Achille Grandi: parlare chiaro ai lavoratori

Aldo Carera

La sua storia personale, così come di Bruno Buozzi, Giuseppe Di Vittorio e Giulio Pastore, ha avuto una specifica connotazione sindacale che ne ha caratterizzato l’impegno per dar vita, nel giugno 1944, alla costituzione di un sindacato unico che doveva avvenire al di fuori di ogni ingerenza politica.

Per tutta la vita Achille Grandi ha alimentato la fiamma dell’entusiasmo suscitato tra i sindacalisti «bianchi» dall’immortale enciclica Rerum novarum sulla questione sociale. La solenne affermazione «del diritto degli operai di riunirsi per la tutela e la difesa dei loro interessi» gli aveva dato buona ragione per impegnarsi nelle file del sindacalismo «bianco» di inizio Novecento, l’aveva sostenuto negli anni oscuri del regime, esule nel suo stesso paese, e diede senso agli anni densi di scelte e di rinnovate responsabilità nelle vicende del secondo dopoguerra impresse nella storia del sindacato italiano. Quel sindacato che egli poneva come elemento costitutivo degli assetti della democrazia pluralista basata sull’equilibrio degli interessi e sulla competenza tecnica – che solo tecnica non era come vedremo – al di fuori delle dirette ingerenze dei partiti politici.

La sua storia personale così come quella degli altri uomini del suo tempo (Bruno Buozzi, Giuseppe Di Vittorio e Giulio Pastore) non era estranea alla prospettiva partitica ancora predominante quando prese forma il sindacato unitario. Ma il loro apporto, segnato dalle esperienze prefasciste e dalla cultura di cui erano consapevolmente o inconsapevolmente portatori, aveva una specifica connotazione sindacale che ne ha caratterizzato l’impegno per dar vita, nel giugno 1944, alla struttura organizzativa unitaria. Una potente discontinuità, di cui Grandi in particolare era ben consapevole: era giunto il tempo di liberare le classi operaie dalla soggezione ai poteri forti che durante il regime fascista avevano nascosto dietro il mito della nazione gli interessi di chi controllava tutti i gangli dello Stato.

Sin da prima dell’otto settembre 1943 Grandi aveva posto la questione sindacale tra i rilevanti problemi da affrontare e sciogliere nel dopoguerra per realizzare il progetto politico del gruppo dirigente cattolico. Il riconoscimento della libertà e delle responsabilità del sindacato segnava il passaggio dal vecchio corporativismo fascista a una nuova forma di economia regolata nell’ambito dello Stato democratico, affidata alle funzioni regolatrici esercitate dalle forze autonome della società.

Alla caduta del regime Grandi manifestò chiaramente il suo orientamento di sindacalista e di cattolico con idee politiche che si identificavano nel programma democratico cristiano. Era però convinto che nelle drammatiche emergenze di quegli anni la costituzione di un sindacato unico dovesse avvenire al di fuori di ogni ingerenza politica perché la libertà richiedeva di lasciar libero corso alle idee religiose e politiche dei lavoratori offrendo loro la possibilità di riconoscersi in associazioni libere di natura «pre-sindacale» in grado di orientare i lavoratori che aderivano al sindacato unico «obbligatorio».

Per Grandi il sindacato unico in quanto espressione di un’unità antifascista corrispondeva all’impegno morale a promuovere sul terreno politico l’avvento di un regime democratico popolare largamente rappresentativo di tutte le correnti progressiste in campo sociale decise a elevare il lavoro a quella centralità cui poteva assurgere nella nuova democrazia repubblicana dopo le tragedie del ventennio e della guerra.

L’auspicio dell’unità delle masse lavoratrici rimuoveva in Grandi ogni dubbio e ogni ostacolo all’unità sindacale pur lasciando campo al carattere politico-partitico delle trattative dal momento iniziale fino alla loro conclusione con l’intesa tra i rappresentanti delle correnti socialista e comunista e di quella corrente di tradizione cattolica che Grandi ci tenne a identificare come “cristiana” e non come “democratico cristiana”, conformemente all’intento di affermare l’apartiticità e l’autonomia del sindacato.

Pochi giorni dopo la firma del Patto di Roma, Grandi parlava esplicitamente di un accordo provvisorio dato che troppi punti essenziali e specificamente sindacali restavano da definire. Il suo timore era che l’esperimento unitario potesse venire meno nonostante la reciproca ferma volontà di realizzare l’unità sindacale tra i lavoratori italiani. Ma Grandi, uomo retto e coerente, si è sempre sentito responsabile in modo pieno e leale dell’accordo. Esplicito anche nell’affermare che nel caso deprecabile di fallimento dell’esperienza unitaria la corrente sindacale cristiana avrebbe ripreso la sua libertà d’azione senza per questo venir imputata di tradimento. Anche per i socialisti, fino a che a trattare era stato Buozzi, la prospettiva era quella di lasciare soluzioni aperte. Posizioni ben differenti dalle convinzioni di Di Vittorio che vedeva nel patto un impegno di caratura politico-partitica da non mettere più in discussione.

La debolezza di fondo della costruzione unitaria era la mancanza del contenuto peculiare dell’azione economica primaria del sindacato, cioè la politica salariale, da cui dipendevano rilevanti effetti economici e sociali non solo sui lavoratori.

L’intervento di Grandi al Consiglio generale Cgil del luglio 1946 coglieva tutta la potenza, in quella fase storica, di un’azione solo in apparenza strettamente sindacale. Nel blocco dei licenziamenti e nell’aumento indiscriminato dei salari sostenuto dalla maggioranza social-comunista egli vedeva il rischio di una disastrosa impennata dell’inflazione che poteva far precipitare di nuovo il Paese nella dittatura. Alle altre correnti del sindacato unitario Grandi chiedeva di adottare una visione realistica della situazione economica effettiva dei singoli settori e dell’intero assetto produttivo del paese oltre che di tener conto degli equilibri finanziari dello Stato. Poche settimane più tardi (10 agosto 1946) di fronte ai pericoli dell’eccessiva politicizzazione e della dominante insensibilità ai gravi effetti dell’inflazione egli cominciò a maturare forti dubbi sull’opportunità di tenere in piedi l’unità sindacale all’avanzare di un massimalismo frontista che avrebbe prevalso un anno più tardi segnando la fine dell’esperienza unitaria.

Per Grandi la difesa della capacità d’acquisto dei salari dava prova di una responsabilità coerente con l’obiettivo di sostenere una ripresa vigorosa della produzione e il miglioramento dell’efficienza del sistema nel suo complesso. Non vedeva alternative a un coraggioso metodo gradualistico capace di promuovere il miglioramento progressivo delle condizioni di vita e di lavoro delle classi lavoratrici, e di tener conto delle particolarità di luogo e di tempo delle varie aree del Paese. Contava sulla potenziale solidarietà fra tutti i lavoratori e, in nome del bene comune, confidava sulla possibilità di raccordare gli interessi particolari tutelati dal sindacato con gli interessi generali del popolo italiano.

Una presa di posizione che corrispondeva a un intento affermato sin dal 28 aprile 1943: «ai lavoratori bisogna saper dire ben chiaro che cosa possiamo e vogliamo fare».

  • Aldo Carera: Presidente della Fondazione Giulio Pastore

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