI risulta leggermente prevalente, attorno al 51% (per altri sondaggisti, tra i 50 e i 64 anni il voto favorevole alla riforma si attesterebbe attorno al 53%, mentre sopra i 65 anni tornerebbe a vincere il NO). Anche qui emerge una frattura. Una parte di questi “over” ha letto l’attacco politico del governo alla magistratura come un tema circoscritto, senza coglierne fino in fondo le implicazioni politiche più ampie, oppure ancora, in modo consapevole e ben peggiore, ha votato per “togliere di mezzo” un potere che può contrastare la “regina” Meloni.

Ecco, la tesi che voglio sostenere con questo articolo è che questa generazione, quella tra i 50 e i 65 anni (e includo anche diversi over 65) abbia avuto un ruolo decisivo, spesso non riconosciuto, nell’attuale situazione politica occidentale e della crisi delle democrazie liberali. Ma questo è facile da dire e pensare, forse. Per me però c’è un problema enorme in più: l’incoerenza di fondo, una sorta di scissione mentale, tra la storia di quella generazione, le loro parole e le azioni che dicono di applicare.

Partiamo da un assunto: forse è inevitabile che il sistema ci schiacci verso forme di gestione del potere autoritarie e antidemocratiche. E ciò non dipende dai social né dai leader dittatoriali o wannabe tali, ma da questo modo di vivere, questa mentalità da “cane mangia cane e io mangio per ultimo” (cit. Club Dogo), che il capitalismo esalta e di cui siamo tutti preda. Non basta pregare, fare comunità, scrivere libri, ristudiare i modelli e le grandi figure, con le loro idee fantastiche. Mounier e Gramsci vanno bene, ma da soli non ci salveranno da Musk e Meloni. Restiamo infatti condizionati da un sistema economico che ci costringe a determinate scelte di vita e che ci porta a giustificare ogni contraddizione che ci si pone davanti. Oggi le persone lavorano per una banca armata mentre si professano pacifisti o europeisti, inseguono un posto nel terzo settore per poi scoprire che la democrazia nelle cooperative o nelle associazioni è spesso diventata troppo faticosa per tutti. Ci sono poi gli opinion leader che dicono di voler cambiare il mondo ma in realtà parlano sempre delle stesse cose alla propria riserva indiana, eliminano qualsiasi forma di dissenso. Per non parlare di quelli che dicono di sostenere processi democratici e poi, quando avvengono, criticarli perché non danno i risultati sperati. E potrei continuare, parlando di politica, di industria, sindacato ecc. Tutti conosciamo storie di chi chiede coerenza, si erge superiore moralmente e poi fa tutto il contrario. E se ci pensate bene è proprio questo anche il grande argomento che usa la destra mondiale contro il mondo progressista, cioè quello dell’incoerenza.

Qualcuno direbbe che è la vita da adulti, quella delle contraddizioni, perché il sistema ti porta quasi inevitabilmente lì. Ma un conto è fare compromessi e accettare le contraddizioni, cercando il più possibile di restare coerenti con quello che si è (anche cambiando “forma”, modalità di approccio alle sfide o lavoro). Un altro conto è smettere di interrogarsi su quelle contraddizioni, fino al punto di normalizzarle e viverle senza più attrito interiore. È lì che nasce la scissione: non nella contraddizione in sé, ma nella perdita di consapevolezza rispetto ad essa.

La grossa differenza tra gli over 50 e i più giovani sta tutta qui. Noi giovani non siamo più puri o coerenti — e non lo siamo — ma siamo spesso più esposti e, in parte, più consapevoli delle nostre contraddizioni. Conosciamo bene le contraddizioni di usare un Samsung sporco di sangue, del fatto che forse moriremo di inquinamento in Val Padana dove abbiamo comprato casa o che il futuro è molto più incerto rispetto ad un tempo. Non sempre riusciamo a cambiare queste antinomie, ma tendiamo a nominarle, a renderle visibili, almeno tra di noi. E non serve aver letto Mark Fisher o Slavoj Zizek per capire che ogni lotta contro il capitalismo è tanto un’autoaffermazione personale quanto un esercizio collettivo, una protesta inutile contro un sistema invincibile quanto un segno di rivolta che forse costruisce piano piano un’alternativa. Basta ascoltarsi seriamente, collettivamente, e tutte queste contraddizioni emergono. Basta ad esempio andare in terapia o anche solo parlare delle proprie emozioni con gli altri. Dare voce alle contraddizioni incise sulla pelle e mostrarsi per quello che si è, cioè deboli, perdenti, anche quando si va in piazza o vince il NO.

Allo stesso tempo, sarebbe troppo facile fermarsi qui. Anche noi giovani, nei nostri spazi, riproduciamo dinamiche simili: piccoli poteri, bolle autoreferenziali, difficoltà ad accettare il dissenso. Non siamo fuori dal sistema che critichiamo — ne siamo immersi, esattamente come chi è venuto prima di noi. La differenza, forse, sta nel grado di consapevolezza e nella possibilità di lavorarci sopra.

Lo dico soprattutto per te, maschio bianco etero in una posizione di piccolo o grande potere. Capire che sei debole e che in realtà eserciti oggi un potere effimero è il primo passo verso la liberazione dal proprio ego narcisistico alimentato dalla società del consumo. Se lo riconosci infatti ti poni al livello degli altri e non ti esalti per la nomina a presidente, consigliere comunale o assessore del nulla. Potrebbe essere la svolta della vita. Alcuni provano ad uscire dalle contraddizioni del potere pregando, meditando, cercando conforto negli amici o esaltando i grandi leader del passato, tra cui quelli del cattolicesimo sociale che hanno usato la religione in ottica anti-individualista e per “sentirsi” dei deboli. Ma se non siete Dossetti, La Pira o don Mazzolari, purtroppo non funziona.

Ora, chi mi conosce sa che da sempre esalto il dialogo intergenerazionale perché lo ritengo una delle più serie risposte al realismo capitalista, ma c’è anche da dire che questo scambio non funziona bene se ci sono tra giovani e over 50 condizionamenti esterni alla dialettica democratica. E non lo penso io, lo sostiene l’etica del discorso del compianto Habermas. Da questo punto di vista, in un ipotetico dialogo tra un giovane e un’over 50, non ascoltarsi reciprocamente o, peggio, se una delle due parti si mostra “sicura” mentre in realtà “maschera” le contraddizioni cucite addosso, alla fine il discorso fa pendere la bilancia del potere sempre da una parte. Cioè, dalla parte dell’over che fa finta di non capire cosa gli stai dicendo, ma che in realtà spesso vuole intortarti o usarti, magari facendoti sentire in colpa.

Questa vita fondamentalmente contradditoria senza alcuna consapevolezza di sé è, come abbiamo già parzialmente accennato, determinata da quel sistema economico che dagli anni 80 non ha lasciato scampo a nessuno. Dopo il reflusso e il “There is no alternative” la distanza siderale tra pensiero e azione delle generazioni che hanno vissuto quella stagione, ma soprattutto il senso di colpa determinato dal non aver potuto fare nulla di fronte alla globalizzazione, ha generato dei mostri interiori che nessuno ha avuto il coraggio di analizzare. Il non aver più avuto la capacità di immaginare un futuro differente, ha portato oggi molti “over” ad una profonda dissonanza cognitiva tra parole e azioni concrete, ma anche ad una vera e propria scissione interiore tra il loro passato e le battaglie politiche di oggi, verso le quali le loro letture sono infatti spesso banali o reazionarie.

Perso ogni orizzonte ideale, rappresentato dalla morte delle grandi idee di 800/900 (resiste solo la nazione perché, come sappiamo, fa comodo) gli over 50 di oggi vivono nella costante nostalgia dell’idea di futuro che si aveva nel passato (Derrida la chiama hauntology) e da quella unica prospettiva interpretano la realtà. Attenzione però, questa sorta di “cataratta sul futuro” in realtà è anche una cosa buona per quei giovani che non hanno mai vissuto certe stagioni politiche. Pur non essendo magari sempre attuali, quei racconti di lotta del passato sono importantissimi e fondamentali  per noi giovani, perché ci permettono, nonostante tutto, di sperare e superare, anche se per poco, la disillusione.

Eppure, per gli over il trauma ricorrente di osservare una situazione di oggi e confrontarla con la stagione dei grandi leader aclisti, democristiani, comunisti e socialisti, è un colpo troppo grande per non generare, consciamente o più spesso inconsciamente, una scissione tra quello che in realtà sotto sotto si pensa (cioè che il mondo è già da buttare) e le parole/azioni che si predicano in giro (cioè che bisogna leggere, custodire, seminare e tutto il corollario che sentiamo da anni). Questo quando va bene. In realtà la mancata consapevolezza di essere la più grande generazione di perdenti dell’ultimo secolo genera sempre più spesso spirali di incomprensione generazionale, rabbia verso il mondo oppure, come succede negli ambienti che si dicono “orizzontali”, forme indirette o dirette di controllo antidemocratico, manipolazioni delle persone o quando va un pochetto meglio, incapacità di fare politica in modo efficace e democratico.

Guardate che sono tantissimi i giovani a rimanere sconvolti dal modo inefficace e spesso poco trasparente con cui fate politica, oppure dalla vostra incapacità, soprattutto nei progressisti degli anni 60 e 70, di riconoscere disequilibri di potere tra voi e altre persone (pensiamo alla parità di genere nei nostri mondi ad esempio). E noi restiamo ancora più spiazzati perché voi, da giovani, avete scritto e costruito categorie che noi abbiamo studiato e che oggi smentite nelle vostre pratiche quotidiane. Non tanto per cattiva fede, ma perché nel tempo quei principi si sono trasformati in forme di gestione del potere che faticano a riconoscere i propri limiti. Ed è proprio questo cerchiobottismo, questa chiusura di più di un occhio sul disequilibrio dei rapporti di potere, che ci ha portato ai re e alle regine del nostro tempo.

Potremmo star qui a ricostruire, in un rapporto causa-effetto, la concatenazione di colpe concrete di una certa generazione sulla situazione di oggi. Eppure, mi sembra evidente che questa non elaborazione personale e collettiva attorno all’inefficacia della prassi democratica o sui rapporti di potere sbilanciati abbia prestato il fianco alla rinascita di fenomeni autoritari. Perché una volta persa la coerenza o la tendenza a mantenerla, oppure ancora senza assumere un’incoerenza di base come fanno gli under 30, si cede inevitabilmente il passo all’incoerenza della violenza controllante e autoritaria.

Misurare questo impatto storico di alcune classi d’età e questi rapporti causa-effetto generazionali risulta non di semplice lettura, e sappiamo che tutto questo era in parte inevitabile per voi, esserini che festeggiavano la Caduta del Muro mentre il sistema capitalista e della globalizzazione era pronto a schiacciarvi definitivamente.

Tuttavia, quello che non è più tollerabile nel 2026 è la mancanza di cura di sé e del rapporto con gli altri. Senza la consapevolezza di poter essere incoerenti, di essere deboli e fragili, di esercitare il potere in modo diseguale, gli over dei nostri mondi continueranno a sovradeterminare i giovani nelle scelte democratiche oppure a parlare semplicemente per dar voce al proprio ego senza voler sotto sotto cambiare nulla. L’onestà intellettuale attorno ai propri limiti, da mettere sempre e fin da subito in mostra quando si dialoga, la consapevolezza della fuffa del potere che esercitiamo in questo mondo governato dalle Big Tech, la continua volontà di provare, nonostante tutte le contraddizioni, a rimanere esempi di integrità e coerenza, sono una di quelle rivoluzioni silenziose di cui questa democrazia polarizzata non può fare a meno.

Fare un passo indietro nei luoghi decisionali, rinunciare alla parola per permettere ad un’altra di esprimersi, fornire risorse e strumenti ai giovani, ha senso solo se diventa pratica concreta e verificabile.
Significa, ad esempio: condividere davvero i processi decisionali, non solo consultarli; rischiare risorse per i giovani e le loro idee; accettare limiti al proprio ruolo e alla propria permanenza nei luoghi di potere; rendere espliciti i rapporti di forza e i problemi, invece di negarli.
Altrimenti si perpetueranno sempre le solite logiche.

Noi giovani siamo deboli, pochi, spesso perdenti. Ed è proprio per questo che il sistema tende a non notarci finché non votiamo NO o scendiamo in piazza. Questa è la nostra strategia, ma abbiamo ancora bisogno di pensare al futuro con idealità. Lavoriamoci insieme, generazione scissa con la memoria del passato e giovani disillusi ma consapevoli dei propri limiti. Come diceva il più consapevole e debole di tutti noi, il filosofo Mark Fisher: l’evento più minuscolo può ritagliare un buco nella grigia cortina della reazione, quando da una situazione in cui nulla può accadere, tutto di colpo torna possibile.

  • Dario Acquaroli: Responsabile abitare ACLI Bergamo e delega Politiche Giovanili, Casa e Pace Acli Lombardia

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