Un agile e prezioso libretto, testimonianza di una vita, quella di Alessandra Morelli, dedicata per trenta densi anni alla missione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).
Il volume «vuole essere un vademecum, una guida per riflettere sulla cura. La cura è un elemento di costruzione, di partecipazione alla comunità. È anzi la comunità stessa. Per me significa “passione per la vita”, relazione, riconoscere l’altro come simile a me» (p. 65).
«Ispirata dalla mia esperienza personale e da alcune sollecitazioni filosofiche voglio definire la cura come parte ontologica e strutturale dell’essere umano, essenziale alla nostra vita. L’essenza della cura consiste dunque nel prendere a cuore la vita e a donare il proprio tempo […]. La cura ci libera dalla prigionia della cultura dello scarto perché, per sua essenza stessa, è al di là delle valutazioni di mercato, ma è anzi dono inestimabile» (p. 108).
Alessandra Morelli ci sollecita a un impegno personale, da praticare soprattutto nel quotidiano, nel prenderci cura degli altri e di noi stessi contemporaneamente e allo stesso tempo. Prenderci cura ci rende umani e umanizza gli altri. È la via maestra dell’umanizzazione che si oppone con forza e sapienza alla disumanizzazione delle guerre e dei conflitti.
L’individualismo moderno, dovuto più che altro alla paura che qualcuno non si prenda cura a sufficienza di noi come fosse un diritto inalienabile – e lo è assieme alla pratica della reciprocità – è una delle cause personali, sociali e statuali della violenza: «L’individualismo del “prima io” apre le strade che conducono naturalmente alla violenza, perché si fondano sul concetto “io non ho abbastanza e quindi devo avere”, cioè l’esatto contrario della solidarietà, che è invece basata sulla condivisione. Se devo avere, allora posso prendere con qualunque mezzo, al di là di qualunque ragione. Le guerre che imperversano nel mondo stanno lì a ricordarcelo» (p. 111).
Il libro si articola in dieci riflessioni e una conferenza con diversi registri di scrittura: riflessioni storiche, filosofiche, religiose, intervista, narrazioni personali, ci fanno entrare nel mondo della economia della cura. Economia qui intesa come cura della casa comune, della comunità di origine da cui usciamo e quelle che viviamo da grandi.
«Dobbiamo metterci in cammino per incontrarci e ritrovarci, dando spazio al dialogo, e stare insieme per condividere e risolvere, dissipando la rabbia e la frustrazione che bloccano i nostri sentimenti empatici. Ecco che il paradigma della cura si apre come strumento e occasione per realizzare questa trasformazione, dando forma all’arte dell’umano per restare umani: questa è discontinuità necessaria per affrontare la transizione d’epoca» (p. 118).
L’arte dell’umano ci chiama tutti a diventare artisti di noi stessi, geniali generatori di novità umana nella storia piccola o grande che viviamo e attraversiamo con gioie e dolori. È bello poter diventare artisti e gli scartati lo sono sicuramente, perché con pochi materiali a disposizione generano vita in modo incredibile, meraviglioso, quasi miracoloso.
Proprio come Alessandra ha fatto in Niger dove è riuscita a far accogliere i profughi che scappavano dalla Nigeria dalle popolazioni locali senza creare ghetti o campi profughi.
«L’immagine che mi nasce spontanea nel rielaborare la mia esperienza è quella di essere stata generatrice di spazi: spazi per chi fuggiva da persecuzioni e guerre, spazi d’asilo dove le vittime venivano ri-conosciute nella loro dignità profonda di persone, spazi di cura dove far rinascere la speranza di una possibilità di futuro protetto. Luoghi in cui nessuno era più costretto a scappare perché la nostra prossimità avrebbe protetto e fatto ripartire il respiro della vita […]. Le parole generatrici quali “accoglienza”, “mediazione”, “solidarietà”, “sostegno”, sono le parole che hanno creato uno spazio di convivenza pacifica» (p. 112).
Questo libro va letto meditato, ma soprattutto messo in pratica.
«Non posso che concludere questa riflessione su osare la pace con la supplica per eccellenza di trasformare la nostra vita in una testimonianza di pace e di speranza, affinché ognuno di noi possa essere testimone e artefice di solidarietà per vincere la cultura dello scarto. Consapevoli della minaccia di una globalizzazione che marginalizza l’umano, credo fortemente che osare la pace passi attraverso una postura dell’esserci che metta al centro la cultura della solidarietà, della non violenza, della cura e dell’incontro compassionevole» (p. 118).
È una questione di verità che fa chiarezza nelle situazioni e permette a tutti di scegliere di stare dalla parte dell’umano.
«La confusione non può mai portare alla pace. L’opera umana per eccellenza sarà quella di ricreare l’umano ogni qual volta è distrutto e in ogni luogo dove è negato» (p. 114).
Grazie ad Alessandra Morelli per il dono della sua vita e di questo libro segno di speranza e di umanità.
Alessandra Morelli, Verso un’Economia della Cura. Arte per restare umani. Ancora, Milano 2024.

- Marco Bonarini: Archivio storico Acli
