Giuseppe Lazzati e le ACLI

Lorenzo Gaiani

Il 18 maggio 1986 moriva Giuseppe Lazzati, “all’alba di Pentecoste”, come disse il card. Carlo Maria Martini nell’omelia funebre.

Che cosa abbia rappresentato per la Chiesa italiana e per il Paese questa poliedrica figura di animatore culturale, di mistico, di docente universitario e Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, e anche di padre costituente e di politico, è stato largamente indagato negli anni. Molti sono gli insegnamenti che ancora si possono trarre dalla sua indefessa battaglia culturale non meno che dalle sue potenti meditazioni sulla Parola di Dio negli anni passati accanto ai giovani all’Eremo di San Salvatore.

Qualche riflessione si può fare anche sulla relazione lunga e feconda che Lazzati ebbe con le ACLI, con quelle milanesi come pure con quelle nazionali, una relazione che iniziò, si può dire, con la fondazione delle ACLI ottant’anni fa e che proseguì fino alla sua scomparsa. Fin dall’inizio, perché Lazzati, in quanto coinvolto nella fondazione dell’Istituto Sociale Ambrosiano (ISA), fu uno di coloro che ebbe incarico dal cardinale Schuster, e poi dal suo successore Montini, la responsabilità della formazione sociale dei cattolici dopo la caduta del fascismo. Il primo segnale registrato della presenza di Lazzati nelle ACLI risale al luglio del 1950, ad una quattro giorni organizzata dalle ACLI milanesi per i dirigenti provinciali e di base presso l’allora Seminario di Saronno, dal titolo significativo: “I diritti della persona del lavoratore in una società di uomini liberi”. Il testo non è stato recuperato, ma sul Giornale dei Lavoratori ne apparvero ampi stralci, fra cui vorrei segnalare in particolare questo: “Il relatore conclude affermando il pieno diritto dei lavoratori di far rispettare i propri diritti e il dovere di farlo valere, per arrivare al fine che è il pieno sviluppo della persona e sottolineando che non è lecito danneggiare i fratelli con il nostro astensionismo”[1]. Parole allora non del tutto usuali all’interno del mondo cattolico, e che tracciano il senso della presenza di Lazzati fra gli aclisti nei decenni a venire.

Parole ancora più significative quelle che vengono due anni dopo, all’VIII Congresso provinciale che si svolse il 15-16 novembre 1952, al quale Lazzati partecipa  impressiona solo il dirlo – insieme a Giorgio La Pira. Quel Congresso, fra parentesi, dal titolo significativo “La classe lavoratrice si difende” fu l’avvio della stagione in cui le ACLI milanesi avrebbero preso una loro specifica identità in rapporto al Movimento nazionale e all’opinione pubblica. La Pira si diffuse sul tema congressuale, ma Lazzati volle invece sottolineare un aspetto fondamentale, che era quello delle ACLI come movimento di lavoratori cristiani, ricordando che “Se le ACLI hanno un senso , un loro profondo senso , un vero motivo ispiratore di fondo è proprio questo: (…) all’ascesa della classe lavoratrice portare, totale, la coscienza cristiana, portare la ricchezza della coscienza cristiana, la ricchezza del motivo ispiratore fondamentale, portare la ricchezza della grazia, portare la ricchezza di posizioni sovrannaturali”[2]. Col linguaggio proprio dell’epoca Lazzati richiamava ad un problema serissimo, che è riaffiorato e riaffiora costantemente nella storia del nostro Movimento quando si vuol ricordare che prima di ogni preoccupazione sociale e politica alla base del nostro agire ci deve essere una forte ispirazione evangelica, e non è un caso che tre anni dopo, in un famoso discorso, il Presidente nazionale Dino Penazzato abbia richiamato quella al Vangelo come la radice fondamentale della fedeltà delle ACLI.

La presenza del Professore fra gli aclisti è stata discreta e costante per quattro decenni, e molti sarebbero i momenti da ricordare: ad esempio la sua partecipazione al XXIII incontro di studi nazionale delle ACLI che si tenne a Riccione nel gennaio del 1978: importante per la qualità della relazione ed importante in termini di “politica ecclesiastica” perché all’epoca non era scontato che il Rettore dell’Università Cattolica accettasse l’invito di un’organizzazione ancora sub iudice come erano le ACLI allora per la Santa sede e la CEI. Ma dovendo indicare i più significativi potremmo dire che sono tre, spalmati nel tempo.

Il primo risale al 1962, ad un incontro della formazione aclista milanese, intitolato “Il Movimento cristiano dei lavoratori di fronte alla società doviziosa”, che era la traduzione del termine affluent society utilizzato dal grande economista John Kenneth Galbraith (lo ricorda Lazzati stesso nell’introduzione) per indicare la crescita dei consumi, e del consumismo, in tutte le società occidentali dell’epoca. Lazzati ne indica due caratteristiche strutturali: il primato dei beni materiali su quelli spirituali e la tendenza a produrre beni di consumo duraturi (automobili, elettrodomestici…), imponendone l’acquisto ai consumatori tramite campagne pubblicitarie mirate. Sarebbe stato facile a quel punto lì trasformare il discorso in una tirata moralistica, ma Lazzati va oltre, e cerca le radici del problema, denuncia senz’altro “l’intorpidimento di coscienza morale” a cui sono a rischio i credenti che cedono senza riserva al consumismo, ma invita ad una posizione più matura, che dal giudizio morale evangelicamente fondato si organizza, attraverso il giudizio del movimento sociale cristiano (cioè delle ACLI, in sostanza), in una risposta concreta, quella della programmazione economica, una delle basi del centrosinistra ancora in gestazione e che voleva essere una forma di regolamentazione dell’economia che definisse un ordine di priorità nelle dinamiche produttive e redistributive; perché l’obiettivo fondamentale dei credenti è quello di una “società giusta; giusta perché anzitutto ha il senso della gerarchia dei valori; perché ha il senso dell’equa distribuzione dei beni; perché nell’impegno che pone nell’obbedire al comando di Dio di ampliare il Creato nello sviluppo continuo dei beni che Egli ha posto a servizio dell’uomo non venga dimenticato l’altro, quello di far sì che tutto venga distribuito a tutti gli uomini”[3].

Il secondo si registra vent’anni dopo, ad un Incontro di studi delle ACLI milanesi che si svolse in Università Cattolica nel dicembre 1983, in cui Lazzati affrontò il tema “Etica e politica”, inquadrandolo, secondo il suo tipico approccio, prima sotto il profilo dell’umanità in generale e poi sotto quello dei principi della Rivelazione cristiana e delle esigenze che essa determina. Guardando alle sfide che il cristiano in politica deve affrontare egli disse con chiarezza che quattro erano le esigenze da adempiere, la prima delle quali è quella di “valorizzare la ragione umana in vista della costruzione della città dell’uomo secondo una misura di pienezza “, la seconda è “l’intelligenza critica della situazione sociopolitica nella quale si opera, intelligenza sorretta da vivo senso storico”, la terza è quella della “competenza sui temi della realtà in cui operiamo” e la quarta è l’ “autentica capacità dialogica” con coloro che non condividono la nostra visione del mondo[4]. Era, in nuce, il progetto fondativo di “Città dell’uomo”, che sarebbe stata fondata di lì a due anni ma sulla cui nascita il Professore rifletteva da tempo.

Il terzo è un incontro che Lazzati tenne a Seregno, su invito del locale Circolo ACLI, il 27 gennaio 1986, quattro mesi prima di morire, sul tema “La ricerca del Regno di Dio nelle realtà temporali”, che è forse uno dei suoi ultimi se non l’ultimo intervento pubblico, e che costituisce una ricapitolazione dei temi a lui più cari: partendo dalla “Lumen gentium”, uno di quei testi fondamentali del Concilio che Leone XIV ci sta invitando a riprendere in mano, ricordando “il fondamento teologico e cristologico della vocazione laicale”, la natura di soggetto attivo e responsabile della Chiesa del fedele laico, la fedeltà del laico all’autonomia delle realtà temporali, la sua responsabilità specifica di “trattare le cose temporali ordinandole secondo Dio”, finendo con il suo estremo appello a ciascuno di voler trovare e seguire la propria vocazione per amore di Dio e per la vita della Chiesa e del mondo[5].

Un discorso particolare lo merita la presenza all’interno del Movimento aclista milanese, almeno nei suoi primi vent’anni di vita, dei confratelli del prof. Lazzati all’interno dell’ Istituto secolare Cristo Re o, come si diceva allora, dei Milites Christi, a partire ovviamente da Luigi Clerici, che fu responsabile organizzativo delle ACLI milanesi dalla fondazione fino al 1953 e poi Presidente provinciale dal 1953 al 1963: il decennio che vede la crescita delle ACLI milanesi come soggetto formativo (una tematica a cui Clerici teneva moltissimo, sviluppando la lezione lazzatiana) e come agente di influenza politica, contribuendo fra l’altro all’elezione al Parlamento di un altro confratello, Vittorino Colombo, che poi avrebbe avuto una prestigiosa carriera politica, e poi Battista Meroni, che fu a lungo Amministratore provinciale, Erminio Colnaghi, uomo-macchina del Giornale dei Lavoratori dagli anni Quaranta fino alla vigilia della sua morte, Franco Carcano e molti altri. Si trattò di una presenza generosa, di uomini che si erano formati nella GIAC di Lazzati, e che da lui impararono uno stile ed un metodo prima che un’impostazione ideologica. Tuttavia, alcuni vollero vedervi una sorta di “colonizzazione” del Movimento, in una logica di bassa cucina che talvolta è propria anche degli ambienti cattolici: non ci sono notizie dirette, ma è da supporre che anche per questo il Professor Lazzati abbia consigliato ai suoi confratelli un progressivo disimpegno che iniziò proprio con l’uscita di scena di Clerici.

Questa è solo una parte, anche minore (ma non per le ACLI), del gigantesco lascito che Lazzati ha dato alla riflessione della Chiesa italiana ed in particolare del laicato, la cui formazione alla responsabilità e alla consapevolezza del proprio ruolo fu un suo costante assillo, ed il motivo principale che ancora in tarda età lo spingeva a girare per l’Italia, finché le forze lo sostennero, per cercare di ricostruire un “resto d’Israele” da cui cercare una nuova modalità di presenza politica rispetto ad una realtà che giudicava con aspro realismo ma non senza speranza.

Come ha rilevato Giovanni Bianchi, che con Lazzati ebbe una vicinanza quasi trentennale, “la questione centrale per lui era quella di ricomporre la contraddizione fra la città dell’uomo, il cui primo fondatore è Caino ed il cui emblema è Babele, con la visione della Gerusalemme davidica, il luogo in cui il popolo di Dio si ritrova unito non per imposizione ma per scelta”[6].

Una contraddizione che probabilmente è destinata a rimanere sempre aperta, come ci ricorderebbe l’agostiniano Robert Prevost, ma che rappresenta l’oggetto dell’impegno dei credenti che vivono ed operano nella Città terrena con lo sguardo rivolto alla Città di Dio.

[1] Cit. in A. OBERTI (ed.) “Dossier Lazzati/9- Lazzati e le ACLI” AVE, Roma 1995 pag.31

[2] Id. pag.33

[3] G. LAZZATI “Il movimento cristiano dei lavoratori di fronte alla società doviziosa” (Milano, 9 dicembre 1962)  in A. OBERTI (ed.) cit., pag. 85

[4] G. LAZZATI “Etica e politica” (Milano, 2 dicembre 1983) in Id. pag. 106-108.  Da notare che Lazzati apriva il suo intervento con un ricordo di Achille Grandi nel centenario della nascita, facendo memoria degli incontri che ebbero negli anni Trenta quando Grandi, a causa delle persecuzioni fasciste, andò a lavorare nella tipografia del PIME, e settimanalmente collaborava con Lazzati alla preparazione dell’“Azione giovanile”, il settimanale della GIAC che là si stampava.

[5] G. LAZZATI “La ricerca del Regno di Dio nelle realtà temporali” (Seregno, 27 gennaio 1986)  in Id. pag. 111-124

[6] G. BIANCHI “Maestri possibili” Ancora, Milano 1997 pag. 78

  • Lorenzo Gaiani: Consigliere di amministrazione della Fondazione Achille Grandi, componente dello staff del Presidente nazionale delle Acli e responsabile ufficio studi delle Acli milanesi 

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