Don Giovanni Minzoni ci parla ancora

Claudio Sardo

Ogni anno a Ravenna si ricorda l’assassinio di Giovanni Minzoni, parroco di Argenta, ucciso da fascisti perché prete scomodo…

Il 22 di agosto di ogni anno a Ravenna si ricorda l’assassinio di Giovanni Minzoni, parroco di Argenta, ucciso da fascisti perché prete scomodo, educatore non asservito al regime, uomo di fede che amava gli ultimi e lavorava con passione perché fossero liberi dal bisogno e liberi di costruire il loro futuro. Questo è il testo dell’ultima commemorazione, nella piazza Garibaldi di Ravenna…

Giovanni Minzoni fu martire per la propria fede e per la libertà di tutti.

Fascisti delle squadracce di Italo Balbo lo uccisero che era giovane, 38 anni, in un vile agguato nelle strade di Argenta, a pochi passi dalla chiesa di san Nicolò di cui era parroco.

E’ trascorso più di un secolo da quel crimine, e noi lo ricordiamo perché don Giovanni Minzoni ha ancora qualcosa da dirci. Qualcosa che tocca le coscienze e continua a interrogare la nostra comunità civile.

Fare memoria non è soltanto un tributo che si deve a chi, con sacrificio, talvolta il sacrificio estremo, ha costruito le fondamenta della nostra storia. 

La memoria è parte irrinunciabile di noi. Del nostro essere. Dei nostri sentimenti, dei valori e degli ideali che formano l’identità personale e collettiva.

Il presente senza radici – ne cogliamo oggi tutti i rischi – sospinge verso la sfiducia e l’omologazione.

La memoria è invece leva di futuro perché contiene la sfida a cercare ancora, a costruire ancora. 

Nell’anno del centenario dalla morte diverse, importanti celebrazioni hanno riacceso l’attenzione pubblica su don Minzoni, la sua personalità, le sue opere, la sua azione educativa e civile. Sono stati pubblicati nuovi studi, le raccolte delle sue lettere e dei suoi scritti si sono fatte complete, altre approfondite riflessioni sono state compiute.

Il vescovo di Ravenna, mons. Lorenzo Ghizzoni, ha avviato la causa di beatificazione, e ulteriori apporti sono giunti e stanno giungendo per ricomporre e abbracciare tutta la ricchezza della testimonianza di don Minzoni.

Non penso di poter aggiungere molto a quanto altri, più autorevoli di me, hanno fatto emergere non soltanto della sua figura, ma anche del contesto difficile in cui si trovò ad agire, fino all’odio, alla negazione della sua libertà e alla soppressione della sua vita, che furono motivo dell’aggressione fascista, nel tempo in cui il fascismo si stava trasformando in regime.

Vorrei tornare, però, sul valore e sul significato del ricordo.

Il martirio di don Minzoni è stato più volte sulla soglia di un possibile oblio.

Anzitutto nel tempo in cui l’omicidio venne compiuto. La violenza era per i fascisti strumento di lotta e mezzo di supremazia politica. Nella provincia di Ferrara, e anche in quella di Ravenna, dove all’inizio degli anni Venti prevalevano le amministrazioni socialiste, particolarmente feroce fu l’avanzata del partito di Mussolini, affiancato da una vera e propria milizia. Aggressioni squadriste, spedizioni punitive, incendi, assassinii erano quasi quotidiani. In quei mesi del 1923, dopo gli attacchi contro gli uomini e le sedi socialiste, sindacali, cooperative, toccò ai cattolici e ai popolari antifascisti esser presi particolarmente di mira. 

Pur in un contesto burrascoso, che aveva in precedenza conosciuto anche violenze di segno politico opposto, i fascisti stavano affermando il loro dominio sulla società con un inedito dosaggio di potere e brutalità, e con un surplus di terrore. E don Giovanni Minzoni, poco prima di venire ucciso, aveva denunciato pubblicamente le responsabilità fasciste per l’assassinio di un sindacalista socialista.

Imperdonabile libertà. 

Don Minzoni, in una lettera a un amico prete, si confidava così: «Quando un partito (il fascista) quando un governo, quando uomini in grande o in piccolo stile denigrano, violentano, perseguitano un’idea, un programma, per me non vi è che una soluzione: passare il Rubicone e quello che succederà sarà sempre meglio che la vita stupida e servile che ci si vuole imporre».

Aveva coraggio. Il coraggio che viene da una fede salda e robusta. Una fede – lo testimoniano la sua vita e i suoi scritti – che era pronta ad affrontare ogni prova per non perdere la propria coerenza. Coerenza al Vangelo. Coerenza nella dedizione al prossimo, anzitutto i giovani e i più deboli.

Così, compiuta la spietata esecuzione, con Mussolini già al governo e Italo Balbo – il capo degli aguzzini di don Minzoni – in ascesa ai vertici dello Stato, tutto il sistema di potere e l’apparato di consenso cercò di oscurare le responsabilità dell’omicidio, di intorbidare le acque, di creare confusione sull’accaduto, fino a minacciare chi tentava di fare emergere la verità, fino a gettare fango, sospetto, calunnie persino sul parroco di Argenta.

Indagini e processi finirono sostanzialmente nel nulla.

Si voleva stendere un velo sull’assassinio e far dimenticare. Il nome stesso di don Giovanni Minzoni costituiva una minaccia per il regime che si stava consolidando. Per l’adesione che si pretendeva totalitaria in ogni comunità, anche nella più piccola.

Il suo rifiuto del servilismo era una minaccia per il regime. Il suo senso di giustizia: una minaccia. Il suo insegnamento di libertà: una minaccia. La sua fede coerente: una minaccia. Sì, anche la sua fede era una minaccia. Perché l’assolutismo violento – lo ha scritto con parole memorabili Giuseppe Dossetti – sconfina sempre in una sorta di neo-paganesimo, in un mito e in un culto che esalta la casta dei detentori del potere e ne pretende l’inviolabilità.

Volevano far tacere don Minzoni. Volevano impedire che agisse. Volevano coprire l’ignominia degli esecutori e dei mandanti. E poi volevano cancellare il ricordo.

Non ci sono riusciti. Grazie a chi ha continuato a tenere la schiena dritta, a chi non ha svenduto la propria dignità, a chi ha tenuta accesa la fiamma della libertà e la speranza della democrazia quando tutto pareva buio. Cito Giuseppe Donati, che dalle colonne de Il Popolo fu senza dubbio il più pronto, il più tenace nell’indicare la responsabilità fascista per l’omicidio, quando pochi avevano l’ardire di esporsi. Questo disse Donati nella commemorazione di don Minzoni a un anno dalla morte: “Dopo un anno, ahimè, non solo non si è fatta ancora giustizia; ma a coloro che si ostinavano ad invocarla si è risposto con lo scherno e con la minaccia; ed ora forse «gli ignoti» assassini dell’arciprete di Argenta transitano liberi e boriosi per le vie dove don Giovanni Minzoni seminò il bene e raccolse la morte”.

Anche Donati, intransigente antifascista, dirigente del Partito popolare, morì vittima del regime. Costretto all’esilio in Francia, la povertà, la fame e la malattia fecero tacere la sua radicalità democratica. Non tacque tuttavia in quella prima commemorazione neppure sulle ragioni politiche dell’assassinio del parroco di Argenta: “In don Giovanni Minzoni – diciamolo alto e forte, perché è l’intera verità – venne colpita, come si voleva colpire, l’idea politica popolare, cioè l’idea democratica cristiana, che Egli sosteneva e onorava da sacerdote e da combattente… La stampa cattolica non asservita li ha documentati non meno saldamente e coraggiosamente di quella popolare. Sul movente squisitamente politico del delitto non può esservi dubbio”.

“La stampa cattolica non asservita…”: ecco un’altra inerzia che spingeva verso l’oblio. Gli opportunismi, le ipocrisie, le sottovalutazioni quando non addirittura le complicità erano presenti anche nella Chiesa di cui don Minzoni era convintamente e amorevolmente parte. La Chiesa proiettata verso il patto concordatario, dove parti tutt’altro che marginali vedevano in Mussolini, pur violento, autoritario e persino anticattolico, un uomo della Provvidenza, capace di chiudere la questione romana e di spegnere il pericolo rosso. Proprio quest’impasto di interessi costituiva la copertura dei clerico-fascisti in Parlamento, e dunque sospingeva verso la dimenticanza, verso la dissolvenza del caso don Minzoni. Non disturbare il manovratore. Sperando di trarne qualche vantaggio.

Eppure è accaduto che proprio nella Chiesa, nei gruppi cattolici, la testimonianza di don Minzoni sia stata tenuta viva e trasmessa per quello che era: un martirio per fedeltà al Vangelo e alla libertà. Donne e uomini di fede che hanno resistito alle minacce e hanno continuato a pensare, a pregare e a vivere oltre i riti imposti e le costrizioni del regime. La coltre di cenere del ventennio, nei movimenti cattolici, non è stata sufficiente a spegnere ovunque il fuoco.

Tra questi gruppi c’erano i giovani che don Giuseppe Sangiorgi riuniva ed educava nella chiesa di Santa Maria in Porto a Ravenna. In questo gruppo è cresciuto il giovane Benigno Zaccagnini.

Ogni anno i giovani di Santa Maria in Porto ricordavano insieme, di nascosto dagli occhi del regime, l’omicidio di don Minzoni con le parole di verità che il fatto storico meritava e con la fede che sa cogliere nella piena dedizione di un uomo un segno della trascendenza.

Proprio Benigno Zaccagnini ha poi avuto grande parte, nel dopoguerra, per dare piena luce, e rilievo nazionale, alla persona e alla testimonianza di don Giovanni Minzoni. Per collocare pienamente il suo martirio alle radici dell’Italia liberata e della Repubblica che, con grandi speranze, si stava costruendo su basi etiche, giuridiche, civili completamente nuove.

Don Minzoni non era un leader politico, non è stato un capo partigiano né un teorico dell’antifascismo. Non era scontato che il suo martirio venisse innalzato a simbolo delle aspirazioni di un popolo, come poi, nei fatti, è avvenuto.

L’oblio, dunque, è stato in agguato anche nel tempo della democrazia riconquistata. Invece oggi don Minzoni è ricordato accanto a Giacomo Matteotti, ai fratelli Rosselli, a quanti altri pagarono con la vita, con il carcere, con l’esilio, con gli stenti quel rifiuto ad obbedire al regime, a piegarsi all’oppressione e alla dittatura, continuando a pensare da uomini e donne libere e a sognare un’Italia finalmente pacifica e democratica.

I cattolici democratici, e più in generale tutti i credenti che si sentono partecipi e corresponsabili della città degli uomini, hanno riconosciuto in don Minzoni un esempio di coerenza evangelica che può diventare seme di comunità, sostegno nel camminare insieme, ansia di libertà da condividere. Al tempo stesso i democratici di diverse matrici culturali e filosofiche hanno colto nel martirio il segno di unità di un popolo che doveva risollevarsi dalle macerie ed edificare una nuova casa comune, mettendo a fondamenta proprio quei principi di umanesimo che la guerra, l’occupazione, la dittatura avevano calpestato.

Pur non essendo un uomo politico, dunque, don Minzoni è divenuto interprete e testimone di una libertà che vive solo se è libertà di tutti, se feconda ogni ambito dell’azione umana, se ambisce al pieno sviluppo della personalità, se è aperta alla fraternità e se è capace di alimentare una democrazia sostanziale, dove l’uguaglianza non viene garantita soltanto da regole formali ma alimenta continuamente l’impegno per la giustizia. 

Sono, a ben guardare, i valori che fondano la nostra Costituzione e segnano i limiti del potere, dell’esercizio di ogni potere. Valori a cui la buona politica dovrebbe sempre orientarsi. 

In questa prospettiva risulta fuorviante il dualismo tra don Minzoni martire democratico e don Minzoni martire cristiano. Siamo di fronte a una persona che nella piena coscienza, e nell’integralità della sua persona, ha donato sé stesso agli altri. Proprio quella integralità i fascisti volevano spezzare perché volevano dividere il prete con simpatie sturziane e popolari dal parroco così ben voluto dalla propria gente.

Il parroco di Argenta non poteva farsi servo del regime. 

Don Minzoni era stato cappellano militare durante la Grande Guerra. Aveva toccato con mano tutti i suoi orrori. Amava la Patria, che considerava il filo unitivo di un popolo. Ma – le sue lettere lo mostrano chiaramente – la guerra, che è sempre figlia dei nazionalismi, gli ha lasciato come insegnamento indelebile la necessità della pace. Lui che nel servizio si era distinto per coraggio, per umanità, per aver sfidato la morte cercando di salvare i feriti, dalla trincea nell’altopiano di Asiago scriveva: “Ancora distruzione, ancora stragi, ancora massacri, carneficine e poi nuovi anniversari di sangue e di dolore con sempre dinanzi il fantasma gigantesco di questo lento terribile suicidio di una civiltà atea, immorale, che si dilania da sé stessa… A quando il grido evangelico: Domine, salva nos, perimus!». Più volte si legge nelle pagine del suo diario: «Iddio non vuole la guerra». Parole che echeggiano il grido di Benedetto XV sull’inutile strage.

Sono persino richiami d’attualità nel frangente della storia che ora stiamo vivendo. Del resto, è attuale anche la fermezza con cui organizzò il gruppo scout ad Argenta, dopo aver dato vita al ricreatorio maschile e al circolo femminile, al doposcuola, alla biblioteca circolante, al teatro parrocchiale, dopo aver rivitalizzato l’Azione cattolica: tutte attività che il totalitarismo fascista non tollerava perché voleva addomesticare sotto i simboli littori ogni agenzia educativa.

Oggi ci sentiamo liberi. La libertà però non è acquisita una volta per tutte. Va riconquistata ogni giorno e sottratta a nuove, talvolta subdole insidie. Vanno rivitalizzati continuamente i suoi presupposti.

La libertà è in pericolo quando esclude chi ha di meno, o si trova nel bisogno. La libertà è pericolo quando si riaffaccia la volontà di potenza e lo spirito imperiale degli Stati. La libertà è in pericolo quando la paura ci fa costruire muri. La libertà è in pericolo quando l’informazione perde la sua necessaria dimensione plurale. La libertà è in pericolo quando i poteri istituzionali non riconoscono i propri limiti e pensano più a riprodurre il consenso che a perseguire il bene comune.

Viene da dire che la nostra Costituzione ha bisogno di essere ancora attuata, assai più che essere cambiata.

L’insegnamento di don Minzoni è che la libertà comincia dall’educazione, dai mondi vitali, dai luoghi della formazione e della conoscenza, dalla pratica coerente della giustizia sociale, e che non può essere compressa pena il prosciugamento della linfa vitale di una società. Tutto ciò viene prima della politica, certo, eppure è il fondamento della libertà politica, della democrazia stessa, di un pluralismo che insegna rispetto e che sa far tesoro della diversità.

I fascisti gli avevano intimato di non fare. Di abbandonare il gruppo scuot. Don Minzoni non lo fece e questa fu probabilmente la goccia che fece traboccare il vaso dell’intolleranza. Sapeva che poteva succedere, ma pochi giorni prima di essere ucciso scrisse che le sue armi sarebbero rimaste “preghiera e bontà”.

Ecco perché ci parla ancora. Parla ai credenti. Parla ai democratici. Parla a coloro che conservano lo spirito critico e guardano alle grandi opportunità della tecnologia, della scienza, della comunicazione sapendo che esse possono dare tanto al genere umano ma possono anche generare squilibri, nuove oppressioni, emarginazione, omologazione.

Don Minzoni ci dice di diffidare di coloro che usano ogni mezzo per raggiungere il proprio fine. I mezzi sono rivelatori del fine che si vuole davvero raggiungere. 

“L’avvenire sarà quale le coscienze dell’oggi lo prepareranno”: sono quasi le ultime parole della lettera che don Minzoni scrisse al segretario del partito fascista locale. L’ultimo, vano tentativo di convincerlo a non porre veti alla sua attività di parroco.

Nostro compito, anche nei momenti di incertezza, quando le strade principali sembrano sbarrate, è sempre quello di seminare. Di preparare l’avvenire.

Non possiamo non vivere nella storia. Guardando il domani, non soltanto il presente. C’è una trascendenza, un desiderio di costruire un mondo migliore, che appartiene a donne e uomini di qualunque fede, uomini e donne che coltivano la speranza, anche quando lo spiraglio si fa più stretto.

Don Minzoni ci ha insegnato cose che non possiamo, non dobbiamo dimenticare. E ha ancora tanto da insegnarci.

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