Palestina, riflessione oltre il conflitto

Maurizio D'Ago

A un mese dalla Conferenza internazionale sulla Palestina promossa a Napoli da ACLI Campania, Fondazione Stati Uniti del Mondo e Humanity in Focus, una riflessione sul conflitto, sul mutato scenario geopolitico e sul ruolo della cultura nel dibattito pubblico.

Il 12 giugno si è svolta la “Conferenza Internazionale sulla Palestina”, organizzata da ACLI Campania, Fondazione Stati Uniti del Mondo e Humanity in Focus. L’evento ha segnato un momento importante per il panorama culturale italiano. Tra i relatori, per la prima volta in Italia, i rabbini antisionisti di Neturei Karta Rabbi Elhanan Beck e Rabbi Haim Sofer, i capi della Global Sumud Flotilla Thiago Avila e Saif Abukheshek, in collegamento da Gaza il giornalista Omar Al Gedi e, in presenza, l’ambasciatrice palestinese in Italia Mona Abuamara.

Secondo i dati messi a disposizione dal Ministero della Salute di Gaza la reazione israeliana all’attentato del 7 ottobre ha prodotto l’uccisione di 72.000 palestinesi della Striscia di Gaza. La reazione sproporzionata e antigiuridica di Israele ha prodotto moltissimi effetti e, tra questi, due di rilievo.

Le opinioni pubbliche mondiali hanno abbandonato la tradizionale equidistanza tra le parti in conflitto. Per decenni, le condivisibili ragioni del popolo palestinese circa la necessità di avere un proprio Stato hanno convissuto con le ragioni dello Stato d’Israele, sostenute legittimamente dai governi occidentali e da una parte delle opinioni pubbliche mondiali. Lo Stato d’Israele, dal 1948 ai primi anni duemila, è stato percepito come una propaggine della cultura europea con una forte connotazione mitteleuropea. La Legge del Ritorno, promulgata nel 1950, da un lato aveva garantito a ciascuna persona di discendenza ebraica di trasferirsi legalmente nello Stato d’Israele, producendo un flusso costante di migrazioni provenienti dall’Europa e dall’URSS, con il loro portato di cultura elevata e di valori socialdemocratici. Dall’altro, e per diretta conseguenza con il primo, aveva costruito un legame solidissimo con la cultura europea e occidentale. La società israeliana contemporanea vive una polarizzazione estrema al proprio interno, con la netta prevalenza di forze culturali e politiche dagli intenti spudoratamente assassini che hanno reciso ogni legame con la tradizione politica europea che aveva ispirato la nascita e la difesa dello Stato.

Già nel 2011, precisamente nel mese di maggio, la rivista di geopolitica Limes dedicò una propria monografia alla nascente nuova condizione dello Stato d’Israele, intitolata Israele più solo, più forte. I segnali dell’isolamento della società israeliana erano già evidenti nel decennio precedente al nostro ma gli eventi susseguiti al 7 ottobre hanno reciso il legame antropologico e politico, distinguendo tra un noi e un loro che pare ad oggi ancora inconciliabile. I difensori delle azioni di Israele si sono ridotti a un numero esiguo di fedelissimi che provano acrobazie retoriche prive di fondamento e destinate all’irrilevanza nel dibattito culturale mondiale. Il parallelo più efficace è, probabilmente, costituito dal giudizio unanime che le opinioni pubbliche seppero esprimere dinanzi al Sudafrica dell’apartheid: il paese con i connotati più europei del continente africano si rintanò in una strada senza uscita, condannandosi ad un isolazionismo che, in breve, determinò il cambio di regime. All’epoca furono pochi i difensori del regime bianco sudafricano. Si riducono sempre di più oggi i sostenitori di Israele dopo il genocidio dei gazawi.

Dopo il 7 ottobre, secondo i dati di UNICEF Italia, l’azione militare israeliana ha prodotto 19.000 bambini orfani. L’uccisione indiscriminata dei civili ha prodotto un esercito di bambini senza madri e senza padri, un mondo senza guide, senza riferimenti. Come i suoi bambini, l’intera Palestina si è risvegliata, dopo il 7 ottobre, una nazione orfana.

Tutti i paesi del mondo, ad eccezione dell’odiato regime iraniano, hanno assistito inermi al genocidio di arabi palestinesi. Egitto, Arabia Saudita e Giordania hanno, di fatto, abbandonato la causa palestinese come tema identitario dei popoli arabi. La Turchia di Erdogan si è limitata a lanciare strali e ad imporre microscopiche sanzioni economiche. La causa palestinese ha raccolto numerosi consensi nelle opinioni pubbliche e tra la gente rispetto ai quali i governi arabi e occidentali si sono dimostrati indifferenti.

Entrambi gli attori del conflitto più lungo della contemporaneità si sono ritrovati, d’improvviso, più soli.

Parlare di Palestina è un dovere fondamentale per chi si occupa di cultura e di politica. La solitudine degli attori protagonisti non può tradursi nella marginalizzazione del tema e nella solitudine delle povere vittime del conflitto.

  • Maurizio D’Ago: Presidente Acli Campania

Ti potrebbe interessare:

Nascondi/Mostra Player
-
00:00
00:00
Update Required Flash plugin
-
00:00
00:00