Arginare la crescita delle povertà significa costruire un welfare capace di vedere le vulnerabilità prima che diventino emergenze, integrare sostegno economico e servizi, accompagnare le persone senza colpevolizzarle e mettere in rete le risorse dei territori.
La povertà in Italia non arretra e sta cambiando volto. Accanto alle forme più gravi e visibili di deprivazione cresce un’area ben più ampia di vulnerabilità: famiglie che si mantengono appena sopra la soglia, lavoratori con redditi insufficienti, giovani che faticano a costruire percorsi autonomi, nuclei esposti ai costi dell’abitare e dell’energia, persone che affrontano carichi di cura crescenti con risorse sempre più fragili.
È uno dei messaggi più importanti del recente Rapporto dell’Alleanza contro la Povertà in Italia, L’Italia delle povertà. Dinamiche sociali, risposte pubbliche e racconto dei media. Il Rapporto invita a superare una lettura statica del fenomeno: la povertà non è una condizione nella quale ci si trova oppure no, è un processo che prende forma lungo le traiettorie di vita e nasce dall’intreccio tra redditi insufficienti, precarietà lavorativa, problemi abitativi, carichi familiari, fragilità delle reti sociali e difficoltà di accesso ai servizi.
Una famiglia su cinque in bilico
I dati aiutano a capire la dimensione di questa zona grigia. Nel 2024 le famiglie in povertà relativa erano il 10,9% e di queste, circa il 6% si collocava solo di poco sotto la linea di povertà. Appena al di sopra, l’Istat colloca un ulteriore 8,2% di famiglie “quasi povere”, con consumi fino al 20% superiori alla soglia. Nel complesso, quasi una famiglia su cinque gravita stabilmente attorno alla linea di povertà, una quota pressoché invariata da quindici anni. Non rientrano nelle rappresentazioni tradizionali della povertà, ma vivono in equilibrio precario. Una spesa imprevista, la perdita di ore di lavoro, la nascita di un figlio, una separazione o un problema di salute possono produrre un rapido scivolamento verso un bisogno più grave. Cambiano anche le forme che il bisogno assume: povertà energetica e abitativa, povertà alimentare, rinuncia alle cure per motivi economici, povertà educativa dei minori, lavoratori poveri, fragilità dei nuclei monogenitoriali. Sono condizioni spesso invisibili alle statistiche ufficiali e raramente si presentano da sole.
I limiti degli strumenti attuali
È qui che emerge uno dei principali limiti del nostro welfare. Troppo spesso interveniamo quando la povertà si è già prodotta, con strumenti selettivi, categoriali e frammentati, anziché investire nella prevenzione e nell’accompagnamento delle persone.
L’Assegno di inclusione (AdI) e il Supporto per la formazione e il lavoro (SFL) lo mostrano bene. L’AdI ha introdotto tutele importanti, soprattutto per famiglie con minori, persone anziane, con disabilità o in condizioni certificate di svantaggio. Rimane però una misura fortemente categoriale: non tutti coloro che si trovano sotto la soglia economica possono accedervi, perché al criterio del bisogno si affianca l’appartenenza a categorie ritenute meritevoli di protezione. L’SFL pone un problema diverso ma complementare. Sovrappone contrasto alla povertà e attivazione lavorativa, assumendo che l’inserimento nel mercato del lavoro sia la principale via d’uscita dal bisogno. Sappiamo invece che lavoro e inclusione non coincidono: un’occupazione non basta se i salari sono bassi, il lavoro discontinuo, i costi abitativi elevati o i carichi di cura incompatibili con una piena partecipazione.
Il tema non si riduce quindi alla ricerca della misura “giusta”: serve una riflessione sull’architettura del welfare, lungo quattro direzioni.
Proteggere. Serve una rete di sicurezza economica stabile e accessibile a chi si trova in una condizione effettiva di bisogno. Il Rapporto richiama la necessità di superare la logica categoriale e di tornare a uno schema di reddito minimo fondato sull’universalismo selettivo. Non si tratta di riproporre il Reddito di cittadinanza, i cui limiti di disegno restano tali, ma di riaffermare un principio: che l’accesso alla protezione dipenda dalla condizione economica e non dall’appartenenza a una categoria. Un pavimento di protezione è indispensabile, ma non sufficiente.
Prevenire. Se la povertà è un processo, il welfare deve intercettare le vulnerabilità prima che diventino strutturali: l’accesso alla casa e ai servizi educativi, i costi dell’energia, la conciliazione tra lavoro e cura, la vulnerabilità occupazionale, l’indebitamento, l’isolamento sociale. È qui che gli strumenti mancano più che altrove. Un sostegno strutturale all’affitto, servizi per la prima infanzia realmente accessibili, misure contro la povertà energetica non affidate all’emergenza sarebbero investimenti, non costi: prevenire costa meno che riparare. È anche una questione di equilibri, perché la spesa sociale italiana resta sbilanciata sui trasferimenti monetari e sulla previdenza, mentre i servizi, che sono ciò che previene, restano sottodimensionati e diseguali tra territori.
Accompagnare e capacitare. Anche con un trasferimento monetario adeguato, uscire dalla povertà richiede percorsi lunghi. Il monitoraggio dell’implementazione di AdI e SFL mostra quanto sia difficile una vera presa in carico personalizzata: pesano carenze di personale, turnover, mancanza di professionalità specialistiche, difficoltà di coordinamento. Dove queste fragilità sono più forti, l’accompagnamento si riduce a procedure amministrative o a percorsi formativi standardizzati, proposti indipendentemente dai bisogni delle persone e dalle opportunità effettivamente disponibili sul territorio. Carichi di cura, difficoltà di mobilità, fragilità sanitarie, competenze linguistiche o digitali limitate rendono inadeguata una risposta basata solo sull’attivazione lavorativa. Serve un accompagnamento continuativo, capace di costruire competenze, fiducia e autonomia. Il che significa personale: senza standard di dotazione per i servizi sociali e per i livelli essenziali già previsti, la presa in carico resta un’enunciazione.
Integrare. La multidimensionalità della povertà richiede risposte multidimensionali. Eppure, i servizi sociali, sanitari, per il lavoro e la formazione operano lungo filiere separate, e anche i sistemi informativi faticano a comunicare, con duplicazioni, ritardi e difficoltà nel ricostruire i percorsi delle persone. Renderli interoperabili non è un dettaglio tecnico: è la condizione affinché una persona non debba raccontare la propria storia a tre sportelli diversi.
Il territorio come infrastruttura
È qui che la dimensione territoriale diventa decisiva. Dove esistono reti consolidate tra Comuni, servizi sociali, Centri per l’impiego e Terzo Settore, gli interventi si adattano meglio ai bisogni effettivi. Quando invece il coordinamento dipende dall’iniziativa dei singoli operatori, le differenze territoriali si ampliano.
Un nuovo welfare deve allora essere pubblico nella garanzia dei diritti e aperto alla collaborazione nella costruzione delle risposte. Terzo Settore, fondazioni, imprese e comunità locali non possono sostituire la responsabilità pubblica. Possono però rafforzare la capacità dei territori di riconoscere i bisogni, mobilitare risorse e sperimentare risposte innovative: la coprogrammazione e la coprogettazione previste dal Codice del Terzo Settore servono a questo, quando sono usate per costruire strategie condivise e non per esternalizzare servizi. Lo stesso Rapporto richiama il valore delle alleanze territoriali come componente essenziale delle politiche contro la povertà.
Arginare la crescita delle povertà significa dunque fare più che correggere AdI e SFL o aggiungere una prestazione a quelle esistenti. Significa costruire un welfare capace di vedere le vulnerabilità prima che diventino emergenze, integrare sostegno economico e servizi, accompagnare le persone senza colpevolizzarle e mettere in rete le risorse dei territori. Un welfare più preventivo, personalizzato e collaborativo. Perché se le povertà sono cambiate, non possiamo continuare a contrastarle soltanto con gli strumenti – e soprattutto con le logiche – del passato.
- Franca Maino: Professoressa associata, Università degli Studi di Milano e Direttrice del Laboratorio Percorsi di secondo welfare
