Papa a Lampedusa: parole e immagini

Maurizio D'Ago

La visita di Leone XIV non è stata solo la preghiera per i morti nel Mediterraneo ma un messaggio potente rivolto ai responsabili della strage: “I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese che di decisioni mancate”.

Due foto: la prima, Papa Leone cammina. La sensazione è che vada a passo svelto. L’abito è scosso dal vento. Alla sua sinistra dà la mano a un ragazzo, alla destra a una ragazza. Chiude il gruppo, all’estrema sinistra della foto, una seconda ragazza. In prospettiva, nel fondo della foto, La porta dell’Europa, simbolo di Lampedusa e dell’accoglienza umana. Sempre in fondo ma spostate sulla destra della foto, due bandiere poste una sopra l’altra: più giù la bandiera italiana, più su quella europea. Sullo sfondo, due barche bianche e il mare azzurro.

 

 

La seconda. Papa Leone è fermo, il fotografo lo riprende di spalle. Il volto non si vede, le emozioni non possono trasparire. La foto lo ritrae al centro della Porta dell’Europa. La mano destra è appoggiata allo stipite della porta. La sensazione è duplice: è lui che si regge alla porta o è lui che regge la porta? Lo sguardo è rivolto verso il mare azzurro.

Dalle cronache del 4 luglio è emerso che il viaggio è durato poche ore e che il Papa è stato a lungo solo. Le due foto sembrano confermare la sua solitudine. Nessun politico, nessun capo di Stato o sovrano che sia, ha il coraggio di assumere le posizioni umaniste di Papa Leone sul tema dell’immigrazione. Su questo punto, su questa questione così specifica e così decisiva per l’umanità, Papa Leone è solo.

L’umanesimo cristiano, nel mettere l’uomo e la donna al centro del disegno divino, non può cedere a letture economicistiche e utilitaristiche del fenomeno migratorio e dell’accoglienza. Nelle barche alla deriva vede essere umani da salvare, non bocche da respingere. Negli assetati, distesi sui moli del Mediterraneo, vede i propri fratelli da accudire. Nei viandanti senza dimora e senza riparo vede sé stesso in una vita alla deriva che non è stata scelta ma è frutto del sopruso e della violenza. Tutto ciò determina una distanza ad oggi incolmabile tra il pensiero e la posizione della Chiesa Cattolica e il discorso pubblico alimentato dai partiti politici europei. Distanza che va urgentemente colmata riempiendo di contenuto umanista il dibattito e la cultura della nostra contemporaneità. Bisogna fare ciò, non solo perché è la cosa giusta dal punto di vista teorico, perché è la cosa più coerente con il messaggio evangelico. Va fatto perché l’avanzare delle destre sempre più reazionarie in tutta Europa, l’esperienza raccapricciante dell’ICE negli Stati Uniti e il diffondersi del concetto della reimmigrazione nel dibattito pubblico, metteranno a repentaglio la vita stessa delle persone immigrate presenti nei nostri territori.

Le parole incendiarie di Herbert Kickl in Austria, prontamente riprese da Roberto Vannacci e Matteo Salvini in Italia, non provocano soltanto sdegno nelle anime più sensibili, armano la mano degli stolti e delle persone spaventate dai cambiamenti in atto nella società. Il pericolo, dinanzi al quale i cristiani devono porsi come argini, è la violenza fisica, la caccia al migrante, al nero, al diverso. I pericoli sono le espulsioni extraguidiziarie, i conflitti istituzionali che ne deriverebbero, la tenuta stessa delle nostre democrazie. L’obiettivo delle destre estreme, facendo leva sull’idiosincrasia per il diverso, è soffiare sulle braci di un malcontento diffuso nella nostra società a prescindere dalle reali condizioni sociali ed economiche, allo scopo preciso di limitare la libertà delle persone, costruire dinamiche istituzionali al di là della Costituzione, inaugurare un potere il più possibile legibus solutus capace di assumere le forme delle autocrazie statunitense, russa e cinese. Nella narrazione delle destre estreme gli scontri geopolitici in atto non hanno e non devono assumere la forma dello scontro tra civiltà, ispirate da valori e da modelli sociali ed economici differenti. Devono essere scontri di mero potere perché è solo questo che conta davvero. E il potere oggi richiede un livello di efficienza che la democrazia, a loro dire, non è in grado di garantire.

Papa Leone sa che all’orizzonte si ammantano nubi color piombo anche mentre osserva il mare azzurro di Lampedusa. La visita non è stata soltanto la preghiera per i tanti morti nel Mediterraneo (circa 30.000 dal 2014 ad oggi) ma un messaggio potentissimo rivolto nei confronti dei responsabili della strage: “C’è chi sceglie di non farsi prossimo e chi sceglie di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese che di decisioni mancate”. La visita a Lampedusa ha portato con sé un messaggio rivolto alle coscienze di tutti i cristiani che, per sentirsi tali, hanno il dovere di assumere la sola e unica postura dettata dalla fratellanza.

Papa Leone sa, e l’ha ricordato nella sua omelia, che la sua solitudine potrebbe essere rotta dall’intervento politico, in primis dell’Europa. “Da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee. Anche per questo aspetto – come per quelli della transizione ecologica e della promozione della pace – l’Europa possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità. Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale – ha detto ancora il Papa – l’Europa è in grado – in quest’area – di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona. È un compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa”.

Se i governi continueranno a non assumere le decisioni necessarie a garantire la sopravvivenza dei migranti, la loro cura, l’integrazione nelle nostre società, con il passare del tempo, con la recrudescenza della violenza rivolta nei loro confronti, a ciascuno toccherà disobbedire a leggi ingiuste, fare interposizione morale e fisica contro gli atti di barbarie, diffondere con ogni mezzo i valori di umanità, fratellanza e uguaglianza tra tutti gli esseri umani, a prescindere dal colore della pelle, a prescindere dal paese di provenienza. A volte potrebbe apparire più saggio non chiedere da dove vieni ma dove stai andando. Non chiedere chi sei ma cosa stai diventando.

 

  • Maurizio D’Ago: Presidente Acli Campania

 

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