Referendum, il ritorno della cittadinanza attiva

Antonio Russo

Alta affluenza, giovani protagonisti e società civile in campo: il voto sulla giustizia rilancia la centralità sulla Costituzione e apre nuovi scenari politici

Nella fase storica che stiamo attraversando in cui spesse volte, non senza fondate ragioni, si è fatto riferimento alla crisi della partecipazione democratica, il referendum sulla riforma della giustizia consegna al Paese un messaggio di segno opposto: la democrazia italiana è ancora viva, capace di mobilitarsi quando percepisce che in gioco vi sono principi fondamentali dell’ordinamentorepubblicano.

Il dato più eloquente è quello dell’affluenza: il 58,9% degli aventi diritto si è recato alle urne, un risultato che supera ampiamente le aspettative e che rappresenta uno dei livelli più alti registrati nelle recenti consultazioni. Già nella prima giornata il 46% degli elettori aveva espresso il proprio voto, segnale evidente di una forte tensione civile e politica.

L’esito è altrettanto netto: quasi il 54% dei votanti ha scelto il No, respingendo la riforma proposta dal governo.

La distribuzione territoriale del voto rafforza la portata politica del risultato. Il No ha prevalso in 17 regioni su 20, lasciando al Sì soltanto Lombardia, Friuli Venezia Giulia e Veneto, territori tradizionalmente più vicini al centrodestra. Particolarmente significativo il dato della Campania, dove il No ha raggiunto il 65%, e quello della Sicilia e della Basilicata, dove il 60% degli elettori si è espresso contro la riforma.

Non si tratta soltanto di una bocciatura di merito. Il voto sembra aver assunto un significato più ampio, quasi simbolico, legato all’idea stessa di equilibrio tra i poteri dello Stato e alla tutela della Costituzione.

Come ha osservato Agostino Giovagnoli, il referendum ha smentito la narrazione di una democrazia destinata a un progressivo declino. Al contrario, ha mostrato come la fiducia nelle istituzioni democratiche possa riemergere con forza quando i cittadini avvertono di essere chiamati a decidere su questioni essenziali.

La Costituzione, del resto, in Italia non è mai stata percepita soltanto come l’insieme delle regole del gioco democratico. È anche il limite entro cui il potere deve muoversi. Quando questo limite appare messo in discussione con eccessiva rapidità o attraverso la sola forza della maggioranza, l’elettorato tende a reagire.

È qui che il risultato referendario assume una valenza politica più profonda. Il governo ha scelto di intervenire su un nodo costituzionale senza costruire quel largo consenso che, su materie di questa natura, dovrebbe rappresentare il presupposto essenziale.

Come già indicato dalla orizzonte etico condiviso e fondato sul confronto democratico. Il ricorso al referendum confermativo in assenza dei 2/3 della maggioranza parlamentare, risponde a questo principio.

Una lezione, questa, che richiama direttamente il pensiero di Piero Calamandrei, per il quale la Costituzione non vive di automatismi, ma ha bisogno di essere rimessa in moto ogni giorno dalla responsabilità dei cittadini.

E proprio i cittadini, in questa occasione, hanno dimostrato di aver colto la rilevanza della scelta.

Tra i dati più rilevanti emerge la forte partecipazione giovanile. La generazione Z, tra i 18 e i 28 anni, ha fatto registrare il 67% di affluenza, con il 58,5% orientato verso il No.

È un elemento che merita particolare attenzione. I giovani, spesso descritti come distanti dalla politica, hanno invece avuto un ruolo decisivo. Quasi a scongiurare una distanza incolmabile tra i giovani e la politica e ad affermare che le nuove generazioni non sono estranee alla sfera pubblica; intervengono però solo quando capiscono l’importanza della scelta e sentono di poter contare davvero attraverso il voto.

Il referendum, con la sua natura immediata e binaria, è stato percepito come uno strumento più efficace rispetto al voto politico tradizionale, spesso vissuto come mediato da troppi passaggi e da dinamiche di partito meno trasparenti. Ma il significato del voto va oltre la dimensione elettorale.

Il risultato riflette soprattutto il protagonismo della società civile. Comitati, associazioni, professionisti del diritto, docenti universitari, realtà cattoliche come le ACLI e altre Organizzazioni sociali laiche e cattoliche hanno contribuito in modo decisivo ad alimentare il dibattito pubblico.

È stata proprio questa mobilitazione diffusa, spesso più incisiva di quella dei partiti, a trasformare una materia apparentemente tecnica in un grande confronto nazionale sul significato della democrazia costituzionale. In questo senso, il referendum appare come un successo non solo del fronte del No, ma della democrazia stessa.

La lezione che ne deriva è chiara: le grandi scelte che riguardano l’assetto istituzionale del Paese non possono essere affrontate come semplici decisioni di maggioranza. Il monito che ne possiamo trarre, seguendo il pensiero del fondatore del personalismo cristiano Emmanuel Mounier, è quello per il quale la politica e le decisioni importanti come la modifica della Carta Costituzionale, trovano approdi condivisi possibili, se crescono in una relazione autentica con le persone e le comunità e non solo nel pur legittimo accordo di una maggioranza parlamentare.

Il voto referendario ha dimostrato che questa energia democratica è ancora presente. E forse è proprio questo il dato politicamente più rilevante: il Paese ha ricordato alle istituzioni che la Costituzione non è materia da trattare con leggerezza, ma il fondamento stesso della convivenza democratica.

  • Antonio Russo: Presidente della Fondazione Achille Grandi

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