È proprio delle dinamiche giornalistiche proclamare un giorno l’esistenza di cicli politici infiniti e qualche tempo dopo proclamarne con altrettanta sicumera l’irreversibile decadenza
Così è stato ad esempio per il ciclo di quello che si usa chiamare sovranismo, che fino a qualche mese fa appariva come un fenomeno ormai irreversibile e destinato a spazzare via i residui del liberalismo politico e costituzionale, e che ora viene dichiarato in crisi a fronte delle evidenti difficoltà politiche e strategiche in cui si è impantanato Donald Trump e al crollo di quello che sembrava l’esperimento sovranista più riuscito nel cuore dell’Unione europea, quello di Viktor Orban in Ungheria.
Prima che di sovranismo si è a lungo parlato di populismo, per il quale vale a mio giudizio la definizione che ne venne data circa vent’anni fa da due politologi britannici, secondo i quali esso è “un’ideologia secondo la quale al “popolo” (concepito come virtuoso e omogeneo) si contrappongono delle “élite” e una serie di nemici i quali attentano ai diritti, i valori, i beni, l’identità e la possibilità di esprimersi del «popolo sovrano»”[1].
Come l’omonimo movimento che si affermò alla fine del XIX secolo negli Stati Uniti, anche questo populismo trovava la sua origine nemmeno troppo remota dall’evidenza che il collasso definitivo del cosiddetto socialismo reale aveva lasciate irrisolte una serie di questioni sociali che il capitalismo trionfante non era in condizione di soddisfare, mentre la crisi dei subprime del 2007 metteva in evidenza la fragilità del benessere raggiunto dalle società affluenti nel momento in cui il sistema di welfare tradizionale veniva progressivamente smantellato.
La reazione populista, che nasceva come contestazione del paradigma tecnocratico che dominava a destra come a sinistra, poteva apparire di primo acchito come una forma di rivendicazione di stampo progressista, ma il ripudio delle elite, giustificato anche dai loro errori, si confondeva rapidamente con il ripudio del sapere di cui esse erano portatrici secondo il motto del primo grillismo per cui “uno vale uno”.
A raccogliere questi umori, assai più di una sinistra che aveva dovuto con riluttanza accomiatarsi dal marxismo per approdare ad un vago liberalismo il cui baricentro si radicava più sulla dimensione narcisistica dei diritti individuali (veri o presunti) che sulla dura dialettica sociale, era più attrezzata quella parte della destra che viveva la democrazia liberale come una camicia di forza rispetto alle istanze reali del “popolo”, inteso appunto come una massa indistinta da scagliare di volta in volta contro il nemico, fosse esso la grande finanza, la burocrazia, l’intellighenzia , tutti identificati nella categoria generale dei “poteri forti” nemici del “vero popolo”.
Non è che tali movimenti siano nati allora: alcuni esistevano già da molto tempo, ma ora trovavano un propellente in due contingenze particolari: la prima era appunto la grande crisi del 2007/2008, che colpiva soprattutto la classe media, riducendone non solo le aspettative di miglioramento della condizione sociale ma addirittura proiettando un’ombra fosca sulla sua capacità di mantenere il livello di benessere già raggiunto e considerato irrinunciabile. La seconda, che aveva un devastante impatto emotivo, era la questione dell’immigrazione, il cui oggettivo fondamento economico, in assenza di una reale capacità degli Stati e, per quanto riguarda il nostro Continente, dell’Unione Europea di gestire strutturalmente questo fenomeno, produceva una reazione di rigetto che era anche legata alla percezione della diversità culturale di questa immigrazione, in particolare di quella islamica, che assumeva la forma minacciosa dell’infiltrazione finalizzata alla sovversione e sottomissione terroristica (gli attentati devastanti che colpirono l’Europa fra il 2015 ed il 2018, che ebbero per epicentro soprattutto la Francia, furono per molti una cartina di tornasole di queste male intenzioni).
A ciò si aggiunga, soprattutto negli Stati Uniti e nell’Europa orientale, la ripresa di un discorso religioso assai aggressivo, che si poneva in opposizione da un lato al pericolo vero o presunto dell’islamizzazione e dall’altro allo sprofondare di certi ambienti progressisti negli abissi della wokeness, ossia di quell’identitarismo esasperato su base etnica, sessuale, culturale che diventa negazione dell’universalismo liberale e dell’egalitarismo socialista tradizionali, e che sotto il profilo politico si pone come una coalizione di minoranze che sarà sempre più debole del mainstream maggioritario.[2]
In termini politici, ciò assumeva il nome di “sovranismo” proprio perché voleva rivendicare il valore della sovranità dei singoli Stati nel proteggere i propri confini (soprattutto attraverso leggi sempre più severe contro l’emigrazione, applicate con misure spettacolari), riducendo gli spazi di rivendicazione dei diritti dei cittadini costituzionalmente riconosciuti attraverso l’allargamento del concetto di sicurezza pubblica, accentrando il potere in capo all’esecutivo, intervenendo pesantemente sull’autonomia dei giudici e sulla libertà della stampa.[3]
A ciò si aggiungeva la totale insofferenza verso le organizzazioni internazionali, a partire dall’ONU ed ancor più verso l’Unione Europea, che veniva rappresentata sulle due sponde dell’Atlantico come una specie di Moloch antidemocratico (“non eletto da nessuno”: è una bugia, ma ha attecchito rapidamente), puramente regolatorio, pigro, vile, incapace di riconoscere le vere emergenze ed i veri nemici e di farvi fronte.
L’apice di questa narrazione si è toccato con la pandemia da COVID nel 2020/2021, dove la destra sovranista ha dato spazio a praticamente tutte le narrazioni più folli, dalla negazione pura e semplice dell’esistenza del virus e della sua letalità alla diffamazione della campagna vaccinale fino alla diffusione di presunti piani di segregazione perpetua della popolazione (una specie di novelli “Protocolli dei savi anziani di Sion”, altrettanto falsi degli originali), con accuse ripetute al “deep State” di avere un piano genocidario nei confronti della maggioranza della popolazione.
Dopo il ritorno al potere di Trump nel 2025 è sembrato che il sovranismo avesse la strada spianata, anche nel senso di un’evidente attrazione per le autocrazie più compiute, come quella russa o cinese (l’atteggiamento di Trump nella questione russo-ucraina è indicativo), che possono permettersi di schiacciare il dissenso con metodi che in Occidente non sono (ancora) applicabili.
Ma proprio il dispiegarsi del trumpismo in purezza, per così dire, non più rallentato dalla presenza di figure istituzionali più tradizionali, ma da persone scelte sulla base della totale fedeltà al Presidente prescindendo dalle loro reali competenze ha prodotto le prime incrinature.
In politica interna gli interventi contro l’immigrazione clandestina assumevano una torsione persecutoria quale non si era mai vista, mettendo a ferro e fuoco diverse città (generalmente a guida democratica) e culminando con l’assassinio a sangue freddo di due cittadini americani da parte delle squadracce dell’ICE a Minneapolis, che costringeva Trump almeno per il momento a raffreddare la situazione.
A livello internazionale l’Unione Europea, alleato tradizionale da quasi ottant’anni nel quadro della NATO, è stata colpita dal rapido disimpegno degli USA di fronte all’aggressione russa all’Ucraina, che mette in grave pericolo i confini orientali dell’Europa, mentre l’incredibile pretesa annessionistica nei confronti della Groenlandia rappresentava un evidente attentato all’integrità territoriale della Danimarca e dell’UE stessa.
Inoltre, la scelta di Trump di appoggiare la repressione indiscriminata condotta da Israele nella Striscia di Gaza e poi la decisione di affiancare lo Stato ebraico nell’attacco all’Iran condotto senza un evidente e plausibile obiettivo che non fosse un improbabile collasso interno del regime della Repubblica Islamica, destabilizzava i mercati globali dei combustibili (e particolarmente, una volta di più, quelli europei) senza portare il colpo di grazia alla teocrazia di Teheran che anzi continuava nelle sue repressioni del dissenso.
Il culmine lo si è raggiunto in questi giorni con l’incredibile polemica di Trump (e di alcuni suoi cortigiani) nei confronti di papa Leone XIV, che esprime la frustrazione dell’Amministrazione per la crescente opposizione alle sue politiche securitarie, sociali e belliche da parte di una Chiesa cattolica che si presumeva solidale in cambio di un’adesione di facciata alle sue convinzioni in materia di aborto e di questioni di genere.
Negli stessi giorni, una maggioranza del popolo ungherese si pronunciava contro Viktor Orban, che rappresentava forse la figura più eminente di sovranista al potere, e che già con una serie mirata di riforme elettorali e costituzionali aveva iniziato a indebolire l’impalcatura di una democrazia ancora giovane e debole come quella magiara.
La sconfitta di Orban, così come quella dei conservatori canadesi e australiani apparsi troppo corrivi nei confronti di Trump, sembra far presagire una crisi o perlomeno una battuta d’arresto del progetto sovranista. I motivi immediati possono essere quattro.
Il primo è lo stesso che ha portato negli anni scorsi alla constatata disaffezione verso la democrazia, ossia la separazione del sistema democratico dall’implicita promessa di miglioramento sociale ed economico. Tale promessa era stata formulata anche dalle nuove destre, ma si è visto chiaramente che al di là della retorica sui blue collar Trump preferisce di gran lunga gli interessi delle grandi corporations, e degli ultraricchi, a cui ha garantito benefici fiscali di ogni tipo (oltreché, ovviamente, i suoi interessi personali, utilizzando la sua posizione per arricchire ulteriormente se stesso e la sua famiglia). Quanto a Orban, lui ha utilizzato gli ingenti fondi che la tanto disprezzata UE ha concesso all’Ungheria nel corso degli anni non per migliorare la condizione economica del suo Paese, che è al penultimo posto per PIL fra i componenti dell’Unione, ma per alimentare le sue clientele attraverso il capillare sistema corruttivo facente capo al suo partito.
Il secondo è riconducibile ai metodi utilizzati per la tutela dell’ordine pubblico, che hanno portato alle due tragedie di Minneapolis e che hanno gettato un’ombra sinistra sulla crescente pretesa di Trump e di tutti i sovranisti di abbattere le barriere che impediscono al potere esecutivo di asservire quello giudiziario. È anche così che può essere interpretato il risultato referendario del marzo scorso nel nostro Paese: una reazione prudenziale per la tutela di un ordine costituzionale che viene ritenuto complessivamente più favorevole alla tutela dei diritti del singolo.
Il terzo è legato alla pura e semplice constatazione che un “internazionalismo sovranista” è una contraddizione in termini, e che alla lunga il sovranista più forte in termini militari ed economici tenderà sempre ad affermare il suo punto di vista prescindendo dagli interessi altrui. La scriteriata politica bellica mediorientale di Trump, che danneggia in primo luogo l’Europa, è lì a dimostrarlo, e questo ha provocato una ripulsa politica dopo che si era manifestata quella morale per le atroci vicende di Gaza.
Il quarto, infine, è di maggiore profondità, e riguarda la natura stessa del sovranismo. La sovranità è tema discusso e contestato, tanto che Maritain, in un interessante capitolo sul concetto di sovranità contenuto in “L’uomo e lo Stato” (1951)[4] , dice che tale termine dovrebbe venire bandito a causa della sua ambiguità filosofica.
Il sovranismo pretende di parlare a nome del popolo, ma a quale popolo “fa riferimento idealmente e di fatto? Non il popolo come communitas dei liberi e eguali, non il popolo come società dei cittadini sotto libere istituzioni, ma il popolo (fra)inteso come massa amorfa di individui atomizzati, il popolo come coacervo indistinto di singoli (ben diversi dal «singolo» di Kierkegaard!) mossi dalla paura e dall’egoismo, il popolo come materiale plasmabile a disposizione del capo di turno e delle sue mire. Difficile non cogliere in questa declinazione della natura del popolo il potenziale di una deriva totalitaria, che non è meno reale perché non vi si presta attenzione nel «teatrino» dei media.”[5]
In nome di questo popolo ideale e largamente immaginario chi governa può vi4rtualmente fare qualunque cosa trovando un limite “solo nella sua coscienza” come ha detto Trump stesso, e tanto peggio se il governante una coscienza non ce l’ha.
Più ancora, il sovranismo ha voluto presentarsi come un fenomeno religioso, non solo nel senso del tradizionale ossequio del conservatorismo verso la religione come fattore di stabilità ed ordine, ma come fatto religioso in se stesso, alleandosi con la parte conservatrice della Silicon Valley in un progetto prometeico che Peter Thiel ha rivestito con un linguaggio schiettamente teologico (sia pure molto male assimilato).
In questo senso, la contestazione al modello sovranista da parte delle comunità religiose ed in particolare della Chiesa cattolica è vissuto come un affronto perché, in una specie di ghibellinismo grottescamente aggiornato, il titolare del potere politico (e nel caso del Presidente degli Stati Uniti si tratta letteralmente di un potere imperiale) il titolare del potere terreno si considera Vicario di Cristo quanto e più del Successore di Pietro, e la predicazione di un Vangelo che contrasti con il suo potere imperiale viene percepita come un affronto intollerabile.
In questo senso il fatto che un cittadino statunitense sia attualmente a capo della Chiesa cattolica demistifica questo progetto tutto secolare che si pretende però intrecciato con un disegno escatologico (spingendo un prelato tutt’altro che progressista come il card. Burke a qualificare di eresia il “sionismo cristiano” così diffuso nella destra statunitense fra gli evangelici ma anche fra alcuni cattolici), e nello stesso tempo affida ai credenti una responsabilità oggettiva nel vigilare sulle pubbliche libertà sia a tutela della laicità sia a tutela dell’autentico messaggio evangelico.
Come ha ricordato recentemente il Papa “La democrazia rimane in buona salute quando è radicata nella legge morale ed in una visione autentica della persona umana. In mancanza di tale fondamento, essa rischia di diventare una tirannia della maggioranza o la maschera per il dominio di elites economiche o tecnologiche. (…) Dobbiamo ricordare che un ordine internazionale giusto e stabile non può emergere dal semplice equilibrio dei poteri o da una logica puramente tecnocratica. La concentrazione del potere tecnologico, economico e militare in poche mani minaccia sia la partecipazione democratica sia la concordia internazionale”[6]
[1] D. ALBERTAZZI-D.MC CONNELL “Twenty-first century Populism. The Spectre of Western European Democracy, Palgrave-Macmillan, Basingstoke (UK) 2008
[2] Cfr. a questo proposito Y. MOUNK “La trappola identitaria” Feltrinelli, Milano 2023
[3] Questo meccanismo è ben ricostruito in A. APPLEBAUM “Autocrazie. Chi sono i dittatori che vogliono governare il mondo” Mondadori, Milano 2025
[4] J. MARITAIN “L’uomo e lo Stato” Marietti, Torino 2003
[5] M. IVALDO “Sovranismi e sovranità: non sono la stessa cosa” in “Appunti” 5/2019 pag. 5
[6] LEONE XIV “Messaggio del Santo Padre in occasione della sessione plenaria della Pontifica Accademia di Scienze sociali” 14.4.2026 https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2026/04/14/0292/00613.html
- Lorenzo Gaiani: Consigliere di amministrazione della Fondazione Achille Grandi, componente dello staff del Presidente nazionale delle Acli e Responsabile ufficio studi delle Acli milanesi
