Il voto nell’ex Germania Est riapre una ferita mai del tutto rimarginata: tra nostalgia del passato, insicurezza sociale e nuove identità politiche
Nel 2013 la casa editrice Nottetempo ha pubblicato in Italia il libro “Lo splendore casuale delle meduse” – Der Hal der Giraffe in lingua originale, prima opera tradotta in italiano della scrittrice tedesca Judith Schalansky, autrice tra gli altri dell’originalissimo “Inventario delle cose perdute”, edito nel 2020 sempre da Nottetempo.
La protagonista del romanzo è Inge Lomark, insegnate di biologia in un villaggio rurale dell’ex Germania Est nel quale, finita la stagione della sicurezza sociale totale offerta in cambio della riduzione della libertà personale dalla socialdemocrazia autoritaria della DDR, i pochi superstiti dello spopolamento assaggiano malvolentieri i piccoli bocconi di benessere capitalistico che l’annessione della DDR alla Repubblica Federale aveva offerto loro.
Inge Lomark è un personaggio intriso di scientismo positivista che nega il valore delle emozioni nella vita propria e in quella degli altri, riconducendo ogni manifestazione umana a fattori eminentemente biologici, e vivendo una profonda nostalgia per i tempi che furono, per la vita semplice, stabile e organizzata della Germania comunista.
Il romanzo non è il solito volume “ostalgico”, laddove per Ostalgia s’intende la nostalgia per la vita dell’Est. L’Ostalgia è un fenomeno culturale che ha avuto grande sviluppo e successo in Germania a partire dagli anni Novanta, manifestandosi nella letteratura, nel cinema, fino alla diffusione, sotto forma di una vera e propria mania, di gadget e oggetti ispirati alla vita quotidiana della DDR. Questa particolare forma di nostalgia, infatti, più che svilupparsi e orientarsi in termini politici, nella forma del rimpianto verso il precedente regime, si manifesta prevalentemente nei confronti della vita quotidiana, animata da istituzioni (i raduni della gioventù, i club dei lettori, le organizzazioni sportive) capaci di pervadere tutti gli aspetti della vita dei cittadini della DDR. L’Ostalgia è nata come un movimento passatista e nostalgico, portatore di una retorica da paradise lost, da “si stava meglio quando si stava peggio” e, al di la dei bei libri e film prodotti (su tutti Goodbye Lenin di Wolfgang Becker del 2003) sembrava relegato per lo più ai gadget in vendita a Berlino e nelle altre città della ex DDR. Eppure, questo fenomeno nascondeva e nasconde qualcosa di più profondo.
L’azienda austriaca Red Bull, com’è noto, ha compiuto enormi investimenti in ambito sportivo, acquistando alcuni club calcistici dell’Europa Centrale – il primo fu il Salisburgo – e portandoli, grazie a campagne acquisti finanziate dai profitti della famosa bevanda, ai vertici dei campionati nazionali e in Champions League. Insomma, in teoria una vera e propria lampada di Aladino per ogni tifoso. I dirigenti della Red Bull, sondando il mercato dei club calcistici della ex DDR, tutti militanti nelle serie minori del campionato di calcio tedesco, iniziarono a nutrire delle mire per la Dinamo Dresda, storica squadra della DDR che, pur militando all’epoca stabilmente nella terza serie di calcio tedesca, poteva vantare un palmares di tutto rispetto, con ben otto campionati tedesco orientali vinti e sette coppe nazionali. Bastarono i primi articoli di giornale sulla stampa sportiva locale, che presentavano il possibile acquisto della squadra da parte della Red Bull, per scatenare proteste e manifestazioni in città, con un mix di indefinita fede politica e chiara fede calcistica che, come hanno dimostrato le guerre jugoslave e la parabola militare e calcistica della Tigre Arkan, non promettono mai nulla di buono. I tifosi della Dinamo e i cittadini di Dresda preferirono conservare il loro vecchio club, ormai avvezzo a cocenti sconfitte, pur di non svendere la propria tradizione calcistica. Rinunciarono esplicitamente ad una stagione di successo. “La storia non è in vendita”: questo era lo slogan più significativo usato durante le proteste. La Red Bull dovette dissuadersi dall’obiettivo e decise di varare verso la vicina Lipsia. Non osò proporre l’accordo calcistico e finanziario allo storico club Lokomotive Lipsia, altra squadra mitica della DDR le cui “macerie” giacciono da tempo nella quarta serie di calcio tedesca, preferendo chiudere l’intesa con un piccolo club sportivo della città che, rinominato RB Lipsia, in pochi anni ha fatto mostra di sé nelle principali competizioni europee e potendo vantare, dalla fondazione avvenuta nel 2009 ad oggi, ben due Coppe di Germania e due ottimi secondi posti in Bundesliga.
Il 20 agosto 2016, durante una partita di Coppa di Germania, i tifosi della Dinamo Dresda lanciarono in campo, contro i rivali politici e calcistici della RB Lipsia, una testa di toro mozzata e ancora sanguinante. La macabra azione fu accompagnata dallo slogan “La tradizione non si può comprare” per manifestare il loro disprezzo verso un club fondato da zero nel 2009 per scopi soltanto commerciali.
Nei giorni immediatamente successivi alla caduta del Muro di Berlino e in seguito all’apertura ancora parziale della frontiera tra le due Germanie, la Repubblica Federale diede un forte impulso al vecchio istituto del Bergrüßungsgel, il denaro di benvenuto. Ogni cittadino della DDR poteva recarsi in una qualsiasi banca della Repubblica Federale e, presentando il solo passaporto, riceveva 100 DM da spendere in occidente. È noto che oltre ai jeans “veri”, ben diversi da quelli autarchici prodotti ad Est, andarono a ruba le banane che la DDR aveva grande difficoltà ad importare per via della deficitaria bilancia commerciale. Finita la sbornia dei primi giorni di festa, tutti i cittadini della DDR tornarono nelle proprie case, assistendo al processo di annessione del proprio paese alla Repubblica Federale, allo smantellamento dei servizi di polizia e di sicurezza che li avevano tormentati per anni, alla distruzione e svendita dell’apparato industriale e sociale che aveva garantito loro scuola, sanità, pensioni, stabilità sociale assoluta, insicurezza inesistente.
“Dalla culla alla tomba”, la socialdemocrazia autoritaria garantiva protezione e cura, ricambiando con oppressione e sorveglianza. Agli appena nati la DDR donava un kit di benvenuto in plastica economica, spedito direttamente a casa, contenente il necessario per la pappa del neonato e per i primi accudimenti. E così via, fino alla vecchiaia.
Nei mesi immediatamente successivi alla caduta del Muro di Berlino, le piazze della DDR furono animate da un movimento che era dichiaratamente contrario all’annessione. Con lo slogan “Wir am Wolk” – Il popolo siamo noi – i cittadini e gli intellettuali della DDR spingevano per una riforma dello Stato, per un socialismo dal volto umano, capace di depurare le istituzioni dalle storture del regime. D’altronde, il tema di una sola grande Germania, nella forma della Repubblica Federale, spaventava tutte le cancellerie europee. Celebre la frase ironica e intelligentissima di Giulio Andreotti: “Amo così tanto la Germania che preferisco averne due”.
L’annessione alla Repubblica Federale ha offerto l’impagabile libertà a persone transitate senza soluzione di continuità dalla dittatura nazista a quella comunista ma l’impatto con il mondo nuovo e aperto, con l’incertezza determinata dalle fluttuazioni del libero mercato, ha generato un senso di profonda insicurezza in un mondo avvezzo alla pianificazione capillare, alla stabilità, alla sicurezza.
Un popolo separato per quasi cinquanta anni aveva sviluppato narrazioni di sé ben diverse. La Repubblica Federale, pur avendo nel proprio seno moltissimi dirigenti dal passato nazista, ha nutrito nella propria cultura un profondo senso di colpa per i crimini nazisti, diffuso in tutti gli ambiti della cultura tedesca. La Repubblica Federale ha percepito sé stessa, in continuità con il passato nazista, come la figlia colpevole per le colpe dei padri criminali. La DDR, nella narrazione di sé e nella retorica del regime, rappresentava il riscatto attivo del popolo tedesco dinanzi ai crimini dei padri. Era il giovane Stato rivoluzionario che aveva tagliato i ponti con il passato nazista e che attraverso la propria azione politica interna costruiva un cittadino tedesco nuovo, moderno e socialista. I leader della DDR, d’altronde, a partire da Walter Ulbricht ed Eric Honecker, avevano conosciuto le carceri naziste con lunghe detenzioni. Erano la rappresentazione plastica della distanza dal passato hitleriano. D’altro canto, il Muro di Berlino, narrato da Est, veniva chiamato Antifaschistischer Schutzwall, barriera di difesa antifascista. L’assenza di senso di colpa per i crimini del nazismo, il riscatto derivato da cinquant’anni di antifascismo militante, probabilmente rendono l’adesione alle nuove forme di estremismo più facile e spontaneo, rendono il concetto di “cordone sanitario” a protezione delle istituzioni democratiche più difficile da digerire. Oppure, diversamente, ritengono il nazismo e le sue nuove manifestazioni come “un altro da sé”, troppo distante data la cesura costituita da decenni di separazione.
Due narrazioni diverse, dunque, evolutesi in trentacinque anni di vita insieme, in un solo Stato, che sono giunte entrambe ad una profonda maturazione nutrita da storiche diversità, da aspettative deluse, da un sistema capitalistico giunto nei Lander dell’Est già in crisi, già asfittico.
L’8 settembre 2026 Alternative für Deutschland (AFD), il partito di estrema destra xenofobo e di chiara ispirazione neonazista, ha stravinto le elezioni nel Lander della Sassonia Anhalt, ex DDR. Per molti è solo un voto di protesta, contro il caro prezzi, la benzina, le bollette, gli immigrati clandestini. Potrebbe esserci qualcosa in più. I cittadini della ex DDR hanno smesso di essere ostalgici, di guardare al proprio passato come al paradiso perduto e hanno iniziato ad intravedere una prospettiva securitaria futura, capace di costruire il sogno di un mondo stabile e sicuro soltanto per i tedeschi, cedendo alle promesse e alle lusinghe di un movimento politico che, va ricordato, è nato nella Germania Occidentale (in Assia).
- Maurizio D’Ago: Presidente Acli Campania
