Una Pace attiva, capace di contrastare le logiche di potere e profitto che alimentano i conflitti globali…
Contrariamente a quanto immaginato, le nuove forme della guerra (c.d. guerra intelligente, cyber war) non hanno sostituito affatto i sistemi tradizionali di combattimento, li hanno soltanto affiancati, rendendo i conflitti molto più cruenti rispetto al passato, estendendo l’uccidibilità a tutti gli strati della popolazione militare e civile. Occorre precisare che non è stata la ricerca di un nuovo ordine mondiale a porre la guerra al centro dell’azione delle vecchie e nuove potenze globali. Purtroppo – e costa affermarlo – la guerra è lo strumento più in uso per estendere l’influenza economica e politica nelle aree del mondo, quale strumento ordinario, intrinseco al nostro sistema economico in espansione.
La caccia aperta alle nuove risorse energetiche e minerali, ritenute necessarie per alimentare le nuove tecnologie, sta aprendo nuovi fronti di conflitto, coinvolgendo aree del pianeta un tempo distanti dalle mire espansionistiche delle potenze. Uno schema simile al Grande Gioco di fine Ottocento sta trasformando il nostro mondo in un complesso risiko globale, nel quale ogni azione sullo scacchiere può generare un effetto domino pericolosissimo per la pace e la sicurezza di ciascuno.
Eppure questi eventi e queste dinamiche, volute dalle potenze e dagli Stati, incontrano persone e un’umanità sempre più convintamente pacifista ma, al contempo, sempre meno in grado di incidere sui processi decisionali dei propri governi. Ciò avviene non soltanto nei regimi dittatoriali, dove è lecito aspettarselo, ma anche nei regimi democratici, dove sembra che l’espressione del voto e la partecipazione politica non riescano a scalfire processi decisionali profondi e ad evitare decisioni evidentemente maturate lontano dai luoghi del potere democratico.
Nello scenario delineato, il pensiero e la prassi della Pace arginano le azioni guerrafondaie, ne limitano l’incidenza, le negano il consenso atteso dalle governance. D’altronde la Pace, la nostra Pace, non postula la mera astensione dalla guerra, non richiede una posizione statica o astratta, ma viene declinata come un processo dinamico di costruzione di ponti, di dialogo tra i popoli, di sostegno all’imprescindibile e irrinunciabile giustizia sociale e ambientale. E’ un processo di costruzione positiva di relazioni tra i popoli, diffondendo idee solidaristiche capaci di costruire comunità di persone differenti e, al contempo, avversare i nazionalismi e i razzismi, favorendo la nascita e lo sviluppo di istituzioni comunitarie internazionali – l’Europa in primis – capaci di essere fautrici di soluzioni concrete alle crisi internazionali.
La pace e la convivenza tra i popoli non possono fondarsi soltanto sugli scambi commerciali tra gli Stati e su relazioni economiche di reciproca utilità: hanno bisogno che vengano intessute e mantenute relazioni culturali, di conoscenza, di scambio solidale e artistiche, capaci di mettere in connessione i popoli e le comunità. In una auspicabile visione comunitaristica della vita sociale, possiamo immaginare e coltivare comunità di diversi che agiscano l’una in favore dell’altra, animate da un profondo spirito di solidarietà. La pace, dunque, deve assurgere a diritto universale di ogni uomo, ricomprendendo in sé la giustizia sociale, la lotta alla fame, la lotta alle povertà materiali, culturali ed educative, l’accesso alle cure e alle pratiche di prevenzione sanitaria. Le politiche attive per la Pace dovrebbero prevedere il superamento dell’economicismo.
È aspra la nostra critica ad una società dominata dai valori della ricchezza e della potenza, dove la Pace e i beni comuni vengono sacrificati a favore del profitto e dell’economia. La Pace, la nostra Pace, richiede il recupero di una spiritualità basata sul perdono e sulla riconciliazione, un invito rivolto a ciascuno di noi a divenire strumenti di Pace, costruttori di comunità, di ponti, di relazioni basate sulla comprensione, sulla conoscenza e sull’ascolto. Per la costruzione di una Pace positiva, attiva, è più importante comprendere che essere compresi. Applicando questo prinicipio alle relazioni tra i popoli e le comunità, possiamo mettere al centro delle nostre relazioni la conoscenza reciproca e gli scambi culturali costanti.
“Comprendere più che essere compresi” significa sostenere e diffondere una postura di apertura mentale e culturale con una marcata tendenza all’ascolto. Il disarmo del cuore – coltivare e nutrire un cuore disarmato – senza odio e risentimento è uno dei pilastri fondamentali sui quali costruire una comunità in pace tra gli uomini e con il creato. Pace è rispettare le leggi della Natura, ricostruire un rapporto armonico e di equilibrio tra la vita delle nostre comunità e l’ambiente.
La Pace, la nostra Pace, è riconoscere che la “guerra è la madre di tutte le povertà” e dunque impone ai popoli e alle comunità di accogliere chi fugge dalle guerre e dalla miseria. Nell’attesa che si compia il superamento dell’economicismo, le nostre comunità possono trasformarsi in comunità solidali e accoglienti. Possono opporsi all’idea, nuovamente diffusa, della deterrenza basata sugli armamenti, possono chiedere che la solidarietà torni ad essere un elemento centrale di ogni progetto di governo e un mezzo per arginare le ingiustizie nel mondo, possono riconoscere che il mutuo aiuto sia lo strumento che le specie attuano per la propria sopravvivenza, in luogo della competizione e della lotta. Dinanzi ai prossimi conflitti tra le superpotenze, la Pace ci chiede di rinnovare il prinicipio del neutralismo attivo, con azioni che coinvolgano i paesi e le comunità, in ciascuno dei loro livelli, intervenendo con coraggio attivamente sulle questioni internazionali per promuovere la pace e la cooperazione.
Rinnoviamo la Pace come scelta umana: l’umanità ha la scelta tra la distruzione (la spada) e la costruzione (l’aratro), tra la guerra e la costruzione attiva della Pace. Questa scelta può essere sostenuta dalle parole di pace, da un linguaggio che diventa esso stesso strumento di pace. Sostenere la parola come strumento di pace significa usare la parola con cura e amore per la verità, depurandola dalle espressioni violente e di odio. Possiamo, dunque, affrontare le sfide della Pace attraverso la giustizia, la fiducia e una visione che vada oltre quei dati di fatto che sono solo all’apparenza insuperabili. Il nostro lavoro culturale e politico porta con sé un messaggio univoco di speranza, anche quando il mondo sembra volgere verso scenari macabri e violenti.
Bibliografia:
Dag Hammarskjöld, Tracce di cammino (Vägmärken), Garzanti, Milano, 1966.
Anonimo (attribuita a Francesco d’Assisi), Preghiera per la pace, in La Croix, 1912.
Alexander Langer, Il viaggiatore leggero, Sellerio, Palermo, 1996.
Papa Francesco, Fratelli tutti, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2020.
Olof Palme, Politik är att vilja (La politica è volere), Stoccolma, 1972.
Pëtr A. Kropotkin, Il mutuo appoggio. Un fattore dell’evoluzione, trad. it., Eleuthera, Milano, 2009 (ed. orig. 1902).
