Una riforma elettorale che non sicuramente non risponde ad esigenze di rappresentanza
Crede che il progetto di legge elettorale che dovrebbe andare in Aula alla fine del mese di giugno sia adatto a tenere insieme le esigenze di rappresentanza, governabilità e stabilità?
Il progetto nella versione che è circolata, anche con gli ultimi aggiustamenti, può rispondere, nel caso riesca a funzionare con una coalizione che raggiunge e supera il 42%, ad esigenze di stabilità e governabilità, se la coalizione vincitrice non si sfascia; sicuramente non risponde invece ad esigenze di rappresentanza. La sua ulteriore debolezza sta nel fatto che non regola bene il caso di mancanza di un vincitore: in questa situazione vengono meno anche i requisiti di governabilità e stabilità.
Il nostro Paese viene da una lunga tradizione di tipo proporzionale, e solo da trent’anni a questa parte ha introdotto modelli elettorali diversi, comunque ad orientamento maggioritario, ed in taluni casi (Comuni, Regioni) incentrati sull’elezione diretta del Capo dell’Esecutivo. Che bilancio si può trarre di questa stagione?
La stagione del proporzionalismo ha funzionato bene (nei limiti umani) finché nel sistema c’erano un numero ridotto di “partiti-società”. Finiti questi non si è più trovato un metodo per legittimare bene la competizione fra i partiti. L’elezione diretta dei vertici di regioni e comuni ha funzionato benino quando sono riuscite ad imporsi competizioni fra figure con un minimo di carisma, mentre quando tutto si è ridotto nelle mani dei partiti che candidano i loro vertici (a volte anche dopo aspre lotte intestine) i risultati non sono stati brillanti. In definitiva non è un modello che possa risolvere tutti i problemi.
Due anni fa le ACLI formularono una proposta di legge di iniziativa popolare per “costituzionalizzare” i partiti politici, rendendone realmente trasparenti i rapporti organizzativi interni e la situazione finanziaria, collegandoli con la ripresa di un credibile e monitorato meccanismo di finanziamento pubblico e con la nascita di organismi collegati volti allo studio e alla formazione politica. Cosa pensa su questo tema?
La mancanza di una normativa che regoli il modo di funzionare e di agire dei partiti è un problema storico. In costituente non si riuscì a farla passare perché il PCI temeva di essere soggetto al controllo ostile del governo. Nella confusione attuale sarebbe difficile costruire un modello che regga. Innanzitutto, perché non si saprebbe individuare un organo realmente “super partes” che giudicasse senza incorrere in polemiche l’adeguatezza di un partito rispetto alla normativa generale. Si creerebbe solo una occasione per un ulteriore intervento della magistratura in politica con poco costrutto. Lo si è visto nelle diatribe fra Grillo, Conte ed altri sul funzionamento del M5S.
Quali riforme ai meccanismi costituzionali si potrebbero introdurre per tenere insieme le esigenze della democrazia parlamentare e la funzionalità e stabilità dell’azione di governo?
Senza pensare che con riforme costituzionali si possano cambiare la storia e la natura umana, ci sono alcuni strumenti che potrebbero migliorare la situazione. Innanzitutto, l’introduzione del divieto di candidature in più collegi un parlamentare, l’obbligo per chi cambia partito di tornare davanti agli elettori e la limitazione del voto segreto solo a materie che possano costituire casi di coscienza. Sulla stabilità del governo sarebbe ottima l’introduzione della sfiducia costruttiva e sulla funzionalità la restrizione del ricorso ai decreti-legge, con garanzia però di percorsi rapidi per le proposte di legge di iniziativa governativa.
- Paolo Pombeni: Professore emerito dell’Università di Bologna. Socio dell’Associazione «il Mulino» e direttore della Rivista “Il Mulino”
