Guerra: condizione ineluttabile o male evitabile?

Salvatore Natoli

Le guerre sono frutto dell’ingiustizia, interfaccia di diritti negati: solo se vengono ridotte le diseguaglianze e ad ognuno viene resa la giustizia che merita, i conflitti anche se non vengono eliminati, possono divenire meno distruttivi.

A considerare l’universo dei viventi, si constata che la violenza s’inscrive nel ciclo della vita. Basta por mente alla “catena alimentare”. Ma, in natura l’aggressività soddisfa impellenze – nutrirsi o difendersi – e, a suo modo, è ineliminabile. Infatti, le leggi di natura – o più semplicemente i dati – indicano come in natura l’uccidere è funzionale al perpetuarsi stesso della vita: è una necessità. Del pari è importane rilevare come in natura, l’aggressore una volta sodisfatto il bisogno si placa. In natura la violenza è – sì – inevitabile ma non è arbitraria: nel suo complesso economica. L’uomo nel corso della sua storia evolutiva si è venuto sempre più emancipando dalle catene della necessità e ha così ampliato l’ambito delle possibilità: con esse ha perciò guadagnato più larghi margini di scelta e può selezionare vie alternative. Ma tra gli animali e noi – cui tanto somigliamo – c’è una differenza: uno dei tratti dell’agire umano è l’istanza del di più, l’idea della migliorabilità illimitata delle proprie condizioni nel mondo. Tale dinamica ha giocato – sì – un ruolo determinante a favore della specie e, in essa, di gruppi particolari, addirittura di singoli; ma questa stessa dinamica ha alterato l’aggressività naturale rendendola vieppiù diseconomica. Perché ha mutato un istinto difensivo-acquisitivo in offensivo, l’ha reso predatorio. L a guerra è una variante dell’aggressività e a caratterizzarla è la pretesa arbitraria di un di più vita a scapito di quella altri: si chiama pre-potenza. Di qui quel ripetersi e moltiplicarsi di guerre che hanno segnato, e a tutt’oggi segna, la storia dell’umanità.

Le guerre sono, in senso stretto, coalizionarie: di gruppi contro gruppi, tra clan contrapposti alla conquista di più ampi spazi per acquisire ricchezze (razzie), in breve, per l’accrescimento della rispettiva potenza. Nelle specie animali si danno conflitti intraguppo per l’accaparramento di risorse o per la selezione del partener sessuale. Anche gli aggregati umani conoscono le guerre civili, ma la guerra, in senso stretto, suppone un nemico esterno. Con singolari conseguenze: il nemico esterno finisce, normalmente, per consolidare i legami interni e mostra come gli uomini riescano ad essere insieme solidali e nemici. Se in ipotesi questa solidarietà intraclanica si estendesse a tutta la “famiglia umana” cesserebbero le guerre. Ma quest’essere famiglia, gli uomini l’hanno appreso lentamente e non del tutto; anzi si sono liberati vieppiù gli individualismi. Posta la cosa in questi termini, più che parlare di guerra sarebbe più appropriato parlare delle guerre, ma in questa sede mi limito a richiamare l’attenzione su quel che possiamo chiamare l’antropologia della guerra.

Molti sono i mali che affliggono gli uomini, ma – come è noto – alcuni vengono dalla natura e sono connessi alla nostra stessa mortalità (epidemie, patologie individuali) – altri sono proprio quelli che gli uomini si infliggono tra loro. Da ricordare, però come a fronte dei mali che vengono dalla natura gli uomini tendano ad unirsi per fronteggiarli – la catena umana di Leopardi -; nell’infliggerseli, al contrario, non solo si nuocciono ma tendono a perdere la misura. La guerra è la condizione per eccellenza che favorisce lo scatenarsi in assoluto della violenza, tant’è che, nel fatto, si passa dalla normalizzazione dell’uccidere – ci si abitua – al piacere di farlo. Non ci vuol molto a capirlo: basta guardare i teatri di guerra sparsi oggi nel nostro mondo. C’è una chiara intenzione di dispensare morte ove il conteggio anonimo delle vittime oscura nel neutro quel che nelle guerre vi è di irrisarcibile: “chi muore non ritorna e se non muore vive male”. È il perfetto rovescio della pietà.

Nel parlare di guerra è di assoluta importanza ricordare che se nel corso della storia vi sono state “guerre di popolo” è anche vero che i popoli in guerra sono stati per lo più portati, quando non addirittura gettati. E coloro che le guerre le hanno decise e le decidono per renderle sostenibili le legano per lo più a valori: religiosi, nazionali, perfino universali: l’umanità. È un modo per mobilitare le masse, legalizzare la violenza mascherando la dimensione predatoria sottesa ad ogni guerra. Peculiari in questo le guerre novecentesche: nella loro maggior parte combattute in nome di ideali. Lo sono oggi i fondamentalismi di diversa natura che alimentano una logica sacrificale e mortifera: una tragica commistione tra fede e mala fede. Nelle guerre c’è sempre qualcosa di sbagliato: in sé non sono mai buone e – direi – neppure giuste, ma vi sono situazioni in cui intervenire pare doveroso. Ma, i pretesti per la guerra possano essere tanti e per venire all’oggi basta por mente alle guerre in atto; motivazioni varie: la presenza di inesistenti – o comunque problematiche – armi di distruzione di massa; per non parlare poi delle guerre condotte in nome dell’esportazione della democrazia.

Detto tutto questo, quel che delle guerre si può con certezza affermare e che sono sempre e in ogni caso frutto dell’ingiustizia. È una costante e la nota formula Justitia et pax perfettamente la sintetizza. Le guerre sono sempre l’interfaccia di diritti negati: ne segue che solo se e quando vengono ridotte le diseguaglianze e ad ognuno viene resa la giustizia che merita, i conflitti quand’anche non vengono eliminati possono divenire meno distruttivi. Perché ciò accada il prevaricatore deve riconosce la sua prevaricazione e – per quel che può risarcirla -; e la vittima non deve rimanere prigioniera di una logica di mera ritorsione. In breve, c’è pace solo se gli uni si fanno carico delle ragioni degli altri fino ad essere disposti a cedere più di quanto dovuto perché la pace sia. In fondo la “cosiddetta diplomazia” riesce quando comunemente si conviene che la pace è sempre un bene maggiore. Questo è il compito precipuo della politica: cosa tutt’altro che semplice.

Come Hobbes aveva intuito “la natura della guerra non consiste nel combattimento in atto, ma in una nota disposizione a combattere, per cui per tutto il tempo non c’è assicurazione del contrario. Tutto il resto del tempo è pace (Leviath., cap. XIII, 8).  Una tale disposizione è, a suo modo, un essere già in guerra e nasce da uno stato di incertezza che la fa pensare come ineluttabile. Toccherebbe alla politica rassicurare: di certo non lo si può fare procedendo di guerra in guerra: cosa che lungi dal rassicurare la rende vieppiù incombente. Onde far cessare un tale incubo bisogna eliminare il risentimento, la senechiana ira e realizzare, appunto, la giustizia. Per raggiungere la pace uomini e popoli devono abbandonare il perseguimento dei loro particolari interessi, tacitare la sempre risorgente brama di dominio.

Facile a dirsi, difficilissimo a farsi: bisogna condurre una severa lotta contro il proprio “io egoista”: collettivo e individuale. Non dico che ciò basti per pervenire ad una pace perpetua – e meno che mai che il male possa sparire dalla terra – ma ritengo che agendo in tale direzione si può, con Kant, ancora plausibilmente immaginare che il mondo muove verso il meglio. Per agire non si può non crederci.  D’altra parte, è già scritto “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati” (Mt. 5, 6). Proviamoci.

  • Salvatore Natoli: Filosofo e accademico. Professore emerito di Filosofia Teoretica all’Università degli Studi di Milano-Bicocca

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