Berlino ha sempre vissuto di vuoti. Questa volta i berlinesi chiedono di riempirli di una politica capace di rispondere al disagio non con la chiusura ed il risentimento ma con la redistribuzione, l’attenzione verso chi è più fragile
Uno dei libri più significativi per comprendere il cambiamento che ha attraversato Berlino negli ultimi decenni è stato scritto da un giovane scrittore italiano, Vincenzo Latronico, ed è “La chiave di Berlino” pubblicato per la prima volta in Italia da Giulio Einaudi nel 2023 e pubblicato in oltre 30 paesi. Il libro, a metà fra romanzo e saggio, racconta la parabola della capitale: da utopia accessibile e quasi anarchica dei primi anni Duemila a metropoli normalizzata dal mercato immobiliare. Le cicatrici del Novecento avevano lasciato vuoti enormi, e una generazione di europei li ha riempiti di sogni, rave, nostalgie e speranza di una nuova vita. Latronico, arrivato nel 2009, descrive con lucidità le case condivise, la ricerca infinita di un appartamento, la burocrazia e la gentrificazione in atto nella capitale tedesca e in tante altre città italiane ed europee.
La città dei quartieri di Berlino Est – Mitte, Prenzlauer Berg, Marzahn-Hellersdorf – animati per più di un decennio da artisti e intellettuali pur conservando la natura popolare e proletaria della loro origine nella cultura profonda della DDR, ha subito un cambiamento radicale, accogliendo capitali e osservando i grandi investimenti immobiliari che stanno cambiando il volto di zone che avevano peculiarità uniche in Europa e che oggi corrono il rischio di diventare molto simili a tante zone di tante città europee. Se l’estetica di questi luoghi potrebbe – per alcuni e soltanto per alcuni, non per chi scrive – apparire per certi versi migliorata, appare evidente il mutamento dell’anima di questi luoghi e l’abbandono di un progetto di rivitalizzazione urbana che ha condotto a Berlino intere generazioni di giovani europei.
La città “piena di vuoto”, narrata da Latronico, è stata riempita di progetti sociali e culturali autonomi e indipendenti capace di colorare il grigiore dei Plattenbau, dei viali poco e male illuminati, dei grossi edifici rimasti disabitati e divenuti centri sociali di fama mondiale. Uno su tutti il Tacheles di Oranienburger Straße, divenuto subito dopo la caduta del Muro il celebre centro culturale autonomo Kunsthaus Tacheles. Chiuso nel 2012 e ristrutturato, oggi l’area ospita il complesso urbanistico e museale Am Tacheles con la sede berlinese di Fotografiska, dedicato alla fotografia contemporanea, all’arte visiva e all’incontro sociale, aperto nel settembre 2023. Un intervento di riqualificazione sicuramente virtuoso ma che ha obiettivamente imborghesito un progetto sociale e culturale che aveva una natura profondamente popolare.
Se Latronico racconta la Berlino delle cicatrici riempite dai nuovi arrivati, Katja Oskamp, in “Marzahn, mon amour”, racconta quelle di chi c’era già, dei cittadini di una parte di Berlino il cui sviluppo è indissolubilmente legato allo sviluppo della DDR. Edito per la prima volta in Italia da L’Orma editore nel 2023 è stato pubblicato in oltre venti Paesi. Marzahn, nel nord-est della città, fu il primo quartiere occupato dall’Armata Rossa nel 1945 e finì nel settore sovietico. Negli anni Settanta fu il primo dei grandi quartieri residenziali con cui il regime socialista volle dare una casa a una Germania Est in ricostruzione. Chi ci passa porta con sé i pregiudizi sul cemento prefabbricato dei Plattenbau, e Oskamp li smonta con ironia: il quartiere è verde, con viali larghi e marciapiedi curati. Ce n’è uno però che regge: nei Plattenbau si sente tutto, per via delle pareti prefabbricate assai sottili. La narratrice, scrittrice dalla carriera incerta e dalla vita famigliare sbiadita, ripiega sul mestiere di pedicure in un salone di Marzahn. Lì incontra soprattutto anziani, e scopre che i piedi sono un ottimo modo per farsi raccontare una vita. Ogni capitolo è il ritratto di un cliente o di una cliente: una commedia umana in miniatura, in cui la solidarietà e il mutuo aiuto dei quartieri popolari dell’ex DDR emergono senza sentimentalismo e senza condanna. Ci sono anche i profughi di ieri, come Gerlinde Bonkat, nata a Königsberg nel 1938, arrivata a Est dopo lunghe traversie.
Due aspetti del libro parlano direttamente al presente. Il primo è la memoria: Oskamp registra la vita ordinaria quasi con piglio documentaristico, in controtendenza alla riscrittura della storia seguita all’annessione della Germania orientale negli anni Novanta. Il secondo è il dialetto berlinese, che a Est resta più diffuso e che molti continuano a parlare, pur sapendo che salendo nella scala sociale della «Nuova Germania» è visto con sufficienza. Per chi lo usa nella comunicazione di tutti i giorni è un piccolo gesto di resistenza.
Domenica 20 settembre Berlino ha fatto qualcosa che pochi, fino a un anno fa, avrebbero scommesso di vederle fare. Die Linke ha vinto le elezioni locali con il 25,7 per cento dei voti, il miglior risultato della sua storia. I dati provvisori la collocano davanti a CDU (18,8%), AfD (16,3%), Verdi (14,3%) e SPD (12,1%), mentre l’Alleanza Sahra Wagenknecht è rimasta sotto la soglia del 5%, con il 4,7%. Nel 2023 la Linke si era fermata al 12,2%: il suo consenso è più che raddoppiato.
Il dato politico è chiaro. Quello culturale richiede una lettura più lunga, perché questa vittoria dice qualcosa su che cosa sia diventata Berlino e su quante Berlino convivano nello stesso confine amministrativo.
Elif Eralp, 45 anni, avvocata, figlia di sindacalisti turchi fuggiti in Germania dopo il golpe del 1980, ha costruito la campagna su un’unica parola: casa. In una città dove l’85% dei residenti vive in affitto e i canoni sono saliti del 77% in pochi anni, ha rilanciato la socializzazione dei grandi gruppi immobiliari, a partire da Vonovia e dai suoi 130mila alloggi berlinesi. È la misura che il referendum del 2021 aveva già approvato con il 57,6% dei voti, senza che nessuno la attuasse. Come Mamdani a New York, Eralp ha puntato sulla crisi abitativa, come gli animatori delle proteste spagnole sul diritto alla casa che hanno convinto in questi giorni il premier Sanchez ad indire le nuove elezioni.
Ma la vittoria non è ancora un governo. La carica di sindaca non è elettiva in modo diretto: Eralp dovrà essere eletta dal parlamento del Land, dove la Linke avrà 47 seggi su 158. L’alleanza naturale con Verdi e SPD ha i numeri, ma la lista socialdemocratica si oppone all’espropriazione, e l’espropriazione è il cuore del programma.
Qui sta la chiave culturale per leggere il voto. A Est, la Linke è erede del vecchio partito di Stato ma anche portavoce di un sentimento diffuso di cittadinanza di serie B: salari più bassi, patrimoni più modesti, biografie svalutate dopo il 1990. Quello stesso sentimento alimenta l’AfD, che nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore ha appena ottenuto una straordinaria vittoria alle elezioni. A Berlino i sondaggi della vigilia davano nei quartieri orientali una sfida quasi alla pari: Linke al 25% e AfD al 22%. Non sono in possesso dei risultati distretto per distretto, ma l’impressione è che la campagna di Eralp sia stata anche una scommessa su quel confine: convincere l’elettore deluso che la risposta al disagio è la redistribuzione, non il risentimento.
La Berlino di Latronico, quella dei nuovi arrivati e degli inquilini precari, e la Berlino di Oskamp, quella degli anziani dei Plattenbau, sembrano abitare città diverse. Eppure, entrambe parlano di casa, di cura, di chi ha diritto a restare dove vive. La Linke di Eralp prova a tenerle insieme: i giovani espropriati dal mercato e gli anziani espropriati dalla storia, i figli dell’immigrazione di Neukölln e i residenti dell’Est.
Portare effettivamente Elif Eralp a rivestire la carica di sindaca non sarà semplice. La coalizione dipende da un SPD ostile all’espropriazione, e le tensioni interne al partito sono un’ombra concreta: il presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, Josef Schuster, ha messo in guardia Verdi e SPD dal collaborare con la Linke, e il tema dell’antisemitismo è tra le condizioni poste dai possibili alleati. Eralp dovrà dimostrare di poter essere, come ha promesso, la sindaca di tutti.
Berlino ha sempre vissuto di vuoti. Questa volta sono i berlinesi a chiedere di riempirli di politica.
- Maurizio D’Ago: Presidente Acli Campania
