Lelio Basso, avvocato penalista e leader socialista, descrisse così le dinamiche dei lavori dell’Assemblea costituente: “Quando eravamo d’accordo noi cinque, praticamente l’articolo era approvato”.
I cinque erano Basso, Moro, La Pira, Dossetti e Togliatti. Questa frase descrive precisamente alcuni degli aspetti salienti dell’opera straordinaria compiuta dall’Assemblea costituente, figlia della prima libera elezione svoltasi in Italia dopo la caduta del fascismo, autrice della nostra Costituzione, opera giuridica e culturale senza precedenti.
Descrive il fatto che la Costituzione è frutto di un’opera di sintesi giuridica e culturale compiuta dalle anime maggiormente rappresentative del nostro Paese: quella cristiana, quella socialista e quella comunista.
Queste culture riusciranno a guidare il nostro paese dal 1948 al 1993, consentendo lo sviluppo economico del Paese, il rinnovamento culturale e dei costumi, l’affermazione dei diritti sociali dei cittadini e dei lavoratori.
Descrive il ruolo di guida politica e tecnico-giuridica svolto da personalità eminenti, nonostante la loro giovanissima età. Con gli eletti alla Costituente si affermò la nuova classe dirigente che caratterizzò per alcuni decenni la vita politica nazionale.
Descrive, con riferimento al ruolo assunto da Moro, Dossetti e La Pira, un agire congiunto dei giovani deputati della DC, ispirati dai medesimi valori e capaci di perseguire obiettivi chiari, possibili attraverso un lavoro minuzioso di mediazione.
I c.d. professorini della DC – Dossetti, Fanfani, Lazzati e La Pira – si erano formati nell’Università Cattolica di Milano fondata e diretta da Agostino Gemelli. A questi si aggiunse Moro, eletto nella circoscrizione elettorale di Bari – Foggia, terra di un altro grande costituente, Giuseppe Di Vittorio, terra a netta prevalenza monarchica.
Portarono in Assemblea competenze tecniche di altissimo livello, una visione riformista ispirata dalle posizioni sociali più avanzate all’interno della Chiesa dell’epoca: sostenevano un forte impegno sociale della DC e una visione dello Stato attenta alle classi più povere. Si opposero alla linea centrista e filoliberale assunta dal governo De Gasperi, ponendo le basi per il nascente centrosinistra democristiano che darà l’impulso decisivo allo sviluppo dell’economia italiana e alle prime riforme volte a ridistribuire la ricchezza prodotta in seguito alla crescita economica degli anni Sessanta. Orientarono, in modo definitivo, la politica sociale dei governi italiani dalla fine degli anni Cinquanta in poi, tentando la via dell’autonomia italiana in politica estera e nelle politiche mediterranee.
Seppero donare alla Costituzione e al Paese una visione umanista, mettendo al centro la persona umana, a discapito di uno Stato che durante il Fascismo aveva assunto una dimensione ipertrofica e totalizzante. Dossetti individuò il presupposto ideologico della Costituzione nel principio antifascista dell’anteriorità della persona. Era il ripudio del principio fascista “Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato” perché si affermava l’anteriorità della persona e quindi dei suoi diritti inviolabili rispetto allo Stato.
A Moro si deve un passaggio culturale di fondamentale importanza e che condiziona ancora oggi il dibattito politico nazionale, alimentato purtroppo dalle destre che negano o ignorano la natura antifascista del nostro Stato. La Costituzione non doveva limitarsi ad essere “a-fascista”, ma profondamente e intimamente “antifascista” allo scopo di rendere ancora più evidente la frattura con il passato sancito dal nuovo ordinamento. Questa e altre riflessioni di Moro vennero ispirate dallo studio degli autori cattolici più progressisti, tra i quali Toniolo, Sturzo, Hauriou e Maritain.
Moro fu membro della “Commissione dei 75”, composta da deputati rappresentanti di tutti i partiti e che aveva il compito di elaborare e proporre il progetto della nuova Carta costituzionale. Fu membro del “Comitato dei 18”, luogo chiave del compromesso politico fra i diversi schieramenti prima del passaggio in aula. Contribuì a definire la Repubblica come “fondata sul lavoro”, nella scrittura dell’art. 1, riuscendo a mediare tra le istanze marxiste di definire l’Italia come “Repubblica di lavoratori” e la visione più liberale che tendeva ad escludere il lavoro tra gli elementi costitutivi della Repubblica. Mediò attivamente affinché si affermasse il principio di eguaglianza sostanziale, affinché la Costituzione garantisse a tutti i cittadini i mezzi per sviluppare la propria personalità, rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e sociale ed evitando che il principio di eguaglianza restasse un mero enunciato di principio. E aveva soltanto trent’anni.
- Maurizio D’Ago: Presidente Acli Campania
