Un cristiano onorato con il Premio Nobel per la Pace nel 1961, assegnato postumo, pochi mesi dopo il suo assassinio. Premio assegnato per riconoscere il suo impegno nel creare un Segretariato ONU efficiente e indipendente
Il 18 settembre del 1961 l’aereo che trasportava il Segretario Generale dell’ONU, lo svedese Dag Hammarskjold, scompare dai radar nei cieli della Rhodesia Settentrionale, Stato fantasma e profondamente razzista, all’epoca ancora colonia britannica e dal 1963, due anni dopo la morte del segretario generale, divenuto Zambia.
La morte di Hammarskjold è ancora ammantata dal più cupo mistero, come quella di Aldo Moro, di cui abbiamo in parte già scritto, come quella di Olof Palme che tratteremo in futuro.
La morte del Segretario Generale è ricordata, nella storia dell’aviazione, come l’incidente del Douglas DC – 6 dell’ONU. Inchieste rhodesiane, internazionali e delle Nazioni Unite non hanno mai chiarito l’esatta dinamica degli eventi. L’ultima inchiesta, voluta dal segretario generale Ban Ki Moon nel 2015 ha finito con l’alimentare le ombre anziché schiarirle.
Lo scenario nel quale avviene la morte di Hammarskjold, segretario generale dal 1953 e uomo apprezzatissimo per le sue capacità politiche e di mediazione, è quello della decolonizzazione. Le ex potenze europee, ormai assurte a forze minori della politica e della storia, sono recalcitranti a “mollare l’osso”. Il Portogallo non vuole rinunciare alle sue colonie in Angola e Mozambico, il Belgio non ha alcuna intenzione di privarsi del Congo e delle sue immense ricchezze minerarie. Tra il 1885 e il 1908, il territorio del Congo fu un dominio privato di re Leopoldo II del Belgio, a buona ragione considerato uno dei più grandi criminali della storia contemporanea. Non si trattò di una colonia del Belgio, ma di un’unione personale: il re del Belgio era anche l’unico monarca e proprietario assoluto di un vasto impero africano, gestito per fini di estremo sfruttamento economico. Questa eredità non pesava come un macigno sulla coscienza dei governanti belgi: erano troppe le opportunità offerte dalle immense ricchezze congolesi. Minerali e soprattutto diamanti. Ancora oggi Anversa è la capitale mondiale del commercio dei diamanti.
Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, però, nuove forze si affacciano in Africa e spingono nelle direzioni a loro più consone. Gli USA vogliono frenare l’espansione socialista nel Terzo Mondo, che sembra inevitabile e, al contempo, recuperare i giacimenti di risorse ancora nelle mani dei morenti imperi europei. L’Unione Sovietica, dal canto suo, finanzia e arma la decolonizzazione con lo scopo preciso di assurgere a modello politico ed economico dei paesi del Terzo Mondo.
L’ONU, guidata da Dag Hammarskjold, tenta la mediazione impossibile tra tre parti – USA, URSS, vecchie potenze coloniali – i cui interessi sono confliggenti per natura. Ma il ruolo dell’organizzazione è indiscusso e indiscutibile. Spetta a lei il compito di dirimere i conflitti, a lei il ruolo cardine della politica mondiale. Gli scenari del secondo conflitto mondiale, infatti, avevano profondamente scioccato i governi e le opinioni pubbliche: eravamo andati troppo vicini al baratro e, dunque, la necessità di un organismo internazionale era impellente, condizione imprescindibile per ricostruire la convivenza umana sulla Terra.
I tentativi di Dag Hammarskjold sono innumerevoli ma, a detrimento degli interessi degli attori protagonisti del conflitto, vanno in una duplice direzione: rispetto del diritto internazionale e delle convenzioni ONU da poco approvate e, pertanto, riconoscimento del principio di autodeterminazione dei popoli e di conseguenza indipendenza congolese. Difficile far passare questa linea.
Eppure, Dag Hammarskjold, come il nostro Aldo Moro, ha agito ispirato da una fede sincera con tratti di puro misticismo. Lontano dalle istituzioni ecclesiali è stato il promotore di un cristianesimo extra – ecclesiale. Dalla sua opera pubblicata postuma “Tracce di Cammino” edita da Qiqajon Edizioni della Comunità di Bose (2006), emerge il ritratto di un uomo schivo e solitario capace di vivere, in ogni caso, una straordinaria opera di comunione con gli altri. Mettere da parte il proprio ego per fondere l’azione diplomatica nell’interesse degli altri con la fede. È nota la sua distinzione metodologica nell’agire da cristiano: “Dal parlare di Dio al parlare con Dio”. Nel suo agire silenzioso, tenace e paziente, la fede non era un’adesione intellettuale, non era una scelta razionale dell’intelletto ma un’esperienza esistenziale e totalizzante. La sua mistica è definita come “mistica del servizio”: l’unione con Dio non si realizza nella fuga dal mondo, ma nel cuore delle responsabilità e nella difesa della pace. Un cristiano dal pensiero e dall’azione potente rimasto stritolato dall’azione prepotente e ottusa degli interessi economici in conflitto. Un cristiano onorato con il Premio Nobel per la Pace nel 1961, assegnato postumo, pochi mesi dopo il suo assassinio. Premio assegnato per riconoscere il suo impegno nel creare un Segretariato ONU efficiente e indipendente, per la sua gestione della crisi in Medio Oriente e Congo, e per l’ideale di “creare pace e magnanimità tra le nazioni e gli uomini”.
Contrariamente agli anni di Dag Hammarskjold l’ONU affronta oggi una crisi di credibilità senza precedenti. L’incapacità di fermare conflitti gravi e il potere di veto del Consiglio di Sicurezza alimentano la percezione di un’organizzazione paralizzata. Il diritto internazionale risulta vacillare sotto i colpi delle potenze grandi o piccole prevaricatrici dei diritti dei popoli. Il paradosso è che i distruttori del ruolo delle Nazioni Unite, oggi, sono le potenze occidentali, USA in testa, che avevano lottato e contribuito economicamente alla sua creazione, per evitare che gli orrori della Seconda Guerra Mondiale, generati dal nazismo tedesco e dal fascismo italiano, potessero riprodursi in un futuro più o meno prossimo. Tuttavia, sebbene il suo ruolo politico sia indebolito, l’ONU resta uno strumento indispensabile per la cooperazione globale da difendere a spada tratta dagli attacchi della cultura guerrafondaia.
- Maurizio D’Ago: Presidente Acli Campania
