L’Unione europea continua a darci tanto, nonostante i rigurgiti sovranisti. Ma ora occorre accelerare. Dalla società civile giungono nuovi impulsi
1. Lo scenario geopolitico contemporaneo è caratterizzato dal rifiuto del principio del multilateralismo e delle istituzioni grazie alle quali esso si è dipanato a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Un rifiuto che evidentemente ha come conseguenza la sostituzione di quel principio con dinamiche bilaterali, entro le quali la minaccia (o addirittura l’uso) della forza si sostituisce al rispetto del diritto. La vicenda venezuelana del 3 gennaio scorso è esemplare: è stato destituito un autocrate con una decisione individuale di una sola grande potenza che ha violato la consolidata regola del divieto di intervento negli affari interni di uno Stato sovrano. Non è stata avvertita nemmeno la necessità (non tanto di aprire un’interlocuzione entro l’Organizzazione delle Nazioni Unite evidentemente paralizzata al momento, ma almeno) di condividere una così grave determinazione con altri Paesi, così come era successo quando nel 2003 questa stessa grande potenza riuscì (malauguratamente!) a organizzare una “coalizione dei volenterosi” di una quarantina di Stati per abbattere il regime di Saddam Hussein, nell’incapacità del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di trovare l’accordo per autorizzare l’intervento militare in Iraq.
Insomma, lo scenario di oggi ci riporta al 416 a.C., agli equilibri geopolitici sottostanti alla guerra del Peloponneso. Impossibile non ricordare le ciniche parole degli Ateniesi ai Melii, che Tucidide ci tramanda: «Voi sapete tanto bene quanto noi che, nei ragionamenti umani, si tiene conto della giustizia quando la necessità incombe con pari forze su ambo le parti; in caso diverso, i più forti esercitano il loro potere e i più deboli vi si adattano».
In uno scenario di questo genere è di palmare evidenza l’irrilevanza della sovranità nazionale di piccoli e medi Stati, se singolarmente considerati.
2. Nell’articolo pubblicato su questo sito, Claudio Sardo scrive della grandezza di ciò che il Continente europeo è riuscito a produrre in otto decenni di pace, pur convivendo a fasi alterne (mai come oggi!) con rigurgiti sovranisti, pericolosi per la propria capacità di distrarre energie e intelligenze dall’obiettivo che ogni cittadino e ogni istituzione di questa piccola porzione del mondo dovrebbe avere ben chiaro: creare e conservare le condizioni per consentire di continuare a vivere in un contesto di rispetto dello Stato di diritto e degli altri principi che ne danno sostanza, ovvero in un luogo in cui nessuno (né persona fisica o giuridica, né istituzione pubblica) sia al di sopra della legge. É stato al tal proposito molto illuminante il messaggio subliminale che ci ha consegnato l’ultima frase dell’intervista rilasciata il 13 gennaio scorso da Mario Burlò all’indomani del rilascio da parte delle autorità venezuelane che lo detenevano in carcere: ci racconta di aver promesso ai figli che non lascerà più il territorio europeo. Il nostro Continente è dunque un luogo dove si vive al sicuro, protetti dai principi dello Stato di diritto.
La consapevolezza della necessità di rafforzare il ruolo politico del Continente europeo sta animando un intenso dibattito di idee e un ricco e stimolante confronto fra strategie.
Mi sembra che le soluzioni complessivamente individuate siano di due tipi (escludendo la posizione espressa anche il 31 gennaio al Congresso di “Democrazia Sovrana Popolare”, secondo la quale l’Italia deve riprendersi la propria sovranità affrancandosi dal contesto di alleanze che l’avrebbero pregiudicata, appunto negli ultimi ottanta anni).
3. Una prima via sembra essere rappresentata da una rafforzata cooperazione intergovernativa. Da studiosi del Center for European Studies del Mathias Corvinus Collegium di Budapest (Rodrigo Ballester e Damille Devenyi) e dell’Ordo Iuris Institute di Varsavia (Jerzy Kwaśniewski, Jarosław Lindenberg e Zbigniew Przybyłowski) è stato elaborato uno studio che propone due scenari che a chi scrive sembrano solo formalmente alternativi. Essi prendono le mosse dalle stesse premesse: la soluzione all’attuale cosiddetta crisi esistenziale dell’Unione europea starebbe «in a return to the EU’s founding principles». In ambedue il principio di sovranità nazionale è centrale, salvaguardato attraverso meccanismi di cooperazione intergovernativa diversamente declinati, con corrispondente riduzione del peso delle istanze internazionali di democrazia rappresentativa.
Una prima precisazione mi sembra di dover fare per onestà intellettuale: l’Unione europea non è in crisi. Essa ha fatto e sta facendo esattamente quello per cui è stata creata. L’Unione non ha una propria sovranità, essendo ente derivato dalla volontà degli Stati che l’hanno fondata: sono dunque questi – individualmente e tramite le istituzioni nelle quali essi operano – a determinare i limiti della sua azione presidiando i trattati istitutivi (e le procedure della loro modifica) e la governance interna all’Organizzazione. L’Unione europea è una creatura di successo: nonostante questi limiti di natura genetica lavora alacremente, soprattutto quando vi sono da affrontare crisi quali per esempio quella pandemica. La sua azione si presenta inadeguata a fronteggiare le attuali drammatiche contingenze perché gli Stati non le hanno conferito gli strumenti per agire in questo tipo di situazioni.
Una seconda precisazione riguarda la falsificazione storica che lo studio mi sembra proporre, allorché sostiene che il processo di integrazione del Continente europeo abbia avuto come molla iniziale una logica e alcuni principi di collaborazione intergovernativa. Viceversa le radici di esso sono da rinvenirsi nel Manifesto di Ventotene (che pure ivi è evocato: p. 18) secondo il quale gli Stati europei avrebbero dovuto abolire le divisioni politiche reciproche procedendo verso un’unica sintesi politica, gli Stati Uniti d’Europa. La Comunità economica del carbone e dell’acciaio (Trattato di Parigi, 1951) pose conseguentemente il principio della soprannazionalità e lo declinò a livello istituzionale costruendo un’Alta Autorità, un’Assemblea parlamentare e una Corte di giustizia composti da individui chiamati a farsi carico, rispettivamente, degli interessi collettivi degli Stati membri (ovvero dell’interesse proprio dell’Organizzazione), degli interessi e dei diritti dei cittadini dei sei Stati membri, del rispetto dello Stato di diritto. E soltanto il rifiuto del Trattato istitutivo della Comunità europea di difesa (1954) determinò gli Stati a riprendere il cammino verso l’integrazione politica del Continente contingentemente tramite la via del funzionalismo, ma senza abbandonare la prospettiva federativa.
Sempre all’interno di una dinamica intergovernativa sembrano per ora incardinate due iniziative istituzionali di cui si è avuta conoscenza in questo inizio del 2026. Anzitutto l’iniziativa FIVE (“Financing Innovative Ventures in Europe”). Essa è nata dalla congiunta volontà dei Ministri delle Finanze francese e tedesco che hanno dato mandato di proporre raccomandazioni indirizzate a colmare il divario di finanziamento delle imprese innovative in Europa. Il Rapporto è stato presentato nel mese di gennaio scorso.
A questa iniziativa si affianca quella denominata “Big Six”, che della prima è probabilmente il precipitato più immediato. Gli stessi ministri delle Finanze francese e tedesco hanno infatti proposto ai colleghi di Spagna, Italia, Paesi Bassi e Polonia una cooperazione più stretta in campo economico, in particolare organizzata intorno a quattro assi: l’unione europea dei mercati dei capitali, un rafforzato ruolo dell’euro, un coordinamento efficace negli investimenti industriali per la difesa, un miglior approvvigionamento delle materie prime critiche. Si tratta di un’iniziativa che per ora si pone fuori dal contesto istituzionale comunitario: la Commissione non è stata invitata ai lavori di questi giorni. La dinamica è puramente intergovernativa, come è ben emerso dalla conferenza stampa del 29 gennaio scorso.
Ma siamo solo all’inizio di queste due iniziative. Dunque si potrebbe sperare in un’interessante virata tramite l’incardinamento entro il contesto istituzionale dell’Unione della rinnovata volontà di procedere più in fretta sulla via del rafforzamento della competitività economica europea e delle capacità di difesa collettiva degli Stati membri dell’Unione.
Potrebbe essere che i Rapporti predisposti da Mario Draghi (9 settembre 2024) e da Enrico Letta (18 aprile 2024) – con le loro pressanti sollecitazioni a utilizzare tutti gli strumenti che la cassetta degli attrezzi europea mette a disposizione già oggi – siano gli ispiratori di queste iniziative che per ora i vertici governativi si stanno intestando.
Si tratta forse di perseguire le vie del «federalismo pragmatico» di cui ci ha detto Mario Draghi, ad Oviedo il 24 ottobre 2025 e così bene a Lovanio il 2 febbraio scorso in occasione del conferimento della laurea honoris causa dell’università Ku Leuven.
4. Nonostante l’evocazione, ancora di una volta, di un federalismo pragmatico, quest’ultimo intervento di Draghi sembra rappresentare un ponte verso una soluzione genuinamente federale, allorquando egli sostiene che ci si debba dipartire da una logica confederale (nella quale «un gruppo di Stati che si coordina resta un gruppo di Stati (…) ciascuno vulnerabile a essere diviso e isolato uno alla volta») per abbracciare una prospettiva federale non fondata «sulla forza, ma sulla volontà comune, non sulla sottomissione, ma sul beneficio condiviso».
Dalla società civile vengono sollecitazioni proprio in questa direzione.
Da più parti stanno emergendo riflessioni circa la necessità di «uscire dai Trattati» europei vigenti (utilizza questa espressione Sergio Fabbrini, IlSole24Ore, 1° febbraio 2026) per innescare un processo politico capace di utilizzare il valore aggiunto creato dall’integrazione europea e contribuire a trainarlo arricchendolo di nuove energie.
Il Movimento Europeo in Italia sostiene un ritorno a una «nuova CED» entro un sistema istituzionale di sovranità condivisa (Pier Virgilio Dastoli, Il riformista, 4 dicembre 2025; Newsletter ME Italia, 2 febbraio 2026).
Manfred Weber (Ppe) nell’intervista rilasciata a Der Spiegel il 28 gennaio scorso ha parlato dell’esigenza di arrivare alla stipulazione di un «trattato di sovranità» (espressione assai forte) fra quei Paesi europei pronti a cooperare più strettamente in politica estera senza l’applicazione in questo contesto del principio dell’unanimità.
Il Nuovo Codice di Camaldoli (approvato il 13 settembre 2025) propone un rafforzamento dell’Unione (nella stessa dinamica considerata da Draghi) ma anche l’affiancamento ad essa di un’iniziativa politica che, a partire dal coinvolgimento dei parlamenti nazionali ed europeo e dei governi disponibili, avvii un processo democratico di integrazione federale di alcuni fra gli Stati europei consapevoli del vantaggio di condividere la propria sovranità entro una sintesi politica più vasta e dunque capace di dare autonomia strategica (ma vogliamo chiamarla con il suo nome? la sovranità di cui dice Weber) a chi vi partecipi.
La ricchezza di questa iniziativa così come della proposta del Movimento Europeo sta nella loro dimensione costituzionale: è mai possibile pensare di poter governare in Europa situazioni difficili e anche drammatiche (che coinvolgono le persone, non solo nella loro quotidianità ma anche nel destino a lungo termine) senza il coinvolgimento di istanze rappresentative democraticamente elette e istituzioni e giudizialmente controllate?
Che la direzione da imboccare sia quella genuinamente federale lo ha richiamato, con forza e una volta di più, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al 51° Forum Ambrosetti di Cernobbio (il 6 settembre 2025) quando ha affermato «Il mondo ha bisogno dell’Europa. [La situazione] richiede il coraggio di un salto in avanti verso l’unità. Tutti siamo chiamati a contribuire a questa impresa».
