Vita e battaglie del fondatore delle Acli

Carlo Felice Casula

La sua vita, austeramente vissuta per elaborare, diffondere e attuare i valori democratici-cristiani costituisce una testimonianza esemplare e attualissima…


Achille Grandi è stato una delle figure più rappresentative del movimento sociale cristiano e del movimento operaio e sindacale del primo Novecento, svolgendo un ruolo di protagonista nella breve e drammatica stagione d’effervescenza democratica degli anni successivi alla Prima guerra mondiale, sia come leader carismatico della Confederazione italiana dei lavoratori, sia come autorevole dirigente politico nazionale, nonché parlamentare, del Partito popolare italiano.

Dopo la caduta del Fascismo, durante il quale con coerenza di pensiero e di comportamenti, conserva una rigorosa fedeltà ai valori democratici, ha dato un contributo originale e fecondo alla fondazione dello Stato democratico-sociale del nostro paese, con la costituzione della Cgil unitaria, l’invenzione delle Acli e l’assunzione della vicepresidenza dell’Assemblea Costituente.

La sua vita, austeramente vissuta, spesa, quasi sacrificata, con serenità e pudore, per elaborare, diffondere e attuare i valori democratici-cristiani della carità-solidarietà, della responsabilità e della libertà, costituiscono una testimonianza esemplare e attualissima, anche per la sofferta coerenza con cui, nella Chiesa di Pio X, Pio XI e di Pio XII, ha professato e praticato l’autonomia dei laici nelle scelte e nelle pratiche politiche e sociali, a partire dalla ricezione ed elaborazione dell’insegnamento di Leone XIII e della madre di tutte le encicliche sociali, la Rerum Novarum del 1891.

In questo mio intervento mi propongo di delineare un essenziale profilo biografico di Achille Grandi con qualche doveroso cenno agli studi sulla sua vita e la sua opera, proponendo anche alcuni spunti di riflessione sulla sua eredità.

Condivido pienamente e faccio mia un’acuta osservazione fatta da Walter Tobagi, trent’anni or sono: “L’immagine storica di Grandi è rimasta legata, ancora fino alla fine degli anni Sessanta, a un’interpretazione stereotipata e superficialmente contraddittoria. Per gli uni, i cattolici, era il campione di un sindacalismo bianco che non si era mai arreso all’egemonia marxista, per gli altri, comunisti e socialisti, era il dirigente democristiano che aveva condiviso fino all’ultimo l’esperienza della Cgil unitaria”. Propongo questa citazione per due motivi: in primo luogo. perché è tratta dall’introduzione al volume Achille Grandi. Sindacalismo cattolico e democrazia sindacale (Il Mulino, Bologna 1978), pubblicato dalla casa editrice Il Mulino. Raccoglieva i contributi più significativi di un convegno organizzato dalla Fondazione Severo, con la partecipazione di studiosi e dirigenti delle Acli e della Cisl, da Sergio Zaninelli, Camillo Brezzi, Guido Baglioni, a Sandro Antoniazzi, Emanuele Ranci Ortigosa e Luigi Macario; perché l’animatore del convegno, Walter Tobagi, ricercatore di storia sindacale e valente giornalista, è una delle figure più emblematiche del martirologio laico dell’Italia repubblicana e con il libro prima menzionato ha aperto una nuova stagione di studi e di ricerche su Grandi non più connotate da limiti agiografici e da pregiudizi ideologici.

Al riguardo è sufficiente menzionare il volume Achille Grandi di Giuseppe Acocella (Il Poligono, Roma 1982), ma anche due densi profili biografici di Mario G. Rossi e di Vincenzo Saba, pubblicati rispettivamente sul Dizionario biografico del Movimento operaio italiano (Editori Riuniti, Roma 1976) e sul Dizionario storico del Movimento cattolico in Italia (Marietti, Casale Monferrato 1984).

Dopo questa digressione storiografica mi sia concessa un’osservazione preliminare: Achille Grandi negli ultimi anni della sua vita, dopo la caduta del Fascismo si autorappresentava, con convinzione e non per vezzo come anziano e abitualmente è percepito non solo dai suoi amici, interlocutori ed avversari contemporanei, talvolta persino raffigurato anche da alcuni storici, come un grande vecchio del sindacato e, più in generale, della causa dell’emancipazione e del riscatto dei lavoratori. Eppure, quando muore a Desio, il 28 settembre del 1946, ha solo 63 anni. Questo solo dato ci aiuta a comprendere la grande trasformazione, innanzi tutto antropologica, intervenuta in questi sei decenni di Italia repubblicana. Certamente questo è dipeso anche dal fatto che ancora nei decenni di fine Ottocento e del primo Novecento si cresceva in fretta, diventando da bambini, direttamente adulti. Grandi, per di più, è stato precoce anche nelle scelte di vita e nell’assunzione di responsabilità. In questa autorappresentazione-percezione esterna pesa anche il fatto che il Regime fascista è stato nella storia d’Italia non una semplice parentesi di crociana memoria, ma una cesura profonda, oltre che lunga, rispetto al processo di sviluppo civile e di crescita democratica dell’età giolittiana e del primo dopoguerra. Eppure, Achille Grandi, “grande vecchio” del movimento dei lavoratori, non fu mai considerato, neppure dai suoi critici come un revenant.   

Di famiglia operaia, Achille Grandi, nato nel 1883 a Como, a soli undici anni, incominciò a lavorare come apprendista tipografo. Giovanissimo fu uno degli animatori e organizzatori del Movimento sociale cristiano, fondando la Lega del lavoro di Como. Nel 1901 Achille Grandi, diciottenne, dà vita con altri giovani ad un Fascio democratico–cristiano che si rifaceva alle proposte di Romolo Murri. Il termine Fascio, ancora non monopolizzato e compromesso dai gruppi nazionalisti ed eversivi di destra, era largamente utilizzato negli ambienti del socialismo, del meridionalismo democratico e dello stesso cristianesimo sociale, nel suo più evidente significato etimolologico. Nel 1905 fu tra i fondatori del periodico “La vita del popolo”, che diviene un luogo e uno strumento di aggregazione e di riflessione dei cattolici di Como. In un articolo del 26 agosto dello stesso anno, Patti chiari, la separazione-opposizione al liberalismo, e ai suoi principi “di conservazione e non di rinnovamento”, è netta e formulata in positivo: “un programma che si propone non soltanto la difesa della religione, della morale e dell’ordine, ma l’avvento anche di quel benessere materiale che in una società davvero prospera e progredita non deve essere un privilegio di pochi, ma un diritto contrastato a nessuno”. Gli articoli e i saggi di Achille Grandi, che non ha mai avuto ghostwriters, scritti sempre con la cura attenta del tipografo autodidatta, con uno stile sobrio, mai retorici e altisonanti, erano da lui considerati, come giustamente ha osservato un suo estimatore e collaboratore, Giuseppe Rapelli, un completamento e un’amplificazione della sua “comunicazione-predicazione” orale, specie nei momenti in cui era ridotto all’isolamento e al silenzio, come negli anni più duri del Regime fascista, dal 1926 al 1943, o nei primi mesi del 1946, in cui era ricoverato all’Ospedale Fatebenefratelli di Roma per l’aggravarsi del suo male incurabile che lo porterà alla morte.

Nel 1908 divenne il Segretario della prima organizzazione sindacale di categoria cattolica: il Sindacato italiano tessile (Sit) e venne eletto anche consigliere comunale e provinciale di Como. Contrario al Patto Gentiloni e per non aver ottemperato all’indicazione del vescovo di sostenere un candidato moderato liberale, è costretto a trasferirsi a Monza, dove diviene Segretario della locale Lega del lavoro, dando vita ad una delle più vivaci e combattive esperienze del sindacalismo bianco.  Nel 1919, è tra i fondatori del Partito popolare italiano e della Confederazione italiana dei lavoratori. Fu eletto deputato nelle tre brevi legislature del 1919, 21 e 24, schierandosi, sul piano politico, al fianco di don Luigi Sturzo e sostenendo, sul piano sindacale, la tesi della partecipazione e dell’azionariato operaio nella drammatica crisi sociale del primo dopoguerra. Dopo la trasformazione del Fascismo in regime e la fine delle libertà politiche e sindacali, nel 1926 è costretto ad abbandonare ogni attività pubblica, vivendo per molti anni in sostanziale isolamento e grandi ristrettezze economiche, lavorando per la tipografia del Pontificio istituto per le missioni estere, il Pime.

Nel 1926 Grandi pubblica, sulla rivista fiorentina Cronaca sociale d’Italia, uno dei suoi scritti più corposi, La corporazione, che pur contenendo ingenui o forse, più probabilmente, maliziosi elogi nostalgici della tradizione corporativa cattolica, rivendica la libera adesione al sindacato e la sua autonomia, in polemica non tanto velata con il cedimento compromissorio dell’Azione Cattolica al “sindacalismo legalizzato fascista”. In alcuni passi è possibile, ad un’attenta lettura, cogliere anche la percezione acuta del processo ancora in incubazione della fine del mito del mercato autoregolato, per usare un’ormai classica espressione di Karl Polanyi, che la crisi mondiale ed epocale del 1929 farà diventare senso comune diffuso, oltre che consapevolezza delle classi dirigenti. “Le corporazioni, come le intende la scuola democratica cristiana, non sono come le intende il Fascismo (…). La corporazione integrale nel senso della scuola democratica cristiana diventa, viceversa, organo di dominio e di regolamento economico del mercato, per essere domani organo di dominio politico nello Stato e forse sullo Stato”.

Nel 1934, alla vigilia della “conquista dell’Impero” – è Luigi Bellotti, suo amico, confidente e discepolo a testimoniarlo in una sua esile e partecipata biografia (Achille Grandi, Edizioni Cinque Lune, Roma 1966) – Mussolini in persona, nella sua strategia di estendere e solidificare il consenso nei confronti del Regime, anche nel mondo operaio, con una complessa intermediazione rivolge a Grandi profferte distensive e allettanti, ma Grandi, pur consapevole dei rischi pone come condizioni preliminari a qualsiasi interlocuzione, il rientro dei fuorusciti e la libertà di stampa.

Ha scritto la sua amata e solidale Maria, in una lunga intervista rilasciata a Lietta Tornabuoni per Il Lavoro di Genova il 23 ottobre del 1955 (“Maria Grandi racconta”): “Soffriva molto nel constatare come il fascismo spadroneggiasse nel paese ed era addolorato di non potere più dare la propria attività per i lavoratori i cui diritti vedeva calpestati. Anche i contatti con gli amici erano pochi; si cercava di non esporsi, si sapeva che sarebbero stati utili, ‘dopo’. E al ‘dopo’ Achille pensava sempre; per questo faceva progetti e discuteva”.

A partire dal 1941 contribuisce a tessere i contatti per la ripresa del cattolicesimo politico, collaborando alla stesura del Programma di Milano e delle Idee ricostruttive della Democrazia Cristiana, in stretto rapporto con lo stesso Alcide De Gasperi. Dopo la caduta del Fascismo, Achille Grandi, referente principale della Democrazia Cristiana per i problemi sindacali, è nominato, nel 1943, dal governo Badoglio, commissario della Confederazione dei lavoratori dell’agricoltura, mentre Bruno Buozzi è nominato commissario della Confederazione dei lavoratori dell’industria.

Grandi chiama a collaborare con lui anche Adriano Ossicini, del cui padre, Cesare, era stato amico nella stagione del Partito popolare, che era allora con Franco Rodano il leader più noto della Sinistra Cristiana.

Il 4 giugno del 1944, dopo la liberazione di Roma, per conto della Democrazia Cristiana, firmò assieme al comunista Giuseppe Di Vittorio e al socialista Emilio Canevari, il Patto di Roma per la costituzione del sindacato unitario, la Confederazione generale italiana del lavoro (Cgil), di cui diviene uno dei segretari generali. In stretto raccordo con l’Istituto cattolico di attività sociali (Icas), l’organismo sorto nel 1925 all’interno dell’Azione Cattolica, fonda assieme a Vittorino Veronese, Ludovico Montini, Ferdinando Storchi, Giulio Pastore, Lamberto Giannitelli e mons. Luigi Civardi, le Associazioni cristiane dei lavoratori italiani (Acli), di cui diviene, per consenso unanime primo presidente.  Le Acli hanno inizialmente il compito precipuo di garantire la formazione religiosa e sociale dei lavoratori cristiani iscritti alla Cgil unitaria.

Lo stesso Grandi nell’articolo, Nascita delle Acli, pubblicato, nel settembre del 1946, sul periodico Politica sociale, fondato da Giovanni Gronchi, ne ricostruisce i motivi ispiratori e le finalità, oltre che il ruolo svolto dai fondatori.

“Quell’organismo che poi prese il nome di Associazioni cristiane lavoratori italiani, sorse nel pensiero dei vecchi sindacalisti cristiani fin dal periodo clandestino, quando andavano concretandosi le trattative con i vecchi esponenti della Confederazione rossa per ottenere l’unità sindacale, Era convincimento di noi tutti che i lavoratori cristiani, pur entrando in una organizzazione sindacale che affermava solennemente di rispettare tutte le opinioni politiche e religiose, avessero bisogno di un’organizzazione che li formasse solidamente nella dottrina sociale cristiana.

[…] E perché rimanessero nel solco della tradizione occorreva agganciarsi all’Istituto cattolico di attività sociali che fu l’erede di tutte le opere sociali secondo gli ordinamenti che diede Pio XI all’Azione cattolica oltre 20 anni fa.

Così iniziammo ancora prima del Patto di Roma i primi contatti con vari dirigenti dell’Azione cattolica per mettere le basi e delineare le finalità dell’organizzazione. Ma questa non poté sorgere immediatamente dopo la liberazione di Roma perché occorreva il crisma dell’autorità ecclesiastica e questo si poté ottenere solo quando fu possibile lavorare alla luce del sole.

In attesa che sorgessero quelle che allora andavamo chiamando con linguaggio convenzionale e terminologia provvisoria Associazioni libere, costituimmo un Ufficio sindacale della Democrazia cristiana, ma facemmo allegare, però, al Patto di Roma, una dichiarazione nella quale rivendicavamo la libertà di preparare i nostri lavoratori alla vita sindacale in libere associazioni che integrassero il sindacalismo unitario. Ed io ho personalmente ho sempre riaffermato tale diritto di fronte ai miei colleghi della Segreteria confederale.

Ho anche chiesto, per la verità, un costante lealismo degli aclisti verso l’unità sindacale e di questo, a due anni di distanza, non posso sostanzialmente lamentarmi.

Per la storia sarà bene ricordare che il nome di ACLI fu trovato dall’avvocato Vittorino veronese, presidente dell’Icas che collaborò intensamente al sorgere delle Acli. Oltre all’avvocato Veronese e a mons. [Giuseppe] Borghino, l’avvocato Lodovico Montini e i miei immediati collaboratori sindacali e cioè [Giulio] Pastore, Lamberto] Giannitelli, [Luigi] Bellotti, [Roberto] Cuzzaniti.

L’autorità ecclesiastica designò mons. [luigi] Civardi ad assistente ecclesiastico, uno dei sacerdoti meglio preparati alla dottrina e alle tradizioni del pensiero sociale cristiano. […]

Il fine essenziale è quello della formazione secondo i principi sociali cristiani deri nostri lavoratori italiani, i quali sono tutti cattolici religiosamente, ma non tutti, purtroppo, hanno assimilato i principi sociali e le conseguenti dottrine economiche che traggono la loro origine dal Vangelo”, (Achille Grandi, Nascita delle Acli, “Politica sociale”, n. 31, 28 settembre 1946)

Membro del Consiglio nazionale e della direzione della Democrazia Cristiana, assieme a Giuseppe Spataro, Salvatore Aldisio e Gennaro Cassiani, tutti ex popolari, nel maggio del 1945, è designato a far parte della Consulta nazionale, che ebbe vita dal settembre 1945 al giugno 1946, istituita dal governo Bonomi, con lo scopo precipuo di dar vita ad un’istituzione che non fosse espressione esclusiva dei partiti, come il governo del CLN, ma che contenesse anche esponenti-rappresentanti della società civile.

Alla Consulta Grandi pronuncia, il 29 settembre del 1945, uno dei suoi discorsi più densi e impegnativi sul ruolo e sulla funzione, ma anche sulla storia del sindacato in Italia, nella società e nelle istituzioni, dichiarando di parlare dai banchi della Democrazia cristiana, ma anche a nome dei “colleghi” della Cgil [Grandi non usa mai in ambito sindacale il termine compagno e/o amico, ma quello di collega, forse per mostrare l’orgoglio del mestiere del sindacalista].

“Chi vi parla – egli esordisce – è un operaio e un vecchio organizzatore operaio. Sono stato per molti anni nelle Organizzazioni bianche, nelle organizzazioni cristiane dei lavoratori. Chiunque sia nato e abbia vissuto tra i lavoratori, ha sempre sentito il profondo disagio derivante dal fatto che si trovavano divisi, sia pure per ragioni giustificate, in due o più organizzazioni, non soltanto in Italia, ma in quasi tutti i Paesi d’Europa. Questo fatto è stato doloroso anche per le ripercussioni politiche che ha avuto nelle organizzazioni operaie. Nel momento del pericolo e della reazione questa mancanza di unità ha difatti creato un punto di minore resistenza e contribuito, per lo meno in parte, al tragico ventennio che abbiamo attraversato”.

In un altro passaggio del discorso, con un esplicito riferimento, risponde alle non infrequenti e neppure infondate critiche sulla connotazione verticistica e politicista della costituzione della Cgil unitaria: “Ci si è rimproverato che col Patto di Roma si è voluto monopolizzare fra tre partiti, l’intera classe lavoratrice. Dichiaro che ritengo titolo d’onore per queste tre correnti politiche essere le promotrici dell’unità sindacale (…) Non è mai passato per la nostra mente che l’unità sindacale, la Confederazione generale italiana del lavoro, le Federazioni aderenti, le Camere del lavoro, dovessero essere diventare un monopolio di partito e tanto meno dovessero chiudere la porta ai lavoratori di qualsiasi tendenza politica e religiosa. Queste porte sono aperte e chi vi parla, con i suoi colleghi, in privato e pubblicamente, ha sempre insistito su un punto essenziale: quelli che sono lavoratori – e noi riteniamo per tali non soltanto gli operai e contadini, ma il professionista e persino l’uomo di scienza, tutti coloro insomma che svolgono un’attività nel campo del lavoro – possano ed anzi debbano far parte della nostra organizzazione”. La successiva storia dei processi di sindacalizzazione e l’effettiva capacità di rappresentanza della complessa e frantumata realtà del mondo del lavoro italiano mostreranno che questo buon proposito non sarà sufficiente, come mostrano la vicenda controversa della Col diretti di Paolo Bonomi, o su un altro versante, infinitamente più ristretto, ma ancora oggi fascinoso, anche se poco noto, quella delle Acli-Colf. Eppure, questo ragionamento e questo sentimento di Achille Grandi riemergeranno con forza come un fiume carsico, connotando i discorsi e gli scritti di militanti e dirigenti delle Acli, ma anche della Cisl nella stagione delle lotte operaie e studentesche e dei grandi movimenti sociali della fine degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta. È sufficiente rileggere il testo e risentire il timbro delle relazioni e degli interventi dei convenuti alla giornata di studio e alla manifestazione commemorativa Achille Grandi trent’anni dopo, organizzate entrambe congiuntamente dalle Acli e dalla Cisl nel settembre del 1976 con interventi non di circostanza di Domenico Rosati, Bruno Storti, Benigno Zaccagnini e una lezione magistrale di Pietro Scoppola. (Achille Grandi. Trent’anni dopo, “Quaderni di Azione Sociale”, supplemento al n. 9-10). È sufficiente anche rileggere le testimonianze di ventidue militanti della Cisl pubblicate nei due splendidi volumi Il sindacato come esperienza, pubblicati dalle Edizioni Lavoro nel 1981, all’interno della collana “Trent’anni di storia sindacale”.

Ritornando alla vicenda biografica di Achille Grandi e prendendo in esame l’ultimo anno della sua vita, occorre ricordare che dal mese di ottobre del 1945 ai primi giorni di febbraio del 1946 egli è ricoverato all’ospedale Fatebenefratelli di Roma e durante la sua forzata e sofferta assenza, la Corrente sindacale cristiana all’interno della Cgil unitaria subisce forme di pressione e di discriminazione, anche per l’acuirsi del confronto politico, pur all’interno del governo presieduto da Alcide De Gasperi e per il diffondersi di aspri conflitti sociali nel paese. Grandi teme di subire un sostanziale ridimensionamento all’interno della stessa Dc ed è fortemente preoccupato che il suo partito sia tentato di creare anch’esso una propria cinghia di trasmissione verso la Corrente sindacale cristiana, pregiudicando l’autonomia del sindacato e, con essa, la sua unità. Non a caso Attilio Piccioni, potente vicesegretario, diviene il responsabile dell’Ufficio sindacale. Una lettera inviata il 20 ottobre a Milano, indirizzata a Edoardo Clerici e Amleto Barni è un documento illuminante al riguardo. Vi si legge, tra l’altro; l’unità sindacale per la sua origine è apartitica e le sue deliberazioni sono vincolate al metodo democratico e proporzionale (…). Un conto sono le direttive di massima in casa propria e ai propri aderenti, e un conto sono gli ordini a chi deve lavorare su di un terreno quanto mai delicato e scabroso come quello dell’unità sindacale”.

Per questi motivi, subito dopo le sue dimissioni dal ricovero ospedaliero, si impegna per organizzare a Roma, il 9-10-11 marzo, un convegno nazionale dei sindacalisti cristiani, detto Convegno della Minerva dalla sala in cui si svolse, che ha un grande successo di partecipazione e un forte riscontro mediatico e politico, con la presenza dei maggiori esponenti della Dc, a partire da Alcide De Gasperi.

Contemporaneamente, ottenuto, non senza difficoltà un finanziamento da parte del partigiano cattolico di Busto Arsizio, Luciano Vignati, pari, in valore reale alla somma che egli aveva pagato di tasca propria nel 1926 per saldare i debiti della disciolta Cil, fonda il settimanale Politica Sociale, per avere un proprio organo di informazione e anche uno strumento di elaborazione e di pressione al fine di garantire un’autonoma presenza politica all’interno della Cgil e all’interno della Dc.

L’editoriale, La nostra posizione, del primo numero di “Politica Sociale”, non a caso è ripreso nelle sue linee essenziali e riassunto nella “Mozione di Politica Sociale al Congresso nazionale della Dc, che si tiene a Roma al 24 al 28 aprile. Alcuni punti essenziali concernono l’affermazione che “la Democrazia cristiana è partito di popolo. La cui unità e solidarietà si realizza nella libertà”; che “l’inarrestabile movimento di emancipazione dal bisogno e dallo sfruttamento deve tendere all’instaurazione di un’effettiva democrazia, non soltanto nel campo politico, ma anche in quello economico-sociale; che “essa perciò deve mirare alla affermazione della preminenza del lavoro, sono solo per la valenza numerica dei lavoratori, ma per il carattere sacro e personalistico del lavoro stesso in ogni sua forma”   

Il 2 giugno del 1946, capolista per la Democrazia Cristiana, nel collegio di Milano, fu eletto deputato all’Assemblea costituente, assieme a oltre venti altri “aclisti”, spia s’emblematica di rappresentanza ebbe la società civile e, ovviamente la rete ampia e fitta dell’associazionismo, anche perché le elezioni del 2 giugno del 1946, le prime svolte a suffragio universale vero e non dimezzato come quelle che a partire dalla riforma giolittiana escludevano pur sempre la “metà del cielo”, per di più senza il condizionamento di poteri forti d’oltre Oceano e d’Oltretevere e soprattutto con i partiti, ancora ben lontani da derive autoreferenziali e molto attenti e sensibili nel selezionare e promuovere candidati autorevoli, spesso molto giovani, provenienti dagli universi sociali e culturali di riferimento.

Achille Grandi è nominato Vice-presidente dell’Assemblea Costituente, dopo che egli aveva rifiutato la proposta di assumere il Dicastero del lavoro nel primo governo presieduto da Alcide De Gasperi. Era convinto che fosse strategicamente e simbolicamente più importante rappresentare i lavoratori, al livello più elevato delle nuove istituzioni democratiche piuttosto che assumere un ruolo tecnico di governo.

È pur vero, tuttavia, che in uno dei suoi non molti interventi all’Assemblea Costituente, il 22 luglio del 1946, non dismette l’abito di sindacalista: “Onorevoli colleghi – egli esordisce prima di delineare con competenza e passione un’accurata relazione sulla drammatica realtà occupazionale, salariale e anche alimentare dei lavoratori italiani –semplicemente nella mia qualità di deputato incaricato dal mio gruppo. (…)  Sento il dovere di parlare anche come uno dei più anziani operai, organizzatori sindacali, all’Assemblea, al Governo e ai lavoratori italiani”.

Pur in condizioni precarie di salute, è fortemente impegnato a contrastare le posizioni politiciste ed egemoniche dei comunisti nel nuovo sindacato unitario e, contemporaneamente, a superare le ostilità e le diffidenze della gerarchia cattolica e delle componenti conservatrici e moderate della Democrazia Cristiana nei confronti dell’unità sindacale e, più in generale, dei programmi di riforma sociale. Dimessosi dalla presidenza delle Acli per permettere ad esse una maggiore libertà di movimento di fronte al sindacato unitario, deve fare i conti con una conflittualità politica crescente all’interno dei partiti del governo De Gasperi e con la critica diffusa di ampi settori della Democrazia Cristiana nei confronti della linea complessiva della Cgil. Per un riacutizzarsi della malattia professionale contratta in gioventù, muore a Desio il 28 settembre del 1946.

Il padre fondatore del sindacalismo bianco, delle Acli e del sindacato unitario, non ha lasciato un testamento. Ne aveva scritto uno, vent’anni prima, il 2 agosto del 1926, quando, costretto a liquidare la Cil (pagando di tasca propria i debiti), temeva per la propria vita per la perdurante violenza fascista. Vale la pena riprodurne alcuni passi, anche come suggestiva testimonianza civile e spirituale: “Sono nato e cresciuto e intendo morire nella religione cattolica (…). Ho amato la mia Patria, l’Italia, e la causa del popolo lavoratore e le ho servite fedelmente e desidero l’una e l’altra congiunte nella grandezza e nella giustizia della pace sociale cristiana. Alla mia consorte che mi è dolce, paziente, cristiana compagna della mia vita travagliata, esprimo qui la mia gratitudine amorosa (…). I miei funerali siano modesti, senza fiori e senza discorsi. Mi raccomando alla mia Maria e ai buoni per il suffragio dell’anima mia. Se il Signore vorrà accogliermi nel Suo celeste regno, pregherò per tutti”.

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