Le leggi elettorali vanno cambiate con il concorso più ampio delle forze parlamentari e non per favorire una coalizione a scapito di un’altra
Crede che il progetto di legge elettorale che dovrebbe andare in Aula alla fine del mese di giugno sia adatto a tenere insieme le esigenze di rappresentanza, governabilità e stabilità?
Devo fare una premessa. L’attuale maggioranza, nel tratto finale del suo percorso, ha deciso di concentrarsi sulla legge elettorale, mentre l’Italia è nel pieno di un declino economico e demografico che rischia di diventare irreversibile. In quattro anni non è stata fatta alcuna riforma strutturale nei temi fondamentali per il futuro del Paese, dal sistema fiscale alla ricerca e università, alla politica industriale e al sistema di regole e incentivi per il mondo delle imprese. E aggiungo: credo sia evidente a tutti che l’interesse per la legge elettorale ha secondi fini, o primi fini, che sono la preservazione dell’attuale ceto politico (o per essere più espliciti: la vittoria dell’attuale maggioranza alle prossime elezioni). Non so nemmeno se alla fine la legge si farà, proprio perché ha in fondo questo scopo, opportunistico: ma con la nascita del partito di Vannacci il quadro politico è in rapida evoluzione, come vediamo, e una riforma elettorale di questo tipo potrebbe non convenire più all’attuale maggioranza.
Tutto questo impegno per la legge elettorale, nel mezzo di problemi molto più drammatici e urgenti, dà però il segno dell’inadeguatezza della classe dirigente che ci governa. Un’inadeguatezza grave. Ed è una vicenda che evidenzia peraltro una terza dimensione del nostro declino: quello democratico. L’attuale maggioranza vuole modificare l’attuale legge elettorale, a ridosso del voto, senza il consenso dell’opposizione. Al di là del merito, è di per sé un metodo da respingere. Le leggi elettorali vanno cambiate con il concorso più ampio delle forze parlamentari e non per favorire una coalizione a scapito di un’altra, sondaggi alla mano, a pochi mesi dalle elezioni. Questa è una regola essenziale della democrazia liberale. Il fatto che sia stata già violata altre volte, soprattutto nel 2005 a opera dell’allora centro-destra, con la legge Calderoli anche detta Porcellum (e con un esito, peraltro, che finì per danneggiare proprio il centro-destra), non è affatto una giustificazione. Perseverare è diabolico.
Quanto al merito, al tema della governabilità e della stabilità. L’Italia con la stessa legge elettorale, quella adesso in vigore, ha avuto la legislatura attualmente più stabile di tutta la storia repubblicana, e anche una delle più instabili, la precedente (con tre governi sorretti da tre maggioranze molto diverse e con lo scioglimento anticipato del Parlamento).
La nuova legge in discussione, per via del premio di maggioranza alla coalizione vincente, rischia per paradosso di consegnarci due maggioranze diverse alla Camera e al Senato: un’eventualità tanto più probabile quanto più le coalizioni sono vicine nei sondaggi. Introduce anche una potenziale seria distorsione della rappresentanza (va detto, non maggiore però di quella a suo tempo prevista dalla legge Calderoli che pure introduceva un premio di maggioranza alla coalizione vincente). Sento dire, ma la distorsione della rappresentanza va a vantaggio della stabilità e della governabilità. Con la legge Calderoli non è stato così. Né lo sarà con questa. Per un fatto semplice: fin quando esiste il bicameralismo perfetto, qualunque legge con un premio di maggioranza alla coalizione vincente può sempre produrre, in teoria, due maggioranze diverse fra Camera e Senato; mentre distorce la rappresentanza.
Il nostro Paese viene da una lunga tradizione di tipo proporzionale, e solo da trent’anni a questa parte ha introdotto modelli elettorali diversi, comunque ad orientamento maggioritario, ed in taluni casi (Comuni, Regioni) incentrati sull’elezione diretta del Capo dell’Esecutivo. Che bilancio si può trarre di questa stagione?
Nei Comuni, dove vive un maggioritario con doppio turno, la legge ha funzionato abbastanza bene. Nelle Regioni, dove non c’è il doppio turno (e quindi il maggioritario è più “estremo”, per così dire), direi che il bilancio è meno positivo; o comunque molto differenziato, con livelli di astensione in alcuni casi che superano il 50%.
Quanto al livello nazionale, come ho cercato di mostrare in un recente articolo per “il Mulino”, la stabilità e la governabilità non sono dipese, in questi decenni, dalla legge elettorale, se non in minima parte. Dipendono dalla società, dalla sua complessità ed evoluzione, e dalla capacità dei partiti di rappresentarla. La frammentazione e l’instabilità possono prodursi con qualunque sistema elettorale, se anche la società è instabile e frammentata, come infatti è accaduto in Italia e come più o meno è successo in tutto il mondo occidentale.
Se una regola c’è, comunque, è quella che i sistemi maggioritari tendono a essere meno inclusivi, e quindi alla fine meno partecipati, di quelli proporzionali. Società già di loro divise e frammentate in una grande pluralità di interessi, come sono quelle contemporanee, con i sistemi maggioritari rischiano di dividersi e di spaccarsi ancora di più. E di diventare meno governabili, non più governabili, oltre che meno rappresentative. Questo è quello che è successo in questi anni nelle principali democrazie maggioritarie dell’Occidente, dagli Stati Uniti alla Francia e al Regno Unito. Democrazie con sistemi proporzionali, come la Germania e la Spagna, si sono invece dimostrate tutto sommato più stabili, almeno finora, meno lacerate; proprio perché più in grado di includere e rappresentare anche i gruppi sociali più in difficoltà.
Due anni fa le ACLI formularono una proposta di legge di iniziativa popolare per “costituzionalizzare” i partiti politici, rendendone realmente trasparenti i rapporti organizzativi interni e la situazione finanziaria, collegandoli con la ripresa di un credibile e monitorato meccanismo di finanziamento pubblico e con la nascita di organismi collegati volti allo studio e alla formazione politica. Cosa pensa su questo tema?
Mi trovo completamente d’accordo. Sono proposte che ho fatto anch’io, nel mio piccolo, ad esempio nel Manifesto per un’altra economia e un’altra politica (Feltrinelli, 2025). Esattamente in questi termini.
Non è una questione che riguarda la legge elettorale. Ma è un tema fondamentale per la vita della nostra democrazia e per riuscire ad avere partiti più trasparenti, e rappresentativi delle diverse componenti della società, e in linea di massima una classe dirigente più preparata e meno opportunistica.
Quali riforme ai meccanismi costituzionali si potrebbero introdurre per tenere insieme le esigenze della democrazia parlamentare e la funzionalità e stabilità dell’azione di governo?
Ecco, questo semmai è un tema di cui dovremmo discutere. Se vogliamo avere più governabilità e indirizzi di governo stabili, dovremmo introdurre la sfiducia costruttiva. Da affiancare a un sistema proporzionale, con una qualche moderata soglia di sbarramento. Come avviene in Spagna e Germania. E con il ritorno al finanziamento pubblico, vincolato però alla democraticità e alla trasparenza della vita dei partiti.
Una riforma di questo tipo, che va fatta sia con legge ordinaria sia con legge costituzionale, non andrebbe in principio a vantaggio di nessuna forza politica a scapito di altre (il proporzionale non favorisce nessuno per definizione), ma a beneficio del sistema nel suo complesso. Potrebbe quindi essere votata da tutte le forze politiche. Purtroppo, l’attuale maggioranza di governo ha un’impostazione e una visione completamente diversa e, del resto, mi pare ormai che non vi sia più tempo per riforme costituzionali, in questa legislatura. Forse però nel prossimo parlamento, dopo le elezioni, si potrà trovare un consenso più ampio che auspico: per una riforma utile a tutto il paese, completamente diversa da quella di cui si discute ora.
- Emanuele Felice – Professore ordinario di Storia economica presso l’Università IULM di Milano
