Pubblichiamo un’intervista a Gian Luca Potestà, realizzata dall’emittente argentina C5N. Il tema è l’eredità di Papa Francesco raccolta da Leone XIV e, insieme, i caratteri di novità del magistero di Prevost
Gian Luca Potestà, ricorre un anno dalla morte di Francesco. Come definiresti il vuoto che ha lasciato Jorge Bergoglio nella geopolitica mondiale? In quest’ultimo anno la Chiesa è passata dall’essere attrice principale a osservatrice?
“A mio parere la Chiesa cattolica è ancora un attore principale sulla scena politica mondiale. Lo era in maniera evidente e in un certo senso voluta da parte di Papa Francesco. Continua a esserlo con Papa Leone XIV. Il nuovo Papa ha iniziato con uno stile molto sommesso, dando a vedere che la sua preoccupazione fondamentale non è né di carattere politico, né di carattere morale, bensì di carattere squisitamente religioso. D’altra parte, la situazione drammatica del mondo e lo sconsiderato bellicismo del governo americano a sostegno della politica di Israele lo hanno in un certo senso costretto a intervenire in maniera sempre più esplicita. Infine, le sue recenti parole di denuncia del delirio di onnipotenza, il suo richiamo al ripristino del diritto internazionale e al multilateralismo, addirittura il suo appello al Congresso americano perché fermi questa spirale di morte di tanti innocenti hanno segnato – che Leone lo volesse o no – un punto di svolta nella ripresa di protagonismo della sede romana sulla scena mondiale. Il Papa ha chiarito proprio in questi giorni che non intende entrare in discussione con il presidente degli Stati Uniti. Ma la sua semplice espressione «io non ho paura dell’amministrazione Trump» lo ha catapultato sulla scena più di tanti capi di governo e di istituzioni convocati nello Studio ovale o incontrati altrove, sui cui visi e nei cui gesti il mondo ha scorto soprattutto timore silenzioso o pavido imbarazzo”.
Per noi in Argentina, Francesco veniva chiamato il “Papa della fine del mondo”. Quanto del suo stile gesuita e rioplatense sopravvive oggi nei corridoi del Vaticano, oppure si è cercato di cancellarlo con la nuova gestione?
“Dal punto di vista dello stile, Papa Leone è diametralmente opposto a Papa Francesco. Tanto il Papa argentino era dotato di un carisma straordinario, naturale, manifestato dal suo stesso profilo personale e dai gesti sorprendenti da lui compiuti, tanto il Papa statunitense ha mostrato, fin dalla sua prima apparizione pubblica come Papa, un profilo riservato, timido. Quasi impacciato. Se avesse potuto – così pareva in quel momento – avrebbe fatto un passo indietro dal balcone. Dietro questa modestia e questa riservatezza, unite a un sorriso e a una maschera quasi imperscrutabili, sta però un’idea del pontificato e della sua missione che non è affatto lontana da quella di Papa Francesco. E non è un caso che Papa Francesco abbia individuato mons. Prevost, quando ancora era solo un vescovo agostiniano in missione nel Perù, e nell’ultimo scorcio del proprio pontificato lo abbia richiamato a Roma affidandogli responsabilità sempre maggiori, quasi ad aprirgli la strada del papato”.
Una delle prime decisioni di Leone XIV è stata lasciare la residenza di Santa Marta e tornare a vivere nel Palazzo Apostolico. Si tratta di un semplice cambio di domicilio o può essere visto come il simbolo di una Chiesa che torna ad avvicinarsi al protocollo e a rinchiudersi in esso? Francesco cercò di “desacralizzare” la figura del Papa, mostrandosi più umano e vicino. Leone XIV ha recuperato l’uso di ornamenti antichi e un linguaggio più solenne. Questo ritorno è una strategia per recuperare il rispetto dell’istituzione o è semplicemente nostalgia?
“Papa Francesco ha compiuto gesti forti, a partire appunto dal cambio di residenza, e dalle scelte di modalità di vita quotidiana e di manifestazione di sé assolutamente inaudite rispetto ai suoi precedenti, in quanto caratterizzate dalla massima sobrietà ed austerità. Nel corso del tempo crescenti ostilità si sono manifestate in diversi settori della Chiesa mondiale accomunabili sotto l’etichetta alquanto vaga e imprecisa di “tradizionalisti”, attivi soprattutto negli Stati Uniti d’America e in Africa. Pur prendendo spunto da alcuni aspetti molto determinati della sua pastorale (possibilità di benedizione delle coppie omosessuali, opportunità di trovare metodi per far riaccostare ai sacramenti le coppie divorziate) hanno trovato suolo fertile nel suo stile di vita. Papa Leone è rientrato nell’appartamento papale dopo adeguati restauri; utilizza spesso la residenza estiva di Castel Gandolfo, dove Papa Francesco credo non avesse mai messo piede; e se non utilizza o non ha ancora utilizzato la piscina fatta costruire da Giovanni Paolo II, non fa mistero di amare il tennis e a quanto si legge forse lo pratica. Qui prevale la discontinuità rispetto a Francesco, indubbiamente. Il Papa accetta di mostrarsi per quello che (anche) è: sovrano assoluto di un piccolo Stato territoriale, che non rinuncia alle prerogative che gli spettano. Certo, colpisce che il primo suo viaggio in Europa sia stato la brevissima visita del Principato di Monaco, dove – non sappiamo quanto ascoltato – ha parlato di buon uso della ricchezza. In fondo, però, Gesù stesso non esitò a frequentare le case dei ricchi, annunciando loro un messaggio di conversione. Evangelicamente, il seme va gettato dappertutto”.
Francesco parlava con metafore semplici, come “fare casino” o “odore di pecora”. Leone XIV ha utilizzato un linguaggio teologico molto più denso. Pensi che questo cambiamento miri a elevare il livello intellettuale della Chiesa oppure stia creando una nuova barriera con la gente comune?
“Anche su questo punto ci sono differenze notevoli. Un collega dell’Accademia della Crusca (l’istituto di ricerca più prestigioso sulla storia della lingua italiana) ha compiuto specifiche indagini sul linguaggio di Papa Francesco. Non solo immediato, semplice, universalmente comprensibile, ma anche creativo, capace di coniare termini nuovi, a metà tra l’italiano e lo spagnolo. Anche questo elemento ha contribuito al suo carisma unico. Papa Francesco era capace di “bucare lo schermo” anche grazie alla sua parola. Questa parola peraltro non era affatto banale. Un esempio: Francesco ha proposto di sostituire il termine “tradizionalismo” con “indietrismo”. Una sola parola condensa una visione della storia e del tempo: il mondo va avanti e la pastorale della Chiesa deve tenerne conto e a suo modo progredire con esso; non progredi est regredi, dicevano i latini. La vera tradizione, ha affermato ancora Francesco è la fede viva dei morti; Il tradizionalismo è la fede morta dei vivi. Questo nitore di linguaggio non lo conosciamo ancora e forse non lo conosceremo in Papa Leone XIV. Non tutti hanno le stesse doti! In questo, Papa Francesco è stato davvero unico. Il linguaggio di Leone risponde, mi pare, anche a una sua preoccupazione: rigetta la semplificazione, insiste sulla formazione scolastica, culturale, intellettuale, indica l’esigenza di non abbandonare lo studio della teologia e del diritto (materie oggi molto penalizzate nelle facoltà teologiche, almeno in Italia, dove prevalgono invece la bioetica, la sociologia della religione, la psicologia della religione …)”
Francesco diceva: “Chi sono io per giudicare?” e ha permesso la benedizione delle coppie dello stesso sesso. Leone XIV ha raffreddato questa apertura. Crede che il primo anno di Leone XIV possa segnare la fine di una Chiesa più inclusiva?
“Lei qui coglie un punto molto importante. Le prese di posizione sul piano della vita affettiva, familiare, sessuale furono il motivo, o forse il pretesto, per il coagularsi di forze disparate contro Papa Francesco. Quali che siano le idee personalmente coltivate da Papa Leone, da uomo prudente quale si è finora mostrato, ha scelto per il momento di evitare queste tematiche così fortemente divisive. Indubbiamente un giorno o l’altro dovrà esprimersi su questi temi, ma ha evitato finora di farlo, credo per ragioni ben comprensibili. D’altra parte, non si può dire che abbia fatto cadere il lascito dottrinale e pastorale di Papa Francesco. La sua prima Esortazione apostolica Dilexi te, sottotitolo: “Sull’amore verso i poveri”, ne è una prova incontrovertibile. È interessante da questo punto di vista la sua polemica, che non risale a oggi, con il vicepresidente degli Stati Uniti Vance, polemica iniziata prima ancora che diventasse Papa. Nel gennaio dello scorso anno Vance in un’intervista televisiva sostenne la politica di deportazione dei migranti avviata dal nuovo governo Trump pretendendo di riferirsi alla concezione cattolica dell’ordo amoris: non si può amare tutti dello stesso amore, ma si deve innanzitutto cominciare ad amare i propri familiari, i propri vicini, la propria comunità, e poi allargare via via la cerchia fino a che è possibile verso i più lontani. Ma non si può amare tutti. Il cardinale Prevost gli rispose immediatamente rinviando a un articolo molto eloquente del “National Catholic Reporter”. Argomenti ripresi pochi giorni dopo da Papa Francesco nella sua lettera ai vescovi americani, al punto tale che si può sospettare che il testo di Papa Francesco sia stato scritto dallo stesso Prevost. Il messaggio che quest’ultimo, una volta eletto Papa, ha proclamato per la 111a giornata internazionale dei migranti è un capolavoro non solo dal punto di vista letterario, ma anche dottrinale. I migranti sono paragonati al popolo di Dio che nell’Esodo attraversa il deserto. Sono visti come portatori di speranza nella “ricerca della felicità”, parole in cui risuona non solo qualcosa che è propriamente cristiano, ma anche qualcosa che è propriamente americano. Il cuore del messaggio di Francesco, cioè il primato della misericordia e l’idea della Chiesa come pellegrinante, racchiusi nel racconto del Samaritano, ebbene questi elementi si ritrovano puntualmente ripresi e sviluppati da Prevost prima come cardinale e poi come Papa. Non vedo per il momento alcuna presa di posizione sui temi più divisivi in ambito morale personale e individuale, ma c’è una chiarissima presa di posizione contro le idee e le pratiche violente suprematiste e razziste che vanno affermandosi in alcuni settori del cosiddetto Occidente”.
Francesco limitò le messe in latino cercando l’unità, ma Leone XIV le ha nuovamente autorizzate. Siamo di fronte a un Papa che cerca di ricucire le divisioni interne con i conservatori a scapito della modernizzazione?
“È troppo presto per dire se Papa Leone sia contrario alla modernizzazione. Certamente la cosiddetta messa in latino è stato uno dei cavalli di battaglia di coloro che hanno preteso di mettere in discussione il lascito del Concilio Vaticano II. Le prime ribellioni contro l’adozione delle lingue volgari nella liturgia si registrarono al tempo di Paolo VI che dal 1965 fece cautamente marcia indietro, consentendo che si potesse continuare a celebrare in latino in certe situazioni particolari ricorrendo al messale riformato da Giovanni XXII. Questo non bastò a impedire lo scisma del vescovo Lefebvre e la sua costituzione della cosiddetta Fraternità di San Pio V, che da allora ha rappresentato un modello negativo e una spina nel fianco per la Chiesa romana: non tanto, forse, per la sua potenza e per la sua estensione, ma perché lesiva di quell’immagine di unità, universalità ecumenicità che è in fondo la carta più forte del cattolicesimo rispetto al frazionamento delle chiese protestanti e al pulviscolo dei predicatori evangelici. Come sappiamo, Benedetto XVI cercò di tacitare quel dissenso, dando, in maniera forse troppo fiduciosa e un po’ avventata, concessioni e riconoscimenti che non vennero peraltro ricambiati della stessa moneta da parte dei lefevristi. Papa Francesco chiuse quei canali di comunicazione improduttivi e limitò fortemente ogni iniziativa nei confronti del mondo tradizionalista, fastidiosamente attivo, peraltro, sia pure non in forme scismatiche, ai massimi livelli della Chiesa romana. Mi chiedo tuttavia se il problema della messa in latino sia così importante. Indubbiamente coloro che amano la messa in latino pensano ad una liturgia in cui la dimensione del mistero sia più fortemente rappresentata. Se tale celebrazione non entra in conflitto con l’assunzione piena e integrale dei deliberati del Concilio Vaticano II, forse non dovrebbe rappresentare un motivo di preoccupazione e ancor meno di rottura”.
Può arrivare a esistere a Roma una “epurazione” degli uomini di fiducia di Francesco? Quanto è reale questa purga nella curia romana durante questo primo anno?
“Non sono un vaticanista, sono uno storico del cristianesimo privo conoscenze all’interno del mondo vaticano. Per quel che leggo e capisco, fino a ora non sono avvenuti cambiamenti consistenti nella struttura e organizzazione della curia romana. La massima parte degli uomini che già ne facevano parte prima sono rimasti ai loro posti. Mi pare che Leone si muova con grande cautela; E se d’altra parte operasse dei cambiamenti, non ci sarebbe da meravigliarsene: anche Papa Francesco operò cambiamenti e spostamenti di personale ecclesiastico, in certi casi talmente rapidi da contribuire alla rivolta della macchina curiale nei suoi confronti. La macchina romana è lenta, capace con la sua lentezza pachidermica di rallentare o addirittura impedire le decisioni del sommo vertice. Credo che questa sia l’esperienza fatta da Papa Francesco, c’è da vedere, ed è presto per dirlo, se alla lunga Papa Leone cercherà di apportare mutamenti significativi nei gangli decisivi del potere romano e in che misura riuscirà ad attuarli”.
Se dovessi definire questo primo anno del pontificato di Leone XIV in una sola frase: è una transizione necessaria, un tradimento dell’eredità di Francesco o una restaurazione dell’ordine perduto?
“Come lei avrà inteso da quanto ho detto finora, credo che il pontificato di Leone si ponga in sostanziale continuità con quello di Papa Francesco per i temi centrali della sua pastorale, ossia quelli riguardanti la guerra e la pace, la scelta divina dei poveri, la misericordia umana come espressione della carità divina, il rifiuto di ogni forma di razzismo e di scarto, la centralità attribuita alla questione del linguaggio e della sua capacità di offendere e asservire, i rischi del mondo digitale e della intelligenza artificiale. Se Papa Francesco proclamava di essere il Papa venuto dalla fine del mondo, mi pare significativo che di fatto il primo grande viaggio pastorale di Papa Leone si svolga in Africa, tra l’Africa algerina di Sant’Agostino e l’Africa nera, liberatasi dal dominio coloniale ma non dall’oppressione dell’ineguaglianza. E se Papa Francesco volle fare, vincendo notevoli resistenze curiali, il primo suo viaggio a Lampedusa, cioè nella piccola isola posta a metà strada fra Italia e Libia, ove approdano i migranti che riescono a superare incolumi il viaggio pericoloso in barche di fortuna, mi pare non meno significativo che Papa Leone abbia scelto di compiere il suo viaggio a Lampedusa il prossimo 4 luglio, cioè nel giorno del 150° anniversario della Dichiarazione di indipendenza americana. Una coincidenza non certo casuale, e assolutamente emblematica!”
- Gian Luca Potestà: Professore emerito di Storia del cristianesimo e delle Chiese, presidente del Comitato scientifico della Fondazione Achille Grandi
