Il Mediterraneo senza frontiere

Maurizio D'Ago

Dalla parabola di Uluc Ali Pascià,  emerge un Mediterraneo storico fatto di scambi, mobilità e contaminazioni. Oggi, però, l’Unione Europea sembra aver smarrito la centralità del mare nostrum, ridotto a confine invece che ponte tra culture, economie e civiltà.

Uluc Ali Pascia, morto a Costantinopoli il 18 marzo 1587, si ritrovò ammiraglio al comando del corno sinistro della flotta ottomana a Lepanto, il 7 ottobre 1571, durante la più importante battaglia navale avvenuta nel Mediterraneo. Tornato a Costantinopoli, sconfitto ma vivo e con trenta navi turche in salvo, fu nominato ammiraglio dell’intera flotta turca. Era un comandante straordinario, capace di imprese leggendarie, e alla sua morte venne sepolto nella Moschea Tophane, gioiello dell’architettura ottomana. Il vero nome di Uluc Ali Pascia, soprannominato Ucciali, era Giovanni Dionigi Galeni, era calabrese ed era nato a Le Castella, oggi in provincia di Crotone. Venne rapito da ragazzino sulle coste calabresi dagli uomini di Khayr al-Dīn Barbarossa, corsaro ottomano di etnia albanese, e messo al remo, alla galera, a ricoprire il ruolo considerato il più infimo dell’epoca. Gli ottomani riconobbero le sue capacità consentendogli di assurgere al più alto incarico della marina militare turca.  

Questi fatti hanno avuto quale scenario il Mediterraneo di molti anni fa e insegnano due cose: la frontiera interna al Mediterraneo, collocata a volte più a Nord o più a Sud, qualche volta più ad Est, è sempre stata porosa, consentendo il transito di persone, cose e idee tra una sponda e l’altra del mare. Probabilmente la frontiera non è mai esistita davvero. Il secondo insegnamento è il fatto che, contrariamente ai regni cristiani dell’epoca, l’impero ottomano aveva una mobilità sociale più spiccata: un uomo da galea, un rematore, poteva sognare un futuro migliore e diverso.  

Per un paio di secoli la frontiera porosa aveva lasciato passare, da Est a Ovest, soprattutto tante paure. Il turco, termine che definiva genericamente tutti i musulmani abitanti le sponde meridionali e orientali del mare, era percepito in occidente come l’incarnazione dei mali del mondo. Dopo il fallito assedio di Vienna del 1683, la turcofobia si attenuò fino a trasformarsi in passione, tutta occidentale, per le turquerie: arredi e monili alla moda turchesca affollarono le case dei ricchi europei. Della turcofobia rimasero frasi idiomatiche nel lessico comune: cose turche per descrivere situazioni caotiche.  

Del Mediterraneo si può cogliere la duplice sua accezione consolidatasi in età moderna, di limes e di ponte tra popoli, civiltà e religioni diverse. I ponti, innumerevoli, sui quali anche nei momenti di più tragico scontro col Turco e le Reggenze barbaresche, hanno continuato incessantemente a transitare uomini, saperi e merci. In tal senso si può riscontrare la perdurante centralità culturale ed economica del Mediterraneo, che va ben oltre la crisi italiana della prima metà del Cinquecento. L’unità geografica che dà alle diverse realtà la dimensione di un mare unico sembra entrare in crisi dinanzi ai tanti mari chehanno dato vita alla cultura mediterranea. Lago genovese, portoghese, veneziano, turco e spagnolo. Nonostante le tante dominazioni il mare nostrum non ha mai cessato di costituire il più importante crocevia della cultura occidentale e ciò anche quando alla fine del Cinquecento il baricentro economico e commerciale del capitalismo mercantile europeo si assestò definitivamente sulle rotte atlantiche. 

L’intera cultura europea è stata generata dal rapporto degli uomini e degli Stati con il Mediterraneo. Eppure, l’Unione Europea oggi, sembra ignorare questo dato culturale ed economico fondamentale.L’odierna marginalità del Mediterraneo, nelle relazioni culturali, economiche e politiche europee, appare indotta, figlia di scelte precise più che della constatazione di una presunta “povertà” dell’intera regione mediterranea.  

Le risorse culturali ed economiche della sponda Sud e orientale del Mediterraneo sono immense e sono capaci di fare il paio con la vocazione industriale dei paesi trasformatori della sponda Nord. 

Sulle due sponde di un “lago” dinamiche economiche potenzialmente perfette: grandi detentori di materie prime – da un lato – grandi “trasformatori” dall’altro.  

Storicamente, la politica europea ha privilegiato l’allargamento verso Est, lasciando le regioni mediterranee con minori risorse e attenzione e l’assenza di politiche euromediterranee di lungo periodo ha favorito l’instabilità politica dei paesi del Nord Africa e del Vicino Oriente che soffrono ancora le conseguenze di processi di decolonizzazione compiuti soltanto in parte.  

Il Mediterraneo viene percepito, ancora oggi, a distanza di molti secoli dai fatti narrati in precedenza, come una frontiera, i cui attraversamenti di persone, idee e cose vengono contingentati e, spesso e volentieri, impediti. L’Europa che si racconta come un continente dal baricentro tutto terrestre, al di là e a ridosso dell’arco alpino, è un’Europa dallo sguardo limitato che rinuncia alla propria essenza di Stato continentale.  

Il Patto per il Mediterraneo (One Sea, One Pact, One Future) lanciato dall’Unione Europea nel 2025 è il tentativo, piuttosto timido, di recuperare terreno nelle relazioni politiche ed economiche con i paesi della sponda Sud del Mediterraneo. Eppure, nonostante la genericità dell’intervento proposto – si va dalle politiche ambientali all’incentivazione di startup innovative, dalla gestione dei fenomeni migratori ai progetti di valorizzazione del patrimonio culturale – il patto è il chiaro segnale che l’Europa sta assumendo lentamente la consapevolezza che senza il Mediterraneo, senza politiche e strategie che rinnovino la centralità del mare nostrum, semplicemente, l’Europa non è destinata a esistere come realtà statuale continentale, capace di estendere la propria influenza culturale e politica al di là dei propri confini.  

“Il Cairo scrive, Beirut stampa, Baghdad legge”. Recita così un celebre proverbio arabo che descrive in poche parole la ricchezza culturale della sponda Sud e del Medio Oriente. Il mondo arabo, infatti, nonostante la narrazione dominante che lo vorrebbe retrivo conserva una tradizione letteraria di grandissimo livello. Troppi autori non vengono tradotti nelle lingue europee, troppi libri non passano la frontiera del Mediterraneo ed è una sconfitta per tutti.  

Al Mutanabbi Street è la strada dei librai di Baghdad, piena di bancarelle con centinaia di migliaia di libri in vendita che, durante la notte, vengono lasciati per strada incustoditi e nessuno ha paura che possano essere rubati. Un detto arabo così recita: “Chi legge non ruba e chi ruba non legge”. Il lettore non ruba e il ladro non legge. La cultura è da sempre la prima garanzia della pacifica convivenza.  

Tullio Pironti, piccolo editore napoletano, pubblicò per primo in Italia le opere di Nagib Mahfuz, scrittore egiziano premiato con il Nobel nel 1988. Fu l’occasione per diffondere la cultura araba contemporanea in occidente, fu l’occasione per rivitalizzare l’editoria meridionale. Fu uno dei tanti scambi perfetti avvenuto lungo le rotte mediterranee.   

Accanto ai progetti di sviluppo economico sarebbe auspicabile lo sviluppo e la diffusione di progetti culturali a lungo termine capaci di rinverdire relazioni tra le due sponde del Mediterraneo ferme da tempo. Ciò che non è riuscito all’economia riuscirà alla cultura.  

  • Maurizio D’Ago: Presidente Acli Campania

 

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