Carcere: un’alleanza costituzionale

Fabio Cucculelli

Società civile, istituzioni e università insieme per affrontare la questione carceraria. Una scelta che chiama in causa le responsabilità della politica individuando risposte sul piano del reinserimento sociale e lavorativo

Lo scorso 6 febbraio nell’Università Roma Tre – a distanza di alcune settimane dalla chiusura del Giubileo dei detenuti, dopo un ennesimo anno nero per le carceri – si è tenuta un assemblea promossa da numerose della associazioni e organizzazioni di volontariato impegnate nella carceri italiane tra cui: A buon diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, Confcooperative Federsolidarietà, Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia-Cnvg, Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti-Cnca, Forum Droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La Società della Ragione, Legacoopsociali, Movimento di Volontariato Italiano-Movi, Movimento No Prison, Nessuno tocchi Caino, Ristretti Orizzonti.

I promotori dell’iniziativa hanno ritenuto necessario rilanciare una riflessione pubblica sulla condizione delle carceri e sulle responsabilità che questa situazione drammatica chiama in causa. Le parole chiave dell’assemblea sono state: diritti, clemenza e umanità.

Si è discusso del sovraffollamento crescente, oggi riguardante anche gli istituti penali per minorenni, delle condizioni materiali di vita degradate, dell’isolamento drammatico degli istituti penitenziari dal territorio, della difficoltà di garantire i diritti fondamentali nonché i percorsi di cura, lavoro e reinserimento per le persone recluse.
Caterina Pozzi (Presidente del Coordinamento nazionale delle comunità accoglienti – Cnca) aprendo i lavori, ha sottolineato che la condizione delle carceri riguarda tutta la società e richiede un confronto tra volontariato, Terzo settore, operatori, garanti dei diritti dei detenuti, cittadini e istituzioni. E Patrizio Gonnella (Presidente di Antigone) ha dichiarato in modo significativo: “con la giornata di oggi stiamo costruendo le premesse per una grande alleanza costituzionale. La questione del carcere è una questione di democrazia. Il punto di partenza è che, ognuno con i propri ruoli, dai garanti alle scuole, dalle cooperative alle università, abbiamo la consapevolezza che siamo per la legalità costituzionale”.

A distanza di un mese, il 5 marzo, nella sede del CNEL, si è tenuta un’iniziativa davvero rilevante: la prima “Giornata nazionale della ricerca universitaria in favore dell’art. 27 della Costituzione”, per promuovere l’inclusione e il reinserimento socio-lavorativo dei detenuti. Una giornata che ha dato seguito a quella chiamata alla responsabilità di tutti evocata dall’assemblea promossa dalla società evocata in apertura e che si muove  nella logica di costruire un’alleanza costituzionale. Ben inteso. Si tratta di due percorsi diversi e che si pongono obiettivi differenti ma vi è una convergenza chiara su tre questione: attuare la nostra Carta; migliorare le condizioni delle carceri; occuparsi del reinserimento socio-lavorativo dei detenuti.

L’iniziativa si inserisce nel quadro del progetto Recidiva Zero, realizzato dal Cnel in collaborazione con il ministero della Giustizia, al fine di favorire l’inclusione sociale e lavorativa delle persone private della libertà personale grazie a studio, formazione e lavoro in carcere e fuori dal carcere. E nasce dalla volontà di strutturare uno spazio di confronto sistematico tra studiosi e studiose di diverse discipline che, nei rispettivi ambiti di ricerca, si occupano di carcere, esecuzione penale, inclusione e diritti fondamentali.

Il progetto vuole dunque costruire un ponte tra il sistema penitenziario e la società, coinvolgendo istituzioni, imprese, sindacati, volontariato e il mondo dell’accademia. In quest’ottica, il sistema universitario ha assunto il ruolo di un attore privilegiato del CNEL, che ha avviato già da tempo una collaborazione con la Crui (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) e con la Cnupp (Conferenza Nazionale dei Delegati dei Rettori per i Poli Universitari Penitenziari). L’obiettivo è di sostenere l’incremento del numero di università aderenti al Cnupp e promuovere un’azione di esponenziale sviluppo dell’offerta di istruzione universitaria ai soggetti in esecuzione penale. All’incontro, promosso dal Segretariato permanente per l’inclusione sociale e lavorativa delle persone private della libertà, istituito presso il Cnel, hanno partecipato docenti universitari provenienti dai principali atenei del Paese.

La giornata di studio si è articolata in due sessioni di lavoro. Quella mattutina con i panel dedicati alla dimensione giuridica, alla marginalità, al reinserimento e al ruolo della ricerca per il sistema penitenziario. Quella pomeridiana dedicata ai temi degli spazi per l’inclusione, al benessere in carcere, all’analisi dei dati in materia di giustizia e recidiva.

Ad aprire i lavori è stato il segretario generale del CNEL Massimiliano Monnanni, che ha moderato il primo ciclo di interventi istituzionali. Tra i relatori sono intervenuti il rettore dell’Università di Roma Tor Vergata Nathan Levialdi Ghiron, presidente del Comitato regionale di coordinamento delle università del Lazio (CRUL), e il rettore dell’Università LUMSA Francesco Bonini, vicepresidente della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI).

È intervenuto inoltre Giancarlo Monina, presidente della Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i poli universitari penitenziari (CNUPP), che ha richiamato il ruolo crescente dei poli universitari penitenziari nella diffusione dei percorsi di studio all’interno degli istituti di detenzione.

Tra i presenti anche il Garante delle persone private della libertà personale Stefano Anastasia, da anni impegnato nel sostenere iniziative che coinvolgono le università del Lazio nei percorsi di studio in carcere.
Monina ha ricordato come oggi 54 università siano coinvolte in circa 120 istituti penitenziari italiani, nell’ambito della rete dei Poli universitari penitenziari attiva nel Paese, con circa duemila persone detenute iscritte a percorsi universitari.

Il rapporto tra cultura e reinserimento sociale è stato al centro del terzo panel, “Storia, cultura e reinserimento sociale”, moderato dalla storica Marina Formica (Università di Roma Tor Vergata), con gli interventi di Roberta Paltrinieri (Università di Bologna), Martina Storani (Università Roma Tre) e Chiara Lucrezio Monticelli (Università di Roma Tor Vergata).

A chiudere la sessione della mattina è stato il panel dedicato al ruolo della ricerca per il sistema penitenziario, moderato da Filippo Giordano (Università LUMSA), con l’intervento di Antonio Fullone, direttore della Scuola Superiore dell’Esecuzione Penale “Piersanti Mattarella”, e di Francesca Gioieni del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.
La sessione pomeridiana era organizzata in tre panel tematici. Vediamo nel dettaglio

Progettare gli spazi per l’inclusione
L’architettura penitenziaria non è un semplice contenitore funzionale, ma una componente attiva dell’esecuzione penale. Gli spazi in cui si vive modellano comportamenti, relazioni e possibilità. Per questo, parlare di qualità dello spazio significa parlare di dignità, di opportunità e, in ultima istanza, di rieducazione. L’architettura, intesa come responsabilità civile, può trasformare il carcere da mera struttura di contenimento a luogo capace di generare autodeterminazione e dignità.
Questo primo panel, moderato da Giancarlo Monina (Università Roma Tre), ha visto gli interventi di Andrea Di Franco (Politecnico di Milano), Camilla Perrone (Università di Firenze), Pisana Posocco (Sapienza Università di Roma) e Marella Santangelo (Università Federico II di Napoli).

Salute e benessere in carcere
La popolazione detenuta in Italia presenta un quadro sanitario significativamente più critico rispetto alla popolazione generale, con un’alta concentrazione di fragilità psichiche, dipendenze e patologie croniche. Il fenomeno più allarmante è rappresentato dai suicidi in carcere. Negli ultimi anni il numero annuale si è collocato tra 70 e 80 casi secondo i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e del Garante nazionale. Il tasso di suicidio in carcere è molte volte superiore rispetto alla popolazione generale. La tutela della salute in ambito penitenziario rappresenta dunque non solo una questione sanitaria, ma un indicatore della qualità complessiva del sistema penale e del rispetto dei principi costituzionali.
A questo secondo panel, moderato da Letizia Caso (Università LUMSA), sono intervenuti Massimo Andreoni (Università di Roma Tor Vergata), Sandro Libianchi, Elena Maria Magrin (Università di Milano-Bicocca) e Patrizia Patrizi (Università di Sassari).

L’analisi dei dati: giustizia, comportamenti e recidiva
La recidiva rappresenta uno degli indicatori più discussi nell’ambito della ricerca scientifica sui provvedimenti detentivi e rieducativi dell’Autorità giudiziaria. Per comprendere il fenomeno, la letteratura specialistica ha elaborato una distinzione fondamentale tra fattori di rischio statici, per loro natura non modificabili, e fattori dinamici, che variano nel tempo e possono essere oggetto di attività rieducative: condizione occupazionale, abitativa e di salute mentale. Si è affrontato il tema della misurazione del tasso di recidiva e dei fattori dinamici, che richiedono dati longitudinali e metodologie appropriate.
Questo panel, moderato da Luca Mariantoni (Sapienza Università di Roma), ha visto gli interventi di Giuseppe Attanasi (Sapienza Università di Roma), Filippo Giordano (Università LUMSA), Mauro Palma (Università Roma Tre) e Giovanni Torrente (Università di Torino).
In conclusione, è intervenuto il presidente del CNEL Renato Brunetta che ha osservato come “l’articolo 27 della Costituzione indica una rotta chiara: la pena deve tendere alla rieducazione. Nella realtà lo squilibrio tra sicurezza e rieducazione, unito allo stigma sociale, rappresenta il principale freno al reinserimento. Dobbiamo superare la contrapposizione ideologica tra questi due concetti e investire in percorsi orientati a un’uscita positiva dal carcere, per trasformare la pena in uno strumento di prevenzione. I dati parlano chiaro: la recidiva passa dal 70% a meno del 10% dove si attivano istruzione e lavoro. La rieducazione è un percorso collettivo che richiede un ‘idem sentire’ tra istituzioni e società. È un investimento che conviene a tutti: una persona recuperata è una garanzia di sicurezza per l’intera comunità”
Chiudiamo con una frase di Italo Calvino: “C’è la speranza che un giorno ci sia un mondo migliore, senza più prigioni”. Coltiviamo anche noi questa speranza impegnandoci a promuovere – in ogni modo – l’inclusione e il reinserimento socio-lavorativo dei detenuti.

  • Fabio Cucculelli: Sociologo del lavoro e dell’organizzazione – Fondazione Achille Grandi

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