Giorgio La Pira e la Costituzione

La nostra Carta è ancora oggi quella “casa comune” che La Pira aveva teorizzato: uno spazio pluralista e solidale in cui lo Stato si fa servitore di ogni persona umana custodendone e promuovendone la libertà e la dignità.

La Carta costituzionale italiana, approvata dall’Assemblea Costituente il 27 dicembre del 1947, non rappresenta soltanto l’insieme delle norme giuridiche fondamentali della Repubblica, ma il manifesto di una radicale rottura con la visione antropologica, sociale, economica, culturale e infine politica della persona, della società e dello Stato elaborata e messa in pratica dal regime fascista tra il 1922 e il 1945.

Tra le menti più lucide e i protagonisti più incisivi di questo laboratorio democratico che fu l’Assemblea Costituente spicca Giorgio La Pira. Professore di diritto romano, intellettuale cattolico e futuro sindaco di Firenze, La Pira seppe infondere nei dibattiti sul testo costituzionale una forza straordinaria di armonizzazione fra le istanze del personalismo cristiano da un lato e quelle delle culture politiche social-comunista e liberale dall’altro. L’apporto di La Pira, come quello di Giuseppe Dossetti, Aldo Moro e Amintore Fanfani, non fu un semplice esercizio di mediazione, bensì una vera e propria operazione di “rifondazione” dello Stato e delle sue “premesse” teoriche – e quindi metapolitiche – tesa a porre la dignità della persona umana al di sopra e prima di ogni struttura sociale, di ogni interesse economico e financo di ogni costruzione giuridica.

La candidatura di Giorgio La Pira per l’elezione dell’Assemblea Costituente del 2 giugno 1946 nelle liste della Democrazia Cristiana rappresenta l’approdo naturale di un lungo impegno spirituale e intellettuale, maturato nel fuoco dell’opposizione al regime fascista. L’antifascismo di La Pira si fondava su di una profonda istanza teologica e antropologica insieme: la difesa della dignità di ogni singola persona umana contro l’idolatria dello Stato totalitario che pretendeva di assorbire e porre al suo totale servizio l’intera esistenza dei singoli.

Durante gli anni più bui del regime La Pira si fece promotore di una silenziosa ma tenace resistenza culturale. Dal 1939 al 1940 fondò e diresse la rivista «Principi», supplemento della rivista domenicana «Vita Cristiana», con la quale – attraverso la lente dell’analisi teologica di Tommaso d’Aquino – smantellò pezzo per pezzo i presupposti filosofici e giuridici del totalitarismo fascista, nazista e sovietico. Quando la censura fascista soppresse la rivista, la sua elaborazione teorica proseguì attraverso saggi organici, articoli e cicli di lezioni che si tradussero rispettivamente in tre opere capitali dalle cui pagine si respira i valori fondamentali della futura Carta costituzionale: Il valore della persona umana, pronto per la stampa nel 1943 ma pubblicato nel 1947, La nostra vocazione sociale del 1944 e Premesse della politica del 1945.

In questi scritti La Pira formula un originale personalismo cristiano influenzato in particolar modo dallo studio della Summa Theologiae di Tommaso d’Aquino e convergente con il pensiero di Jacques Maritain. Non meno importante il confronto portato avanti con la tradizione politico costituzionale di stampo liberale e con l’articolato pensiero marxista.

Per La Pira la “persona” si distingue nettamente dal concetto di “individuo” tipico della visione “atomistica” liberale: l’individuo astrattamente inteso sembra una cellula isolata, mentre la persona è un’entità al contempo carnale e spirituale intrinsecamente relazionale, definita dai suoi oggettivi legami comunitari (famiglia, città, luogo di lavoro, nazione), e orientata al bene comune. Ne Il valore della persona umana La Pira chiarisce ad esempio che ogni uomo possiede diritti originari che lo Stato non crea, ma che deve riconoscere e garantire. Nella Nostra vocazione sociale e nelle Premesse della politica egli declina questa visione in chiave solidaristica affermando che la democrazia politica è insufficiente e strutturalmente ingiusta se non si traduce anche in democrazia economica, garantendo cioè a ciascuno i mezzi materiali per realizzare le proprie potenzialità e la propria vocazione.

Un momento particolarmente importante di questa elaborazione, potremmo dire un momento di sintesi e di proiezione nel futuro, si realizzò nell’ottobre del 1945, durante la XIX Settimana Sociale dei cattolici italiani svoltasi a Firenze sul tema Costituzione e costituente. La Pira presentò una relazione in cui invitò i cattolici a superare ogni tentazione nostalgica o puramente difensiva per farsi architetti dello Stato nuovo, “cristianamente ispirato”, capace di preservare e portare a compimento gli elementi positivi dello Stato liberale e rispondere al contempo alle legittime richieste di emancipazione e di crescita economica e sociale delle masse dei lavoratori.  Egli tracciò i binari del futuro “compromesso costituzionale” spiegando che la nuova Costituzione avrebbe dovuto rovesciare la piramide fascista: non più l’uomo per lo Stato, ma lo Stato per l’uomo.

All’indomani dell’insediamento dell’Assemblea Costituente, La Pira venne nominato membro della ristretta Commissione dei 75, incaricata di redigere materialmente il progetto di Costituzione. In particolare fu inserito nella Prima Sottocommissione, deputata a delineare i diritti e doveri dei cittadini lavorando fianco a fianco con figure del calibro di Lelio Basso, Palmiro Togliatti, Concetto Marchesi, Giuseppe Dossetti e Aldo Moro. La prima sottocommissione decise di articolare i lavori affrontando sei nuclei tematici: rapporti civili, sociali economici, sociali culturali, politici, la famiglia, lo Stato come ordinamento giuridico e suoi rapporti con altri ordinamenti. Da queste scelte e da queste discussioni nacquero sia i Principi fondamentali (articoli 1-12) sia la quadripartizione dei diritti e dei doveri dei cittadini in quattro Titoli: Rapporti civili, etico-sociali, economici, politici (articoli 13-54). La Pira fu con Lelio Basso relatore sui principi relativi ai rapporti civili (sedute del 9, 10 e 11 settembre 1946). Sarà poi uno dei due oratori democristiani nella discussione generale sul progetto di Costituzione (seduta dell’11 marzo 1947).

L’influenza di Giorgio La Pira è rintracciabile nell’ossatura stessa dei Principi Fondamentali della Costituzione. Alcuni esempi ci aiuteranno a capire meglio il suo contributo: «Art. 2. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

Nell’articolo 2 sono evidenti gli echi del personalismo cristiano. Il verbo “riconosce” esprime la convinzione che i diritti inviolabili appartengano all’uomo in quanto tale e non per benevola concessione del sovrano. Inoltre, il riferimento alle “formazioni sociali” (la famiglia, la scuola, i sindacati, le comunità religiose) riflette l’idea di una società pluralista, dove ogni persona non è sola di fronte allo Stato, ma si sviluppa all’interno di cerchi progressivi di solidarietà. La seconda parte dell’articolo, che richiede l’adempimento dei “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” sposta il baricentro dall’individualismo egoistico al bene comune. «Art. 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Nell’articolo 3 se il primo comma sancisce l’eguaglianza formale di stampo liberale, il secondo comma che affida alla Repubblica il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” è frutto della convergenza tra la cultura politica cattolica e quella socialista e comunista. Non vi è infatti vera libertà se l’indigenza materiale impedisce il “pieno sviluppo della persona umana”. «Art. 4 La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società».

Nell’articolo 4 La Pira portò il suo contributo nel superamento di una visione puramente produttivistica e quindi liberale e liberista. Il lavoro non è solo un mezzo di sostentamento economico e quindi una merce, ma è lo strumento attraverso cui il cittadino realizza la sua vocazione e la sua personalità e concorre al “progresso materiale o spirituale della società”. Questa concezione del lavoro come elevazione spirituale e adempimento della propria “vocazione sociale” è quasi un trapianto diretto delle tesi sostenute da La Pira nei suoi scritti tra la fine degli anni’30 e la fine della guerra.

L’11 marzo 1947 La Pira, in sede di discussione generale, poneva una questione fondamentale la cui attualità non può non scuotere le nostre coscienze: quale antropologia vale a dire quale visione della natura dell’uomo doveva guidare i Costituenti? La Pira mise a confronto tre concezioni dello Stato: quella atomista (liberale), quella totalitaria (fascista) e quella personalista. Sostenne con vigore che la nuova Italia repubblicana dovesse optare decisamente per la terza via, riconoscendo l’anteriorità cronologica e ontologica della persona e delle sue aggregazioni naturali rispetto allo Stato. La relazione di La Pira formalizzò il superamento del positivismo giuridico ottocentesco. Lo Stato non “concede” la libertà, ma si impegna a “riconoscerla” come dato preesistente. Grazie alla sua straordinaria capacità di ascolto e al rigore del suo linguaggio scientifico, La Pira riuscì a dimostrare che la centralità della persona era il terreno comune su cui edificare l’unità nazionale contro il risorgere di ogni fascismo.

L’analisi del contributo di Giorgio La Pira all’Assemblea Costituente restituisce l’immagine di un “giurista-profeta” vale a dire un giurista capace di incarnare in contingenti scelte politiche e giuridiche una straordinaria “potenzialità di futuro”. E questo fu possibile perché La Pira si fece coraggioso testimone della natura finalistica della persona umana. Contribuì dunque alla costruzione di una grammatica universale dei diritti e dei doveri dei cittadini capace di resistere alle ingiurie del tempo. La Costituzione italiana è quella “casa comune” che La Pira aveva teorizzato: uno spazio pluralista e solidale in cui lo Stato si fa servitore di ogni persona umana custodendone e promuovendone la libertà e la dignità.

Riferimenti bibliografici

Giorgio La Pira, La casa comune. Una costituzione per l’uomo, a cura di Ugo De Siervo, Cultura Nuova Editrice, Firenze, 1996 (1° ed. 1979);

Id., Principi contro i totalitarismi e rifondazione costituzionale, a cura di Ugo De Siervo, Edizione Nazionale delle Opere di Giorgio La Pira, vol. III, Firenze Univeristy Press, Firenze, 2019 (https://books.fupress.com/catalogue/principi-contro-i-totalitarismi-e-rifondazione-costituzionale/3804)

  • Pietro Domenico Giovannoni: Docente di Storia del cristianesimo e delle chiese presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose della Toscana “Santa Caterina da Siena” 

 

 

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