La frontiera della difesa della democrazia liberale e procedurale può diventare anche quella della promozione della vita e della dignità dell’essere umano contro ogni tentazione manipolativa tecnocratica.
E’ venuto a mancare il mese scorso, a novant’anni di età Natalino Irti, una di quelle rare figure di intellettuale poliedrico che ogni tanto il nostro Paese produce e che si potrebbero fare risalire a figure tanto diverse fra loro come Bernardino Nogara o Raffaele Mattioli o Edoardo Benvenuto: persone capaci di saper tenere insieme la perfetta padronanza della propria professione con la curiosità e diciamo pure la voracità del sapere in modo competente e strutturato in altre materie, con lo sguardo che è proprio dell’umanista nel senso pieno della parola.
Irti, giurista di formazione, docente universitario, avvocato di altissimo livello, fu anche un appassionato di storia e per questo giunse a presiedere lungamente l’Istituto italiano per gli Studi Storici fondato da Benedetto Croce e Federico Chabod.
Scrittore assai prolifico, nel 2008 pubblicò per i tipi di Laterza un agile volumetto (nemmeno novanta pagine) intitolato “La tenaglia”, nel quale si produceva in un’appassionata difesa dell’ideologia politica, intesa non tanto come sistema omnicomprensivo ed intollerante, clamorosamente e tragicamente fallito nel corso del XX secolo, ma come occasione per far uscire la politica nel nostro Paese dalla “povertà interiore del pragmatismo” e “ricostruire la serietà della vita politica”[1].
Vasto programma, si potrebbe dire, perché, nell’analisi di Irti, il crollo delle cattedrali ideologiche novecentesche, accompagnato dal discredito degli scandali legati alla corruzione, aveva lasciato le forze politiche nude ed esauste ed incapaci di assumersi il compito che è proprio della politica insieme a quello dell’amministrazione, che è l’indicazione di un orizzonte che in qualche modo trascenda l’immediatezza e permetta di collocare ciò che si fa oggi in una prospettiva di medio-lungo periodo.
In assenza di ciò manca “una direzione, manca un fine abbracciante: le norme giuridiche vagano nel caos. Il cittadino non ha più punti di appoggio, i quali sono sempre rinviati al futuro e perciò attesi in un tempo indefinito” [2]. Né peraltro è possibile pensare di rimpiazzare la strumentazione ideologica, al di là della retorica ufficiale, con il riferimento alla Costituzione, poiché anch’essa “ha bisogno di una fede, di una volontà di credere che la animi e sorregga: di una ‘ideologia’ suscitatrice di persuasione e consenso”.[3]
La tenaglia in cui si trova la politica priva di visione ideologica è precisamente quella fra i soggetti che Irti definisce “tecnocrazia” e “clerocrazia”: la prima è l’espressione del liberismo del nostro tempo, che si esprime in “alleanza fra la tecnica, quale capacità di dominare cose e uomini, e il capitalismo quale inesausta volontà di profitto”[4]. Irti dava per scontato che questa egemonia culturale divenisse desiderio di assunzione del potere politico per adattare la legislazione nazionale e transnazionale alle esigenze del potere economico.
La seconda espressione rimandava alla sopravvivenza della fede religiosa e soprattutto della struttura ecclesiastica al crollo delle ideologie politiche e al mediocre pragmatismo che le aveva sostituite: in questo vuoto di prospettiva le fedi religiose “se pure consentono nel dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, si riservano la suprema potestà di tracciare, di volta in volta, la linea di confine, la competenza a decidere su ogni competenza”[5] .
Dal punto di vista di Irti tecnocrazia e clerocrazia, pur essendo forze distinte e divergenti nei loro fini, avevano dalla loro soprattutto la presenza di sistemi valoriali forti capaci di fornire l’interpretazione della società e la delineazione delle sue prospettive, e nello stesso tempo una pretesa di universalità e di prospettiva futura che trascendeva i miseri orizzonti spaziali e temporali della politica pragmatica.
A quasi vent’anni di distanza questa lettura è ancora plausibile?
Certamente la tecnocrazia capitalistica ha ampliato notevolmente i suoi orizzonti, ed è riuscita a sopravvivere alla crisi devastante del 2007/2009 soprattutto reinventandosi all’interno della progressiva dematerializzazione dell’economia, soprattutto nel settore della produzione di ideologia attraverso i nuovi strumenti di comunicazione e di socializzazione (fittizia). Nello stesso tempo, essa ha proseguito nella sua logica implacabile di svuotamento della democrazia liberale, giungendo al punto di smettere di farsene paladina a parole ma di teorizzarne apertamente l’insufficienza e l’obsolescenza. Del resto, come aveva rilevato il sociologo Luciano Gallino: “Se al capitale viene data la possibilità di spostarsi in totale libertà da un Paese all’altro, realizzabile in ogni momento e in qualsivoglia entità, emerge per i governi un duplice problema: come trattenere sul proprio territorio il capitale che al momento vi risiede, e come attirare capitale dall’estero. Ne discende che al capitale liberato occorre fare una corte senza posa” [6].
Dal canto suo la “clerocrazia”, intendendola come la intendeva il nostro autore, cioè come la presenza sociale della Chiesa cattolica (occorre dire che Irti scriveva il suo libro nei tardi fastigi del ruinismo) appare indubbiamente infragilita dal declino della fede e della frequenza alla partecipazione al culto, ma nello stesso tempo ha progressivamente acquisito una maggiore autorevolezza nella denuncia della pervasività del mito prometeico della tecnocrazia, ricordando, con le estreme parole di papa Francesco, che “il nostro modo di intendere la “creazione continua” va rielaborato, sapendo che non sarà la tecnocrazia a salvarci (cfr Lettera enciclica Laudato si’, 101): assecondare una deregulation utilitarista e neoliberista planetaria significa imporre come unica regola la legge del più forte; ed è una legge che disumanizza” [7].
In mezzo, una politica che ha rinunciato alle visioni che non siano semplicemente l’affermazione della potenza che si esprime quasi solo ed esclusivamente attraverso lo strumento militare, ed è incapace di aggredire le cause strutturali delle crescenti diseguaglianze perché di fatto si posiziona a sostegno delle istanze della tecnocrazia, come è evidente nel corrotto regime trumpiano negli USA , o nell’oligarchia parassitaria cui si appoggia Putin o nel disegno tecno-autoritario soggiacente alla particolarissima forma di capitalismo di Stato cinese nella peculiare interpretazione di Xi Jinping, che subordina la libertà d’impresa agli obiettivi dello Stato (non all’interesse dei lavoratori, beninteso).
Non è un caso, peraltro, che gli imprenditori del settore delle tecnologie avanzate, che sono i nuovi produttori di senso e di visione ideologica all’interno del sistema tecnocratico integrato con una politica sempre più autoritaria, abbiano individuato da tempo nella Chiesa cattolica il punto di maggiore resistenza alla pervasività e soprattutto alla logica interna del loro messaggio; questo si potrebbe sintetizzare come una volontà di espansione illimitata e senza regolamentazione, in cui la tecnocrazia offre ad una politica liberata dagli scrupoli dell’osservanza formale dei principi costituzionali gli strumenti per il controllo e la repressione del dissenso.
A fronte di questo anche di recente, con La Magnifica humanitas di Leone XIV, il magistero della ricorda che “nel contesto digitale, il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici che, di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione. Quando un potere di tale portata si concentra in poche mani, tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico, e cresce il rischio di uno sviluppo distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze” e che questo sacrifica “la dignità inalienabile della persona, il bene comune, la destinazione universale dei beni, la sussidiarietà, la solidarietà e la giustizia sociale”, e si spinge ad affermare che “non bisogna considerare la ricerca della giustizia sociale un tema separato e successivo alla produzione di ricchezza, come se l’economia dovesse semplicemente creare valore e la politica intervenire solo dopo per distribuirlo. Al contrario, la giustizia riguarda tutte le fasi dell’attività economica, dal reperimento delle risorse al finanziamento, dalla produzione al consumo, e ogni scelta ha conseguenze morali”, richiedendo quindi nel settore dell’IA “ trasparenza e responsabilità: quando dati e algoritmi incidono su erogazione del credito, selezione del personale, accesso a servizi o opportunità, è necessario che le decisioni siano comprensibili, contestabili e sottoposte a controllo, perché la persona non sia ridotta a profilo. In secondo luogo, inclusione e accesso: i benefici dell’innovazione devono essere accompagnati da investimenti in competenze, infrastrutture e servizi essenziali, così che la tecnologia non allarghi il divario tra chi ha e chi non ha. Infine, misure di equità: fiscalità, protezioni sociali e politiche industriali devono correggere gli squilibri creati dalla concentrazione di ricchezza e potere. Questi criteri non sono un freno all’innovazione: in realtà, la rendono vivibile e umana”[8], questo tipo di magistero diventa un avversario pericoloso per il sistema tecnocratico.
E le reazioni non si fanno attendere, come ha dimostrato la crescente insofferenza dell’oligarchia tecnocratica saldatasi con la destra politica sovranista ed illiberale prima nei confronti di papa Francesco e poi di Leone XIV, quest’ultimo particolarmente inviso perché ci si aspettava da un Pontefice di origine statunitense un maggiore apprezzamento verso la retorica “cristianista” che sta alla base della narrazione di questo blocco politico-economico-ideologico, a cui l’agostiniano di Chicago ha opposto con mite fermezza le ragioni profonde dell’umanità. Addirittura, Peter Thiel, forse la figura con maggiori pretese intellettuali fra i moghul della Silicon Valley, ha paragonato il Papa all’Anticristo per aver chiesto maggiori vincoli e controlli sull’IA in nome del bene comune.
Si tratta, come hanno rilevato molti osservatori, di un fenomeno tipicamente anglofono ed americano “che esprime una radicale critica politica contro il mainstream teologico post-conciliare come parte del sistema liberale e progressista”[9], e combatte letteralmente per l’assunzione di una posizione egemonica all’interno del cattolicesimo non tanto per intima convinzione nel messaggio di cui è portatore (non si spiegherebbero altrimenti le incolte diatribe pseudo -teologiche di J.D.Vance – che di questo movimento è il massimo esponente politico ed intellettuale- con Francesco e Leone) quanto per la sua potenza simbologica, che ovviamente si trova rafforzata in tratti distintivi: la Messa preconciliare ed una teologia manualistica insofferente all’idea che l’insegnamento morale della Chiesa si estenda all’economia e non ai più rassicuranti lidi dell’aborto e dell’omosessualità.
Chiudendo il suo saggio Irti si domandava se la politica avrebbe potuto riprendere il suo ruolo che andasse oltre la semplice gestione pragmatica, ovvero (con un pizzico di pathos) “se l’estrema battaglia vedrà in campo solo le due potenze superstiti”[10]: dove andassero le sue simpatie mi sembra risulti chiaramente, al punto tale che egli citava nello stesso contesto una riflessione dell’ultimo Gadamer sul rischio che la tecnica si imponga alla politica dando vita a “uno Stato-formicaio in cui l’occhio vigile degli apparati controllerà ciò che ogni individuo fa o non fa”, ed in questo contesto l’unica speranza rimarrebbe che “alla fine una qualche potenza ci salverà. Forse questa potenza è Dio”[11].
Non per questo egli rinunciava alla prospettiva di una politica in cui l’ideologia “soddisfa il bisogno di telos, di uno scopo che dia fondamento alle molteplici decisioni, e tutte le raccolga e spieghi”[12], spingendo l’agire politico ad aprirsi al “problema dei fini” che è qualcosa di maggiore e di diverso rispetto agli “obiettivi” ed ai “programmi”, che per loro natura sono contingenti e mutevoli.
Forse una politica del genere potrebbe trovare un alleato forte in una fede trascendente che non abbia più la pretesa di dirigere e di controllare, ma che è ben consapevole del “nichilismo della modernità” in cui “il nuovo volto del potere della tecnologia e della tecnica” ha anche la capacità di “neutralizzazione della vita politica in modo non meno radicale di quanto non avessero tentato le ideologie totalitarie del Novecento”[13].
In questo senso, la frontiera della difesa e della promozione della democrazia liberale e procedurale diventa anche quella della difesa e della promozione della vita e della dignità dell’essere umano contro ogni tentazione manipolativa e nichilistica.
Lo spazio per agire c’è, occorre riempirlo di pensiero.
NOTE
[1] N.IRTI “La tenaglia” Laterza, Bari – Roma 2008 pag.81
[2] Id. pag. 26
[3] Id. pag.27
[4] Id.pag.31
[5] Id. pag. 35
[6] L. GALLINO “Il colpo di Stato di banche e governi” Einaudi, Torino 2013 pag.90
[7] PAPA FRANCESCO “Messaggio del Santo Padre ai partecipanti all’Assemblea generale della Pontificia Accademia per la Vita “ (26 febbraio 2025) in https://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/pont-messages/2025/documents/20250226-messaggio-pontificia-academia-provita.html
[8] LEONE XIV “Magnifica Humanitas” 95, 96, 163,164
[9] M.FAGGIOLI “Leone XIV e la Chiesa globale” Morcelliana, Brescia 2026 pag.149.
[10] N.IRTI op.cit., pag. 80
[11] Ibidem alla nota 13
[12] Id. pag. 86
[13] M.FAGGIOLI, cit. pag.166
- Lorenzo Gaiani: Consigliere di amministrazione della Fondazione Achille Grandi, componente dello staff del presidente nazionale delle Acli e responsabile ufficio delle Acli milanesi
