In ricordo di Carlo Ginzburg

Maurizio D'Ago

Il 17 giugno scorso è morto Carlo Ginzburg, uno dei più importanti storici europei.

Era nato a Torino nel 1939 in una famiglia di intellettuali antifascisti in una città e in un contesto sociale e culturale che divenne il crocevia dell’antifascismo italiano. Il padre Leone Ginzburg fu saggista e critico letterario, di cultura profondamente cosmopolita, ebreo con origini russe e ucraine, grande animatore della cultura italiana d’anteguerra. Morì giovanissimo nelle carceri fasciste il 5 febbraio del 1944 a causa delle torture subite. La madre è Natalia Levi Ginzburg, grandissima scrittrice italiana, autrice tra i tanti di quel “Lessico Famigliare” che, pubblicato da Einaudi nel 1963, vinse il Premio Strega. Un racconto stupendo che ripercorre gli anni della resistenza al fascismo prima della guerra, della minaccia della polizia politica, dei tentativi di espatrio e delle azioni di resistenza civile e politica nel grigiore degli anni più duri del regime, quelli delle leggi razziali e dell’alleanza omicida con la Germania hitleriana. Un racconto che è il resoconto fedele di incontri tra uomini straordinari – Cesare Pavese, Adriano Olivetti, Giulio Einaudi, Giancarlo Pajetta – arricchito di tanti aspetti personali, psicologici, che descrivono perfettamente l’humus culturale nel quale Carlo Ginzburg è nato e cresciuto.

Ma Carlo Ginzburg non è stato solo figlio di una famiglia straordinaria. Ha saputo creare a sua volta qualcosa di straordinario, rendendo fertili le proprie origini, la propria provenienza. La sua opera più importante, universalmente riconosciuta come un’opera capace di innovare il modo di scrivere la Storia e di narrare gli eventi, è un testo dal titolo molto particolare: “Il formaggio e i vermi”. Sottotitolo: Il cosmo di un mugnaio del 500. Con questo testo nasce il mondo della Microstoria, un movimento di ricerca ispirato da un principio di fondo che modificherà la percezione degli eventi e il modo di narrarli: i grandi eventi posso essere osservati dagli effetti che essi producono nella vita delle persone comuni. Non più, dunque, soltanto la Storia dei grandi protagonisti, dei portatori di decisioni rilevanti a livello politico per la vita degli Stati, ma una Storia vista dal basso, il cui racconto parte dal basso e si dipana sfiorando i grandi fenomeni storici e politici. Già in precedenza la storiografia francese aveva inaugurato un filone di ricerca orientato nell’osservazione di fenomeni e verso “oggetti” fino ad allora ai margini del racconto storiografico.

La cultura degli Annales di Marc Bloch e Lucien Febvre, dei primi anni Venti del Novecento, aveva orientato lo sguardo altrove, verso aspetti della vicenda storica diversi dal solito, spostando l’attenzione dalla Storia degli eventi alla storia degli uomini e delle donne un tempo ritenuti marginali. Ancora, Fernand Braudel aveva messo al centro della sua indagine storiografica non più i personaggi protagonisti delle decisioni più rilevanti ma un oggetto diverso, un luogo, il Mediterraneo nell’età di Filippo II, descrivendone le rotte commerciali grandi e piccole, le verdure e gli ortaggi coltivati sulle coste e come venivano stivati. Insomma, tanti aspetti che compongono la vita e la cultura delle persone e che persistono ai mutamenti degli eventi politici e diplomatici. Esiste un mondo che cambia per via di un decreto o di una dichiarazione di guerra o di pace voluta da un sovrano, ma esiste anche un mondo che a queste cose resiste naturalmente e si perpetua, rispondendo a dinamiche storiche e naturali in parte indipendenti dalle singole decisioni. In questo filone di pensiero storico s’inserisce Carlo Ginzubrg, che ne sublima il senso, estremizzandolo e al contempo mostrandone il significato più profondo e genuino. “Il formaggio e i vermi”, ossia il cosmo di un mugnaio del Cinquecento, riesce a narrare alcune delle vicende più significative di quel secolo – una su tutte l’incedere dei tribunali dell’Inquisizione nel tentativo di estirpare le riforme religiose in atto in tutta Europa – partendo dalla vita priva e personalissima di Menocchio, all’anagrafe Domenico Scandella, mugnaio di Montereale Valcellina in Friuli.

Menocchio, pur sapendo leggere e scrivere, non appartiene ai ceti dominanti ma allo sconfinato numero di persone che la Storia, prima di Carlo Ginzburg, era solita ignorare. Eppure, il protagonista è capace di creare una propria cosmogonia, di sviluppare sue teorie sull’origine dell’universo e credenze che lo esporranno, suo malgrado, al giudizio dell’Inquisizione.
Il libro fu pubblicato nel 1976 da Einaudi e fece rapidamente scalpore nel mondo della ricerca storica per via della grandissima precisione nell’analisi dei dati e delle informazioni a disposizione. Menocchio ricevette da parte di Ginzburg la medesima attenzione che solitamente gli storici riservavano soltanto ai personaggi più illustri. Gli umili divenivano finalmente protagonisti della Storia e le loro sorti, molto più che quelle dei potenti, divennero la quintessenza delle sorti di ciascuno di noi. Cambiò, pertanto, la percezione degli eventi e delle scelte politiche: una percezione che oggi è intrinseca nel nostro modo di pensare. In passato “pensare la guerra” significa pensare ai generali, ai campi schierati, alle battaglie decisive, agli effetti che esse producevano sui governi e sulle loro sorti.

Oggi, invece, quando “pensiamo la guerra” siamo portati immediatamente ad immaginare gli effetti che essa potrebbe avere sulle nostre vite, su quelle dei nostri simili, sulle case e sui nostri paesaggi. È un mutamento prospettico profondo, in parte dovuto alla cultura della Microstoria, che a partire da Menocchio e dagli storici francesi che hanno preceduto Ginzburg ci hanno abituato ad osservare la realtà non più con il cannocchiale ma al microscopio.

  • Maurizio D’Ago: Presidente Acli Campania

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