La Costituzione non si strappa

Claudio Sardo

Modificare la Costituzione a colpi di maggioranza indebolisce il senso della Carta come presidio di unità degli italiani, come fondamento della casa comune 

Le riforme della Costituzione, prima ancora del loro contenuto, sollevano una questione di metodo che attiene alla qualità dell’ordinamento democratico e fornisce una misura del radicamento della Carta fondamentale. Parliamo dell’opportunità di una revisione costituzionale con il solo sostegno della maggioranza parlamentare e di una maggioranza relativa del corpo elettorale.

Ora che siamo nel vivo della campagna referendaria sulla riforma del Csm, torna alla mente il documento sottoscritto dai presidenti delle associazioni cattoliche più rappresentative al termine della Settimana sociale di Trieste (luglio 2024): “Desideriamo affermare che ogni riforma della Costituzione, nata da istanze sociali plurali e concorrenti, debba essere frutto di una comune responsabilità all’incontro, che crediamo sempre possibile, tra le argomentazioni e le ragioni di ciascuna parte (…). Ogni qualvolta negli interventi di revisione costituzionale sia stato violato o venga ancora violato lo spirito di condivisione, a favore invece della ordinaria dialettica nei dibattiti parlamentari tra maggioranza e minoranza, a essere indebolita è la nostra democrazia”.

Può sembrare un proposito irenico, ma non è affatto così. Modificare la Costituzione con la contrarietà di una parte rilevante del parlamento e del Paese indebolisce obiettivamente il senso della Carta come presidio dell’unità sostanziale degli italiani, come fondamento della casa comune. Al rispetto di questo principio le forze democratiche si erano attenute in tutta la prima fase della Repubblica, intendendo la Costituzione come la cornice di valori condivisi all’interno della quale si doveva svolgere il confronto, e il conflitto, tra le diverse opzioni e ideologie.

Poi è sopraggiunto il mito della seconda Repubblica. Mito che ha prodotto molte delusioni. Sorto per indicare il traguardo di una moderna alternanza tra poli opposti, ha preso di mira la seconda parte della Costituzione, separandola sempre più nettamente dalla prima parte (i principi, i diritti e i doveri dei cittadini) e, di fatto, progressivamente delegittimandola con ripetuti, confusi e talvolta contraddittori tentativi di correzione. Ma così facendo si è finito per intaccare la credibilità e la forza dell’intera Costituzione.  

Pur nell’inconcludenza riformatrice il principio maggioritario si è tuttavia affermato nella prassi politica, e si è ampliato senza adeguata cura dei suoi necessari limiti, sino a considerare non più un tabù le modifiche alla Costituzione pensate e perseguite per interessi dei governi pro-tempore, sostenute soltanto con il voto delle maggioranze pro-tempore. Qualcosa di impensabile non più tardi di tre decenni or sono.

Infatti il primo strappo avvenne nel 2001, al tempo del primo referendum secondo le procedure previste dall’art. 138 della Costituzione. Il centrosinistra allora maggioritario approvò in quarta lettura la riforma del Titolo V nonostante la contrarietà delle forze di centrodestra. Poi nella consultazione popolare la riforma venne confermata.

Alcune circostanze politiche potrebbero suggerire, nel caso della riforma del Titolo V (che ha rafforzato i poteri delle Regioni, e creato non pochi squilibri di sistema a cui la Corte costituzionale ha dovuto porre riparo con numerose sentenze), di considerare delle attenuanti allo strappo. Il nuovo Titolo V ebbe origine nella Bicamerale presieduta da D’Alema e raccolse in quella sede un consenso pressocché unanime. Peraltro, la convergenza di centrosinistra e centrodestra trovò conferma nei successivi passaggi parlamentari, fino all’ultimo voto, quando il centrodestra decise di mutare il proprio consenso in aperta opposizione.

Più che il merito il centrodestra contestò la tempistica del voto, alla vigilia delle elezioni politiche generali. Ma, anche alla luce di ciò che è accaduto in seguito, le presunte attenuanti appaiono ora come aggravanti. Si creò infatti il grave precedente. La riforma venne approvata nel referendum anche perché i consensi nel centrodestra non erano pochi. Tuttavia una ferita fu aperta nella Costituzione: lo spirito unitario, il principio in base al quale le regole fondamentali sono di tutti, era stato violato. Per di più violato da chi dichiarava la fedeltà alla Costituzione come un tratto della propria stessa identità.

La storia successiva è segnata da due tentativi di riforma, assai ampia, della seconda parte della Costituzione. Il primo operato dal governo Berlusconi, il secondo dal governo Renzi. In entrambi i casi le riforme nacquero direttamente dall’impulso governativo, come parte di un programma politico, e sono passate in parlamento a colpi di maggioranza, con le opposizioni sempre contrarie. Esplicito era il proposito di modificare la Carta costituzionale sulla base di un progetto di parte, non condiviso: i cittadini elettori si assunsero allora il compito di bocciare entrambe le riforme.

Analogo è il meccanismo che ora il governo Meloni riproduce. Mentre invece, restando al piano del metodo, alla riduzione del numero dei parlamentari (il quarto referendum ex art. 138) si giunse diversamente. Che fossero o meno davvero convinti, quasi tutti i gruppi parlamentari si espressero a favore della riforma. Le contrarietà all’interno dei due schieramenti principali furono minime. Tanto che risultò necessario un accordo bipartisan per non raggiungere il quorum dei due terzi nella votazione finale sulla riforma, condizione per consentire il referendum popolare. L’art. 138 prevede infatti che il referendum sia possibile se la riforma viene approvata (in terza e quarta lettura) a maggioranza assoluta dei componenti di entrambe le Camere, ma si resta comunque sotto la soglia dei due terzi. Per la riduzione dei parlamentari poi votò il 70% del 51% del corpo elettorale (meno della metà degli italiani nonostante il vasto consenso politico).

Ma il punto non è la legittimità di una riforma a maggioranza. L’articolo della Costituzione che regola le procedure di revisione fissa paletti, più severi rispetto alla legislazione ordinaria, tuttavia abbastanza elastici da consentire interventi in casi eccezionali. Il punto gravemente critico è che una Costituzione continuamente sottoposta a incursioni delle maggioranze pro tempore affievolisce una delle sue qualità più preziose e importanti: essere riconosciuta come casa comune.

La Costituzione rigida, cioè non facilmente modificabile, non consegnata nelle mani dei governi che via via si succedono, è la Costituzione di tutti. Perché le regole sono di tutti. E i principi condivisi costituiscono un fattore importante di sicurezza, di solidità, di coesione.

Il rischio che corriamo è che progressivamente la nostra Costituzione diventi flessibile. E si svaluti, modificandosi a ogni cambio di maggioranza. Le accuse di travalicare i limiti dei poteri diventerebbero oggettivamente più laceranti.

L’idea che i vincitori delle elezioni possono fare ciò che vogliono perché così ha deciso il popolo è quanto di più lontano ci sia dalla sostanza democratica. Se la Costituzione si trasforma in qualcosa di molto simile a una legge ordinaria, i pericoli di deterioramento del tessuto comunitario aumentano. Era il 1945 quando Egidio Tosato, giurista e poi costituente, pronunciò alla Settimana sociale di Firenze una relazione che aprì alla nascita della Corte costituzionale. “Noi sappiamo tutti ormai – disse in quell’occasione – che la presunta volontà generale non è in realtà che la volontà di una maggioranza e che la volontà di una maggioranza, che si considera come rappresentativa della volontà di tutto il popolo può essere, come spesso si è dimostrata, più ingiusta e oppressiva che non la volontà di un principe”. Esprimeva il rifiuto di un assolutismo di Stato dopo il drammatico ventennio fascista, ma metteva in guardia anche dal rischio di un’autorità senza limite, che neppure il mandato democratico può legittimare.

Sottoporre il “patto fondamentale del nostro popolo”, come lo definiva Giuseppe Dossetti, a strappi operati da governi e maggioranze che non possono che essere transitorie (altrimenti non saremmo in una democrazia funzionante) è insomma un esercizio che colpisce, e incrina, la base stessa del nostro ordinamento.

Fa una certa impressione che nella riforma del Csm, ora oggetto di referendum, il parlamento non abbia mai operato alcuna modifica rispetto all’iniziale proposta governativa, né ci sia stata alcuna volontà di intesa con le forze principali dell’opposizione.

Qualcuno potrebbe dire: ma se non si può agire a colpi di maggioranza, si riconosce un diritto di veto a chi è minoranza. La risposta è semplice: le regole della casa comune si cambiano se c’è un largo consenso. Proprio perché sono regole di tutti, anche di chi è minoranza. Neppure la convinzione di essere nel giusto appare sufficiente per imporre una soluzione, nella quale una parte del Paese non è disposto a riconoscersi.

Bisognerebbe avere maggiore cura della Costituzione. Anche evitando, come ha sottolineato il presidente Sergio Mattarella, di proporre inserimenti di parole o temi particolari nei vari articoli. Una moda che si sta diffondendo. Si corre il rischio di “fare della Costituzione una sorta di albo di argomenti, in realtà riducendone il significato e il ruolo”. Mentre invece spesso, sono ancora parole di Mattarella, “quel che si vuole aggiungere nel testo è già chiaramente desumibile dalle norme esistenti, proprio per il carattere generale e duttile della loro formulazione”.

L’avviso del presidente era rivolto a chi in buona fede vorrebbe ritrovare nella Costituzione il sostantivo che più ama (a proposito, una parola nuova c’è anche nella riforma del Csm: è la parola “sorteggio”). Ma c’è anche chi persegue strategicamente l’obiettivo di rendere la Costituzione più simile a una lege ordinaria. Del resto, è un obiettivo antico benché di solito non dichiarato: i partiti costituenti seppero contrastarlo insieme. Lo sviluppo democratico, sociale, economico del Paese deve molto a questa tenuta sul valore della Costituzione come casa comune.

Claudio Sardo
Direttore Fondazione Achille Grandi

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