Livio Labor: una vita per le Acli

Simone Cittadini

Livio Labor, presidente innovatore negli anni ’60, promotore dell’autonomia aclista e artefice del rinnovamento civile del Paese

Il terzo appuntamento del ciclo “Una vita per le Acli” è dedicato al ricordo di Livio Labor che, negli anni Sessanta, ha rinnovato profondamente le Acli, portandole ad essere un laboratorio importante di proposte che hanno saputo cogliere i cambiamenti presenti allora nella società italiana. 

Eletto presidente nel 1961, Labor si caratterizzò subito per la determinazione con cui percorse la strada dell’autonomia, convinto che il rapporto del suo movimento con la Democrazia Cristiana doveva intendersi come tra due forze perfettamente autonome l’una dall’altra e dialoganti, fuori da ogni strumentalizzazione. Grazie a lui le Acli ebbero una grande espansione organizzativa e una crescente influenza nella società civile, nella vita politica e nella comunità ecclesiale, investita dallo spirito nuovo del Concilio Vaticano II. 

Dopo il congresso di Torino del 1969, nel quale l’86% dei delegati approvò l’affermazione del “non-collateralismo” con la DC e del voto libero, Labor lasciò la presidenza, e poi anche il consiglio nazionale, per non coinvolgere le Acli nelle sue scelte personali sul terreno politico. Dopo essere stato fra i principali fondatori del Movimento Politico dei Lavoratori (MPL), il primo tentativo di un partito di ispirazione cattolica alternativo alla DC, Labor confluì nel Partito Socialista Italiano (PSI), dove si ritrovò sulle posizioni della sinistra di Riccardo Lombardi e nel 1976 fu eletto al Senato. 

Claudio Sardo ha tracciato il profilo storico di Labor: “È stato uno dei presidenti più carismatici della storia delle Acli. La sua fede granitica, l’orgoglio aclista e anche una certa severità lo rendevano un leader autorevole. Labor è sempre stato un sostenitore dell’autonomia delle Acli. Intravedeva nelle Acli una importante soggettività sociale e politica e su questa scommetteva per farne un vettore di emancipazione e di giustizia. Senza quel coraggio, senza quell’attitudine sociale, senza quella fiducia nel futuro, senza quelle quella fedeltà al messaggio evangelico, credo che oggi non ci sarebbero le Acli”. 

Willy Labor, figlio di Livio, ha condiviso gli aspetti più umani e personali di Labor: “Nonostante la sua fosse una vita molto impegnata, è sempre stato presente con me e con i miei fratelli. Un ricordo che porto nel cuore risale agli anni della guerra in Vietnam. Una domenica ci ha fatto buttare in una discarica a Fiumicino tutte le nostre armi giocattolo per dare un segno di pace. In gioventù, dopo un viaggio in America latina, dove aveva visto la povertà vera, aveva capito che la sua vocazione era l’apostolato sociale. Aveva una grande fede ed era motivo per lui di grande sofferenza quando qualcuno metteva in dubbio la sua fedeltà alla Chiesa e a Dio”. 

Ha concluso l’incontro il Presidente nazionale delle Acli, Emiliano Manfredonia: “Livio Labor era un uomo senza frontiere anche sui contenuti. Non era una persona di parte, ma prendeva parte. Aveva una sua coerenza che si scontrava con una realtà fatta di troppe mediazioni. Noi aclisti siamo persone con questi tratti, con questa voglia di verità e in continua ricerca. Abbiamo preso in prestito da Labor l’attaccamento alla formazione e il desiderio di essere una Associazione organizzata. Oggi una classe politica formata non c’è e la nostra associazione ha una grande classe dirigente. Noi non siamo schierati in un partito, ma fare politica è uno degli impegni della nostra Associazione. Abbiamo questa grande eredità costruita nel tempo di pensieri, valori e spirito mai domo. Queste sono le Acli di oggi e sono convinto, da persona fedele, che Livio intercede per noi. È la comunione dei santi minori che ci porta avanti”.

 

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