Un’altra scelta sbagliata?

Lorenzo Gaiani

Nel 2026, a ottant’anni dalla nascita della Repubblica, un nuovo referendum costituzionale interroga il Paese: riformare il CSM divide l’opinione pubblica e il senso della Carta.

Il 2026 porta con sé fra le altre cose l’ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica con il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 e la parallela elezione dell’Assemblea costituente che avrebbe dato al nostro Paese la sua prima Costituzione che non fosse espressione della benevolenza di un sovrano ma di parlamentari democraticamente eletti da tutto il popolo, donne e uomini. Questo può servire come spunto ad una riflessione sulla Costituzione come patrimonio comune degli Italiani, considerando che siamo alla vigilia di un referendum che dovrà approvare o respingere una legge costituzionale che modifica sette articoli della Costituzione in materia di ordinamento del sistema giudiziario ed in particolare del Consiglio superiore della Magistratura. 

È il quinto referendum costituzionale dall’inizio del secolo: i primi quattro sono finiti con due vittorie del Sì (nel 2001 per l’ampliamento dei poteri delle Regioni e nel 2020 per la riduzione del numero dei parlamentari) e due del No (nel 2006 e nel 2016 su due testi diversi ma che comunque avrebbero ridisegnato il ruolo del Parlamento e quello del Governo). Come è noto, per evitare che il sistema costituzionale potesse essere stravolto per via di legge ordinaria come accadde col fascismo -che semplicemente accantonò lo Statuto albertino senza mai cancellarlo del tutto- i costituenti inserirono all’art.138 della Carta fondamentale un meccanismo rafforzato che permettesse le modifiche alla Costituzione solo in presenza di una maggioranza qualificata dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera ad esito di una doppia votazione e, in assenza di questa, desse la parola al popolo tramite il referendum.

Bisogna dire che nel primo cinquantennio repubblicano la regola fondamentale è stata quella delle riforme in accordo fra maggioranza ed opposizione, cioè sostanzialmente fra la Democrazia Cristiana ed il Partito Comunista, a partire dal 1963, quando venne fissato il numero dei deputati e dei senatori (che originariamente era variabile) e il termine della legislatura del Senato venne portato a cinque anni come quello della Camera (originariamente era di sei, ma si era sempre fatto in modo di scioglierlo anticipatamente per permettere un’unica elezione), e poi con l’istituzione della Regione Molise, la riforma delle norme sulla Corte costituzionale e così via. Va detto che anche nella cosiddetta Seconda Repubblica molte modifiche costituzionali sono state concordate in modo da ottenere la prescritta maggioranza qualificata, a partire dall’elezione diretta dei Presidenti delle Regioni a statuto ordinario, e poi la promozione delle pari opportunità fra uomini e donne, l’abbassamento a diciotto anni dell’elettorato attivo anche per il Senato (prima era a venticinque), l’introduzione dell’obbligo di pareggio del bilancio dello Stato….

Quanto alle leggi approvate senza maggioranza qualificata, si può dire che i due referendum ad esito positivo siano stati quelli sulle riforme che non hanno avuto veri oppositori, perché se è vero che la riforma del Titolo V della seconda parte della Costituzione -che ha ridisegnato il ruolo delle Regioni a Statuto ordinario, delle loro competenze e del loro rapporto con lo Stato- venne fatta passare nella primavera del 2001 con una sostanziale forzatura ed una maggioranza risicata dalla coalizione di centrosinistra poco prima delle elezioni, è altrettanto vero che la nuova maggioranza di destra al successivo referendum di ottobre non fece una vera e propria campagna per il No perché da un lato diceva che la riforma era inutile e quella vera l’avrebbero fatta loro e dall’altro aveva invece intuito le potenzialità del nuovo testo per le Regioni in cui  governava. Allo stesso modo, la riforma del numero dei parlamentari finì davanti agli elettori solo perché alcuni parlamentari fecero mancare la maggioranza qualificata perché i cittadini potessero esprimersi, ma il Sì vinse agevolmente per via del sentimento antiparlamentare diffuso nell’opinione pubblica.

I due referendum che finirono con la vittoria del No videro un diverso grado di mobilitazione dei contrari alla riforma, che, sia pure in modo diverso, incideva in termini generale sul sistema di governo e di formazione delle leggi dello Stato, e si inseriva anche in una fase di eclissi del consenso dei leader che venivano identificati con queste proposte di riforma, Silvio Berlusconi e Matteo Renzi.

Si può quindi dire che l’alta conflittualità intorno al progetto di riforma faccia la differenza rispetto al modo in cui viene vissuta dall’opinione pubblica (ossia da parte di quel segmento ormai minoritario dell’opinione pubblica che segue, sia pure irregolarmente, il dibattito politico) la proposta che è sottoposta al voto popolare. A marzo o ad aprile di quest’anno dovremo quindi misurare quanto la proposta di una duplicazione del CSM fra magistratura inquirente e giudicante e il passaggio dall’elezione al sorteggio di coloro che ne fanno parte sia tale da garantire quel minimo di mobilitazione popolare che permetta un dibattito anche acceso in ordine alla competizione referendaria e renda il risultato, come suol dirsi, contendibile.

Resta però il fatto che le due riforme passate per via referendaria perché percepite come poco importanti in realtà hanno creato non pochi problemi.

Le criticità della riforma del Titolo V sono state numerose fin dalla sua entrata in vigore, moltiplicando gli interventi della Corte costituzionale per dirimere controversie fra Stato e Regioni o fra Regione e Regione, e sono esplose drammaticamente nella fase pandemica, dove il Governo ha dovuto intervenire con atti al limite della legittimità costituzionale e che sono stati convalidati solo per la situazione emergenziale in cui ci si trovava, per conformare a scelte univoche le Regioni che dalla riforma del 2001 avevano avuto in dono l’esclusività delle funzioni in materia sanitaria. Quanto alla riduzione del numero dei parlamentari, oltre a ridurre drasticamente la rappresentatività dei territori, si è perfettamente integrata con leggi elettorali perverse che permettono ai vertici dei partiti di designare fin dall’inizio chi entrerà alla Camera e al Senato e soprattutto chi non entrerà, trasformando la riduzione dei posti in un elemento di condizionamento se non di ricatto nei confronti di coloro che dissentono dalla guida dei vari partiti, spesso ridotti a comitati elettorali del leader di turno.

Qualora il referendum di primavera dovesse validare la riforma proposta dal Governo, ci troveremmo di fronte alla terza riforma disorganica (perché slegata da una visione complessiva dello Stato e delle istituzioni) che si inserirebbe all’interno del corpus della Costituzione, aggravata da un probabile clima conflittuale.

In ogni caso, rimarrebbe aperta la questione di una riflessione complessiva sull’impianto costituzionale, non tanto nella parte valoriale, che rimane valida ed intangibile, e che deve ispirare di sé la condotta di legislatori, governanti ed amministratori, ma di alcuni nodi ordinamentali che restano ancora da sciogliere, a partire da un bicameralismo paritario che ormai è stato svuotato in larga parte del suo significato, sia per quanto riguarda la sua elezione sia per quanto riguarda la formazione delle leggi, e che rimane comunque correlato al rapporto che intercorre con il Parlamento, laddove in tutte le democrazie europee che adottano il sistema bicamerale una sola Camera svolge la funzione politica di dare o togliere la fiducia al Governo.

Sarebbe perciò necessaria non solo una positiva convergenza riformatrice fra le diverse forze politiche al di sopra della distinzione fra maggioranza ed opposizione, ma anche e soprattutto la piena accettazione da parte di tutti i soggetti interessati dello spirito che presiedette al processo costituente di ottant’anni fa. E questo è più complicato.

Lorenzo Gaiani

Consigliere di amministrazione della Fondazione Grandi, componente dello staff del Presidente nazionale delle Acli e Responsabile Ufficio studi Acli milanesi

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