La dignità del lavoro, la libertà e la democrazia come impegno quotidiano
Ottant’anni sono un tempo sufficientemente lungo perché una figura appartenga definitivamente alla storia. Questo, però, non basta a rendere lontane alcune figure. La memoria di Achille Grandi conserva interesse perché molte questioni che segnarono la sua vita continuano a riguardarci.
Achille Grandi, morto il 28 settembre 1946, è uno di questi uomini.
Comasco, figlio di una famiglia operaia, lavoratore fin da bambino, sindacalista, esponente del cattolicesimo sociale, deputato del Partito Popolare, antifascista, protagonista della ricostruzione del sindacato unitario, fondatore e primo Presidente delle ACLI, vicepresidente dell’Assemblea costituente: basterebbe l’elenco degli incarichi ricoperti per collocarlo tra le personalità significative del cattolicesimo democratico e sociale del Novecento. Gli incarichi, tuttavia, raccontano solo una parte della sua vicenda. La ricerca storica potrà ancora approfondirne molti aspetti. Un elemento emerge già con chiarezza: Grandi considerò il lavoro una questione che riguardava direttamente la dignità della persona, la giustizia sociale e la qualità della democrazia. Nel giorno dell’ottantesimo anniversario della sua morte, rileggere Grandi significa anche tornare al primo articolo della Carta costituzionale, alla quale contribuì da sindacalista cristiano in un tempo difficile della storia italiana. Quelle parole — «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro» — sembrano racchiudere una parte essenziale della sua vicenda umana e politica. Tutta la sua vita racconta l’intransigenza con la quale si occupò delle tutele, al tempo pressoché inesistenti, e del destino delle lavoratrici e dei lavoratori.
Nasce a Como il 24 agosto 1883 in una modesta famiglia operaia. A undici anni è già al lavoro in tipografia. La condizione operaia la conosce anzitutto per esperienza personale. La realtà delle fabbriche, del lavoro minorile, della precarietà e dell’assenza di protezioni sociali diventa così la sua prima e più importante scuola politica e sindacale.
È anche per questo che la formazione assume per lui un’importanza decisiva. Nella sua formazione lavoro, cultura e fede crescono insieme. Nella Como dei primi del Novecento incontra il fermento del cattolicesimo sociale nato dalla Rerum Novarum e comprende presto che la presenza cristiana non può limitarsi all’assistenza: deve misurarsi con le condizioni concrete degli operai, con i loro diritti e con la loro capacità di organizzarsi.
Da giovanissimo entra così nell’associazionismo cattolico e sindacale. È una stagione nella quale maturano alcune convinzioni che lo accompagneranno per tutta la vita: la dignità del lavoro, l’autonomia del sindacato dalla politica, l’organizzazione dei lavoratori e l’emancipazione della donna lavoratrice. Nel settore tessile, dove la presenza femminile era fortissima, Grandi si batte anche contro la disparità degli orari di lavoro tra uomini e donne e per il riconoscimento delle otto ore alle lavoratrici. Questa battaglia dice molto della sua idea di società. Per Grandi il lavoratore è una persona titolare di diritti e parte attiva della propria emancipazione.
Questa impostazione accompagna Grandi nella Confederazione Italiana dei Lavoratori, la CIL, di cui è alla guida dal 1922 al 1926, e nell’esperienza politica iniziata accanto a don Luigi Sturzo.
Nel 1918 è tra coloro che partecipano alla preparazione della nascita del Partito Popolare Italiano; al primo congresso del PPI, nel 1919, gli viene affidata la relazione sui problemi economici e sociali. Il rapporto tra sindacato e partito è già allora uno dei nodi della sua riflessione. Grandi ritiene possibile la collaborazione, purché il sindacato conservi la propria autonomia.
È una concezione sorprendentemente moderna che restituisce radici profonde all’esperienza italiana del Movimento dei lavoratori e, più avanti, alle forme organizzate del mondo associativo e del volontariato. Grandi attribuisce ai corpi intermedi una funzione autonoma rispetto al potere politico. In quei luoghi le persone imparano a partecipare, a rappresentare interessi e ad assumersi responsabilità. Li riconosce come luoghi di crescita personale e comunitaria, attribuendo loro una politicità fino ad allora propria solo dei partiti. È una concezione della democrazia che non si esaurisce dentro il Parlamento, ma prende forma anche nei luoghi di lavoro, nelle associazioni, nei sindacati, nelle comunità. Questa idea di libertà sociale entra inevitabilmente in conflitto con la concezione fascista della società.
L’opposizione di Grandi al fascismo non è un episodio tardivo. Nei primi anni Venti denuncia le violenze squadriste contro le organizzazioni sindacali cattoliche e cerca direttamente il confronto con Mussolini. Dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti aderisce alla secessione dell’Aventino; nel 1926 perde il mandato parlamentare, mentre l’esperienza del sindacalismo libero viene cancellata dal regime.
È forse in quel momento, quando perde tutto, che si comprende meglio la statura dell’uomo.
A quarantatré anni perde gli incarichi e le protezioni di cui aveva goduto e si ritrova sostanzialmente senza lavoro. Torna alla tipografia, affronta anni di ristrettezze insieme alla moglie Maria, rifiutando però di trasformare la necessità in compromesso con il regime.
Dopo l’esperienza parlamentare torna a vivere del proprio lavoro e attraversa anni di povertà senza rinnegare le convinzioni maturate negli anni precedenti. La sua idea di libertà si misura così con conseguenze molto concrete nella vita personale.
Alla caduta della dittatura Grandi torna subito all’impegno pubblico e sindacale. Partecipa al processo che conduce alla ricostruzione del sindacato unitario e, nel 1944, alla nascita delle ACLI, delle quali diventa il primo Presidente. Sarà poi membro della Consulta Nazionale, eletto all’Assemblea costituente e vicepresidente della stessa Assemblea. Purtroppo, la stagione dell’Italia liberata, nella quale avrebbe dovuto raccogliere i primi frutti delle sue speranze e della lotta al fascismo, è per lui brevissima. La salute è ormai compromessa e muore il 28 settembre 1946, a soli 63 anni, pochi mesi dopo il referendum istituzionale e l’elezione della Costituente. Eppure, proprio negli ultimi mesi della sua vita, le sue parole sembrano acquistare una forza particolare.
Nell’aprile del 1946, al primo Congresso nazionale della Democrazia Cristiana, afferma: «Dobbiamo stare con la povera gente […] vivendo, con la massa, portando la nostra attività proprio in mezzo ad essa».
In quelle parole c’è un modo preciso di intendere l’impegno sociale e politico: stare nei luoghi in cui i lavoratori vivono e lavorano, conoscerne direttamente bisogni e speranze.
Poche settimane dopo, intervenendo sul futuro della Costituente, Grandi indica con altrettanta chiarezza ciò che si aspetta dalla democrazia: nella futura Carta i diritti del lavoro devono essere esplicitamente riconosciuti, a cominciare dal diritto dei lavoratori a difendersi attraverso libere associazioni; arriva inoltre a parlare della «preminenza morale del lavoro» sugli altri fattori della produzione. Sono parole pronunciate nel 1946, ma aiutano a comprendere anche la Repubblica che sarebbe nata di lì a poco e, in qualche modo, dicono l’attualità del suo pensiero.
La fede cristiana rimase un riferimento costante, insieme alla responsabilità personale con cui affrontò le scelte sociali e politiche. La sua appartenenza non gli impedì di cercare luoghi di incontro con culture politiche differenti quando erano in gioco gli interessi dei lavoratori.
Da questa convinzione nasce anche la sua adesione all’unità sindacale: culture e identità diverse potevano incontrarsi su un terreno comune, quello della rappresentanza e della tutela dei lavoratori.
Anche su questo, tuttavia, sarebbe sbagliato costruire un’immagine agiografica. Grandi non considerò mai l’unità un dogma da conservare a qualsiasi prezzo. Le fonti ricordano anche i suoi dubbi e le sue oscillazioni quando riteneva che quell’unità non fosse adeguatamente corrisposta. Questa complessità è una delle ragioni del suo interesse ancora oggi. Grandi cercò l’unità sindacale mantenendo la propria identità e considerò il confronto parte dell’autonomia che rivendicava. Ma fare memoria significa anche interrogare il presente.
A ottant’anni dalla morte, ricordare Achille Grandi richiede qualcosa in più della celebrazione di un anniversario. La domanda, allora, è molto concreta: che cosa resta della sua idea di lavoro mentre cambiano fabbriche, professioni e perfino il significato del posto di lavoro?
Oggi rappresentare il lavoro vuol dire incontrare anche la precarietà dei giovani, le disuguaglianze che pesano sulle donne, la condizione degli immigrati, i lavoratori delle piattaforme e chi rischia di restare ai margini delle trasformazioni tecnologiche.
E significa interrogarsi sulla vitalità dei corpi intermedi, dell’associazionismo e della partecipazione democratica. Le ACLI di Como hanno scelto di dedicare l’ottantesimo anniversario alla memoria di un illustre concittadino e, insieme, a una rilettura delle proprie radici alla luce delle sfide del presente: essere «presidio di democrazia, spazio di formazione civile e voce attiva nella tutela dei diritti delle persone». Così faranno, il prossimo 18 novembre presso la Camera dei deputati, anche la Fondazione Achille Grandi e le ACLI nazionali. È probabilmente questo il modo più coerente di commemorare Grandi: restituirlo alla storia nella sua complessità. fondatore delle ACLI, protagonista del sindacalismo cattolico e del movimento dei lavoratori, uomo capace di allargare con coraggio l’orizzonte del confronto politico oltre i confini della tradizione alla quale apparteneva. Nel sindacato e nell’Italia democratica e repubblicana che nasceva, portò la propria esperienza e seppe confrontarsi con culture politiche diverse, mantenendo salda la propria identità. Nell’ottantesimo anniversario della sua morte, fare memoria di Achille Grandisignifica allora riportare la forza della sua testimonianza dentro le domande del nostro tempo. La sua vita richiama un dato essenziale: le istituzioni democratiche hanno bisogno di condizioni concrete che permettano alle persone di lavorare con dignità, associarsi liberamente, partecipare e trovare sostegno quando sono più esposte al potere. Achille Grandi attraversò due guerre mondiali, le lotte sociali del primo Novecento, il fascismo e, infine, la nascita della Repubblica. Vide distruggere organizzazioni che aveva contribuito a costruire e, quando sembrava che tutto fosse perduto, ricominciò. Morì proprio mentre l’Italia democratica muoveva i suoi primi passi. Ottant’anni dopo, forse la commemorazione più autentica consiste proprio nel raccogliere quella consegna: la democrazia chiede un impegno da rinnovare ogni giorno.
- Antonio Russo: Presidente della Fondazione Achille Grandi
