Democrazia economica, salari e partecipazione

Lorenzo Gaiani

L’ascensione costante delle masse lavoratrici si è ottenuta ad opera di autentici operai autodidatti che hanno saputo unire alla loro esperienza diretta una soda cultura e qualità organizzative di primo ordine. Questo deve essere il primo contributo dei lavoratori alla Costituente. Non parole o grida verbose, non sogni chimerici di panacee che sanano tutti i mali, ma preparazione profonda e seria per assumere le responsabilità che rivendicheremo e che ci saranno – ne sono certo – riconosciute alla Costituente. La quale Costituente in Italia dovrà contenere non pochi capitoli riguardanti il lavoro, sia come fonte di ricchezza nazionale, sia come strumento di difesa e di elevazione della dignità umana[1].

A pochi giorni dall’ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica e dell’elezione dell’Assemblea costituente, queste parole del nostro padre fondatore Achille Grandi, che della Costituente fu Vicepresidente per pochi mesi prima della sua immatura scomparsa, servono non solo a titolo di mera commemorazione, ma anche e soprattutto per fissare uno dei caratteri fondamentali di questo nostro convegno.

La scelta di dedicare l’Incontro di studi delle ACLI milanesi di quest’anno al tema della democrazia economica corrisponde ad una seconda tappa dell’itinerario che avevamo aperto lo scorso anno con il convegno sulla crisi e la rigenerazione possibile della democrazia.

Ma che cosa si intende esattamente per democrazia economica?

La democrazia economica, secondo l’interpretazione generale[2], è un modello che estende i principi democratici dalla sfera politica a quella produttiva e finanziaria, mirando a ripartire il potere decisionale, la proprietà del capitale e i risultati economici tra i lavoratori e la comunità, superando la concentrazione in poche mani. Promuove partecipazione, equità, investimenti etici e sostenibilità, coinvolgendo attivamente consumatori e dipendenti nella gestione delle risorse.

Elementi chiave della democrazia economica sono essenzialmente la partecipazione dei lavoratori, ossia il coinvolgimento dei dipendenti nel governo dell’impresa e partecipazione finanziaria al capitale o agli utili, la gestione dei beni comuni, che significa il controllo diretto da parte delle comunità locali o nazionali sulla gestione di risorse strategiche, il consumo responsabile e la finanza etica, cioè l’orientamento del mercato verso valori sociali, ambientali e di giustizia, con investimenti socialmente responsabili, e quella che potremmo chiamare la sicurezza economica, che implica l’ accesso a servizi pubblici di qualità e regole chiare per un’equa distribuzione della ricchezza.

Il terzo titolo della prima parte della Costituzione, dall’articolo 35 al 47, delinea un quadro attendibile di quella che dovrebbe essere la democrazia economica, che però implica non solo l’esistenza di un’autentica volontà politica, ma anche quella di un quadro organico di forze sociali e sindacali che esercitino una pressione sistematica sul decisore politico attraverso la costruzione di buone pratiche di democrazia economica secondo i principi di solidarietà, condivisione e mutualismo.

Rileggiamo dunque con attenzione questi articoli: l’art. 42, che parla della funzione sociale della proprietà privata; l’art. 45, che riconosce e valorizza il ruolo della cooperazione e del mutualismo. Rileggiamo con attenzione anche l’art. 46, che “riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”. Mi piace ricordare qui che alla stesura di questo articolo parteciparono attivamente due costituenti democristiani che possiamo considerare i diretti successori di Grandi, cioè Giulio Pastore, che alla sua morte lo sostituì alla guida della Corrente sindacale cristiana e come Segretario generale della CGIL, e Ferdinando Storchi, che ne prese il posto come Presidente nazionale delle ACLI fin dalla primavera del 1945.

Come ha ricordato Tiziano Treu, la partecipazione dei lavoratori “risponde a bisogni profondi di valorizzazione del lavoro e di autorealizzazione dei lavoratori. D’altra parte, introduce elementi di responsabilizzazione sociale dell’impresa e di trasparenza dei suoi comportamenti: elementi tanto più importanti nell’attuale contesto globale di forti turbolenze economiche e finanziarie”[3]. In questo senso si è mossa la proposta di legge di iniziativa popolare della CISL, che poi il Parlamento ha trasformato, emendandola, nella legge 15 maggio 2025 n.76.

Ma accanto a questo ricordiamoci dell’articolo 36: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. E chiediamoci, dati alla mano, se la media salariale di oggi, confrontata con il paniere dei consumi, l’inflazione, il costo dei mutui e degli afflitti garantisce effettivamente la libertà e la dignità del lavoratore e della sua famiglia.

Avendo sempre bene a mente che “senza una classe media solida e senza giovani motivati a rimanere, l’Italia rischia di scivolare in una trappola di stagnazione permanente: bassi salari, bassa produttività, bassa crescita”[4].  E una classe media impoverita, si sa, è l’humus naturale di ogni tipo di avventurismo politico.

Anzi, come afferma la sociologa di Cambridge Lorenza Antonucci “i risultati dell’analisi empirica indicano che, tra gli aspetti dell’insicurezza, quella finanziaria e quella legata alle condizioni di lavoro presentano le associazioni più forti con le opinioni populiste, e le radici del sostegno populista non vanno cercate nell’aumento della disoccupazione o nella mancanza di un lavoro stabile in sé, bensì nelle esperienze quotidiane di insicurezza, non solo estreme, che riguardano anche il ceto medio-basso”[5].

L’assunto di fondo è che le problematiche del lavoro, e quelle ad esse connesse, precedano quelle, ad esempio, legate alle migrazioni nella raccolta del consenso da parte delle forze cosiddette populiste, ed anzi non vi sarebbe la disponibilità ad ascoltare certe sirene se non vi fosse precedentemente un’insoddisfazione di fondo di molte persone per le sempre più ristrette prospettive di sviluppo economico e sociale proprio e dei propri figli.

Il quadro che ci si presenta davanti è quello di un amplificarsi delle ingiustizie e delle ineguaglianze sociali, al punto tale da compromettere la stessa uguaglianza politica che la Costituzione e i Trattati europei sanciscono solennemente. In tal modo può forse essere mantenuta l’apparenza della democrazia, ma “non ci può essere un compimento umano della storia senza giustizia per le vittime, né un senso del processo storico che non tenga in considerazione le esigenze dei più deboli. Ne va del senso vero e decisivo della giustizia”[6]

Non si tratta qui di accedere ad una sorta di bigino marxiano per cui in definitiva è la struttura economica a determinare la sovrastruttura, ma semplicemente di prendere atto, come ci siamo detti lo scorso anno, che le democrazie che mancano alla promessa implicita di maggiore prosperità da parte dei cittadini, rischiano di spezzare il vincolo di cittadinanza, aprendo la strada a narrazioni diverse e distorsive, come quella che ispira l’attuale Amministrazione degli Stati Uniti.

In sostanza, c’è la sensazione di una separazione definitiva fra quelli che Ralf Dahrendorf già quarant’anni fa definiva entitlements e provisions, cioè fra il diritto teorico ad usufruire di determinati beni materiali ed immateriali e la loro effettiva fruizione, come pure del venir meno del ruolo specifico delle ligatures, ossia dei legami sociali, quel tessuto di relazioni di cui diritti e risorse hanno bisogno per tradursi in effettiva libertà per la persona[7]. Ciò rimanda, ad esempio, a quanto ci diceva il politologo Luciano Fasano nell’Incontro di studi dello scorso anno a proposito della presenza delle realtà associative e comunitarie come il vero legamento della società democratica, quello che la tiene insieme ed impedisce alle istanze confliggenti, per quanto legittime, di diventare distruttive della convivenza civile.

C’è sicuramente una responsabilità della politica, intesa nel senso istituzionale della parola, che in questi ultimi anni sembra avere abdicato ad ogni pretesa non si dice di dirigere ma anche semplicemente di contribuire a determinare l’indirizzo economico e sociale del Paese.[8]

Più esattamente “sta alla politica farsi carico di recuperare il centro dell’attività pubblica, di prevedere il bene comune, sapendo che c’è un intreccio profondo fra il bene comune e il bene di ciascuno, tra la felicità pubblica e quella individuale: organizzare questo ritorno è fisiologico, costituisce il sale della democrazia ed è sano quando un uomo pubblico lo riscopre compiendo il proprio dovere”[9].

Ma la dimensione comunitaria non si riduce semplicemente a quella del potere politico, e se è evidente la responsabilità delle istituzioni non meno evidente è quella dell’insieme delle forze sociali, dell’impresa pubblica e privata, del sindacato, dell’associazionismo, del movimento cooperativo, per la determinazione di un’alternativa possibile che vada nella direzione dell’implementazione di percorsi di democrazia economica nello spirito della Costituzione.

Non si tratta di alimentare sogni palingenetici, ma di costruire progressivamente, mettendo un piede dopo l’altro, nella direzione di un riformismo che non significa, come spesso alcuni lo interpretano, adattamento alla situazione esistente, ma progressivo cambiamento dell’esistente in una logica autenticamente inclusiva, poiché “la missione della democrazia -anche della democrazia economica- è di fare della necessità della vita in comune una virtù, e di farlo risolvendo i problemi e mettendo insieme le persone, non certo costringendole con la forza”[10].

Qui però si richiede un attento studio della situazione di partenza, e proprio per questo abbiamo voluto focalizzare la nostra riflessione sul tema della partecipazione, intesa in senso lato ma soprattutto come partecipazione dei lavoratori alla determinazione degli obiettivi aziendali, e dall’altro quello della possibile costruzione di un percorso di liberazione personale e collettiva non al di fuori del lavoro ma al di dentro di esso.

Per questo è così importante la presenza delle Confederazioni sindacali, insieme alle istituzioni e al movimento cooperativo: per cercare di aprire una nuova fase di pensiero e di ricerca che sia finalizzata ad un’azione possibile di trasformazione della società.

Non si tratta di voler ignorare o comprimere ad ogni costo quelle che sono le differenze culturali o politiche od organizzative che si presentano, ma piuttosto di cercare soluzioni possibili nella concretezza dei problemi: salari, prezzi, partecipazione, ricerca del bene comune in spirito mutualistico e cooperativo piuttosto che esasperata logica del profitto.

Acquisisce quindi particolare significato la questione del lavoro che genera “un paesaggio altamente complesso sia sul piano completo sia sul piano morale, con aspettative multiple di giustizia e di autonomia”[11], e di conseguenza diventa – torna ad essere? – un luogo privilegiato di cambiamento della società finalizzato alla realizzazione di quelle aspettative.

Senza dimenticare le sfide antropologiche prima ancora che economiche che vengono dall’uso disinvolto della tecnologia come strumento di potere che sancisce la saldatura fra una nuova plutocrazia tecnocratica ed un potere politico sempre più insofferente ai vincoli formali e sostanziali dello Stato di diritto e della democrazia costituzionale.

In questo senso, l’attenzione che sempre più il Magistero della Chiesa cattolica dedica al tema dell’Intelligenza Artificiale – segnalata in modo chiaro anche dall’Enciclica di Leone XIV “Magnifica humanitas”, che offre un discernimento sulla custodia della persona umana nel tempo dell’IA – è indicativa della crescente percezione di una reale urgenza di fronte ad una crisi sistemica che investe l’aspetto politico non meno di quello sociale ed economico e, come si diceva prima, antropologico, al punto di configurare addirittura una sfida di sapore teologico lanciata dalla tecnopolitica autoritaria sulle anime oltreché sui corpi degli esseri umani.

Vogliamo dare un contributo per avviare un cammino per il recupero al dibattito politico e sociale dell’istanza per una politica – istituzionale o no – che si ponga il problema della dimensione popolare.

“Il popolo non è soltanto un soggetto passivo, destinatario delle proposte e decisioni politiche. Esso è anzitutto chiamato ad essere soggetto attivo, compartecipe di ogni azione politica. La presenza in mezzo alla gente e il suo coinvolgimento nel processo politico è il migliore antidoto ai populismi che ricercano solo facile consenso e agli elitismi che tendono ad agire senza consenso: due tendenze diffuse nel panorama politico odierno. Una politica “popolare” richiede tempo, condivisione di progetti e amore alla verità.”[12]

 

NOTE 

[1] A. GRANDI “I lavoratori e la Costituente” in “Il lavoro” 30.10.1945 ora in Id. “I cattolici e l’unità sindacale” (a cura di W. TOBAGI) Editrice sindacale italiana, Roma 1976 pag. 174

[2] A partire ovviamente dal lavoro pionieristico e capitale di R. DAHL “Democrazia economica” Il Mulino. Bologna 1989

[3] T. TREU “La partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese: un tema storico ed attuale” in https://www.tizianotreu.it/articoli/la-partecipazione-dei-lavoratori-alla-gestione-delle-imprese.php

[4] M. LEONARDI “Italia e salari: trent’anni di stagnazione , cinque anni di declino” (27.10.2025)  in https://www.lavorodirittieuropa.it/dottrina/principi-e-fonti/2099-italia-e-salari-trent-anni-di-stagnazione-cinque-anni-di-declino

[5] Cit. in F. GHIRARDELLI “Di destra o di sinistra, i populismi nascono dai problemi del lavoro” in “Avvenire” 12.5.2026 pag. 15

[6] COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE “Quo vadis humanitas? – Pensare l’antropologia cristiana di fronte ad alcuni scenari sul futuro dell’umano” (9 febbraio 2026) n.97

[7] R. DAHRENDORF “Il conflitto sociale nella modernità” Laterza, Bari-Roma 1989 pagg. 31-45

[8] Si veda a questo proposito M. FLORIO “Il capitale contro lo Stato” Feltrinelli, Milano 2026, in particolare alle pagg.116-130

[9] E. MANFREDONIA “Ritessere la democrazia. La speranza nella partecipazione” (intervento al LVI Incontro nazionale di studi delle ACLI, Firenze 27 settembre 2025) in https://www.acli.it/incontro-nazionale-di-studi-2025/documenti-ins2025/

[10] P. SELZNICK “La comunità democratica” Edizioni Lavoro, Roma 1999 pag. 57

[11] L. PENNACCHI “Nonostante Hobbes” Castelvecchi, Roma 2025 pag. 149

[12] LEONE XIV “Discorso ai membri del Partito Popolare Europeo al Parlamento europeo” (25 aprile 2026) in https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2026/april/documents/20260425-ppe.html

* Relazione introduttiva al XXVIII incontro di studio delle ACLI Milanesi dal titolo: “Democrazia economica salari e partecipazione: un circolo virtuoso?” (Milano, 23 maggio 2026)

  • Lorenzo Gaiani: Consigliere di amministrazione della Fondazione Achille Grandi, componente dello staff del Presidente nazionale delle Acli e responsabile ufficio studi delle Acli milanesi 

 

 

 

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