“L’adesione alla unità sindacale di Grandi, si nutre di speranze non di paura” sottolinea Walter Tobagi in un ricordo del dirigente sindacale ed aggiunge un altro elemento che è essenziale per il sindacalista cattolico: lo sforzo compiuto per dare ai lavoratori un ruolo di protagonisti della democrazia e del rinnovamento in campo sociale e politico.
Ci sono in queste considerazioni assonanze evidenti ad un altro esponente sindacale fondamentale del periodo che portò l’Italia fuori dalla tragedia del fascismo e della guerra, il socialista riformista Bruno Buozzi. Un altro connotato che unisce i due vecchi operai organizzatori dei sindacati nel periodo prefascista è certamente quello di agire per arrivare ad una nuova unità sindacale senza alternative convincendo i lavoratori ad utilizzare tutta la loro passione e tutte le loro energie.
Nasce da queste convinzioni del resto l’idea di un sindacato unitario dal profilo pubblico, solidale ed autonomo da ogni interferenza, pronto a mettersi al servizio di una stagione di ricostruzione che veda la partecipazione del mondo del lavoro dipendente alla crescita industriale e degli altri settori economici.
Già durante la clandestinità nel 1944 il giornale “Conquiste Sindacali” curato da Achille Grandi affrontò il problema della partecipazione operaia agli utili delle aziende ed è emblematico l’invito di Buozzi agli operai a non limitarsi solo a resistere un minuto di più del padrone ma a leggere anche un libro di più per essere in grado di affrontare le dinamiche e le scelte industriali.
Naturalmente Grandi e Buozzi provengono da culture politiche diverse che nella fase dell’avvento fascista al potere non riuscirono a trovare intese. Lo stesso Achille Grandi mostrò diffidenza negli anni ‘20 ad ipotesi di unità sindacali con la CGdL ed altre organizzazioni anarco-sindacaliste anche se non disdegnò gli sforzi per trovare momenti di unità di azione. E fu costante in lui il richiamo alla libertà religiosa tanto da portarlo ad affermare che se essa fosse stata messa in discussione in politica e nel sindacato avrebbe sia pure molto a malincuore rinunciato a difendere la causa dell’unità sindacale.
Eppure nei colloqui e contatti che avvennero dal 1943 in poi per tentare di arrivare alla Cgil unitaria Grandi non solo riconobbe a Buozzi “il capo maggiore dell’organizzazione sindacale italiana” . “Grandi e Buozzi pur essendo politicamente diversi risultavano molto simili per esperienza e per una comune concezione della politica sindacale” ricorda Aldo Forbice in un libro su Buozzi. Grandi si fidava di Buozzi e come disse ad un suo collaboratore perché “Buozzi aveva superato nella propria coscienza, l’antica avversione al cristianesimo. La vecchia questione morale non c’era più…”. Il legame di stima fra Grandi e Buozzi lo dimostra indirettamente anche la commemorazione che Giovanni Gronchi, pilastro del sindacalismo cristiano di quei tempi con Grandi, dedicò a Bruno Buozzi definendolo “un idealista, un’anima cristiana, era una delle sue caratteristiche migliori questo senso di umanità…”. Ed in queste parole si possono rintracciare quasi sicuramente giudizi propri di Achille Grandi.
Il suo credo sindacale, lo si può arguire, si fondava sulla concretezza animata da ideali, mai disgiunti fra di loro. In questo senso si capisce anche il perché negò che “l’unità si raggiunse il giorno del Patto di Roma tra le correnti storiche del sindacalismo italiano”. Come affermerà più tardi Calamandrei a proposito della Costituzione questi documenti non sono pezzi di carta ma un futuro da costruire giorno per giorno nella realtà viva del Paese”.
Vero è che la costituzione del Patto di Roma è stato un evento politico con tanto di benedizioni di De Gasperi, di Nenni, di Togliatti ed i messaggi che informavano dell’avanzare degli accordi inviati dai sindacalisti alle segreterie politiche e perfino, da parte comunista, a Mosca. Ma è innegabile che Grandi, Buozzi e Di Vittorio (anche lui considerava Buozzi il capo naturale del futuro sindacato unitario malgrado le resistenze all’interno del partito comunista) sono il punto di arrivo e di partenza di una tradizione riformista sindacale che faceva perno sulla libertà, sulla autonomia, sulla democrazia interna e sulla capacità di contrattare diritti e tutele. C’è insomma una origine prettamente sindacale di quella che sarà poi la Cgil unitaria e molto lo si deve ad Achille Grandi.
Perché in lui, repubblicano convinto, antifascista che aveva sofferto non solo di povertà ma anche di incomprensioni nel mondo cattolico a seguito delle sue opposizioni al primo governo Mussolini come pure ad acquiescenze della Azione Cattolica al sorgente regime, viveva un saldo principio di laicità e di assunzioni di responsabilità che trasmise evidentemente anche alle Acli di cui fu il Primo Presidente, tanto che perfino nella decisione assunta all’interno di esse di rompere l’unità della Cgil prevalse a grandissima maggioranza (540 voti) la scelta di costituire un sindacato laico e non confessionale. Il sindacato francese di ispirazione cristiana ci arrivò solo agli inizi del 1960.
Potremmo perfino dire qualcosa di più: anche nella rottura sindacale la costituzione di due sindacati, la Libera Cgil poi Cisl e la Uil, ancorate ad un principio di laicità ed autonomia non ideologica, creò gradualmente lo spazio per quella conduzione del movimento sindacale negli anni ’50 identificata nel famoso detto “marciare divisi, colpire uniti”. Non era forse lo spirito di Achille Grandi già manifestato negli anni ’20?
Vero è che Grandi difende la scelta dell’unità ma senza paraocchi: in uno dei suoi ultimi viaggi al nord, già malato, si racconta che al suo ritorno a Roma abbia insistito sulla esigenza di…vigilare. E la stessa nascita delle Acli ed ancor di più del settimanale Politica Sociale dimostrano che il mondo cattolico avvertiva l’esigenza di garantirsi una identità precisa e sul piano della formazione e dei valori una iniziativa molto forte non solo per la “concorrenza” delle altre componenti sindacali ma anche per le stesse perplessità che emergevano nel mondo cattolico più generale. In un articolo significativo di Politica sociale si descrive una riunione di buona parte del …ponte di comando cattolico del sociale dove Grandi ribadisce le sue convinzioni sull’unità non disgiunte dalla consapevolezza dei tanti pericoli che la insidiavano: “ero persuaso anche prima della necessità di sostenere l’unità come noi la concepiamo con questi più saldi presidi , ma tanto più sono tornato dal mio soggiorno in Alta Italia con questa convinzione rinsaldata dopo che ho visto come vanno le cose alla periferia specialmente per il modo con cui è inteso spesso dai marxisti il patto di unità sindacale. Siamo vigili ed in guardia…”.
Anche in queste parole si coglie un aspetto di coloro che hanno ricostruito il movimento sindacale che è in larga parte comune: un ottimismo non di maniera ma fondato sulla consapevolezza che molto si poteva fare con il dialogo, il rispetto reciproco, il confronto fra diversi senza dare spazio ad odio ed a muri insormontabili perché si era, nonostante tutto, dalla stesa parte, quella del lavoro dipendente.
E nella testimonianza di Achille Grandi possiamo cogliere anche elementi che in seguito daranno ben altri frutti. Penso che si debba anche a uomini come Grandi l’evoluzione del pensiero sociale della Chiesa che con Giovanni XXIII provocò non solo nella cristianità ma anche nel mondo laico e nella cultura di sinistra un vero e benefico terremoto. Achille Grandi, pur essendo di un’altra generazione, avrebbe accolto con prevedibile soddisfazione il messaggio del Concilio Vaticano II, un messaggio di dialogo, di vicinanza ai problemi crescenti che contrastavano con la dignità della persona e del lavoro, una Chiesa molto più vicina alla diverse popolazioni nazionali perfino nel linguaggio (l’italiano nella Messa…), una concezione della solidarietà e della critica alle ingiustizie del sistema capitalistico che saranno alla base di un potente rinnovamento del movimento sindacale e di un nuovo tentativo di unità sindacale cui dettero un apporto decisivo le Acli di Livio Labor non a caso. E lo spirito conciliare portato nell’impegno delle organizzazioni sindacali Cgil, Cisl e la Uil che si tentava di cambiare di militanti e dirigenti di matrice cristiana certamente aiutò in uno sforzo imponente di cambiamento che vide lavoratori e sindacati protagonisti fondamentali. Si realizzò allora l’intuizione di Achille Grandi, sia pure non da solo, di fare dei lavoratori i protagonisti di una crescita democratica e di giustizia sociale del nostro Paese.
Quando in una delle prime riunioni delle delegazioni impegnate nel confronto sui principi della nuova unità sindacale antifascista e democratica Grandi entrò nella sala dove era previsto l’incontro vide una sedia più alta delle altre chiese per chi fosse destinata. Gli risposero che era per Di Vittorio. Grandi la fece immediatamente togliere perché ci doveva essere una sostanziale parità di condizioni fra i protagonisti sindacali. Era una partenza che non si doveva sbagliare neppure nei particolari ma che al tempo stesso segnalava la autentica passione con cui Grandi si era gettato in questa ardua impresa.
Oggi tutto sta mutando velocemente, il mondo del lavoro, la produzione, i diritti, la partecipazione democratica. Il processo tecnologico in atto e le autocrazie che avanzano propongono dilemmi assai difficili da dipanare. I Pontificati che si sono succeduti hanno però avuto il grande merito di non far rimuovere o cancellare il richiamo ad un umanesimo senza il quale tutti i migliori valori per i quali si sono battuti Achille Grandi come Bruno Buozzi e tanti altri sarebbero in grave pericolo. E la cultura laica ed il sociale farebbero bene a non sottovalutare questo ruolo che ora è interpretato con coraggio dallo stesso Leone XIV dopo l’azione indimenticabile di Papa Francesco. Quel richiamo in realtà può creare svolte reali solo se in modi adatti ai tempi che si vivono non si dimentichi la lezione del passato. E a me pare che ve ne sia una fra le tante che non va dimenticata. La propone ancora Walter Tobagi a proposito di Achille Grandi in un periodo nel quale la democrazia nasceva e non era claudicante come nel terzo millennio: “nella concezione di Achille Grandi l’organizzazione sindacale trova legittimità e legittimazione nel consenso e nella partecipazione dei lavoratori, ma ha un ruolo sociale ed una funzione politica più ampia….è lo strumento attraverso il quale i lavoratori entrano nel vivo delle Istituzioni”. Questa funzione di impegno più generale favorì nei decenni successivi esiti importanti come la conquista di diritti presenti nello Statuto dei lavoratori o la lotta unitaria contro il terrorismo. Oggi si tratta di altro, dalla pace in pericolo al declino del ruolo europeo, alle sempre più ingiuste diseguaglianze. Dalla memoria del periodo in cui Grandi fu fra i protagonisti di un percorso di vera libertà non possiamo forse trarre la conclusione che anche per il futuro le potenzialità di un sindacato che sa affrontare le sfide e trovare soluzioni comuni può essere assai prezioso per disinnescare rischi considerevoli di fronte alle giovani generazioni? Le speranze di Grandi non erano fuochi fatui perché poggiavano su solide convinzioni e trovavano riscontro in altrettante convinzioni di altri grandi protagonisti di allora. Vale la pena ricordarsene.
- Giorgio Benvenuto: Presidente della Fondazione Bruno Buozzi
