La fine tragica di Aldo Moro ha rappresentato uno spartiacque nella storia del nostro paese. Pose fine a circa un decennio di lotte e rivendicazioni sociali, fu lo squarcio in cui precipitarono tutte le istanze riformatrici e il tentativo di modernizzare il paese.
Le inchieste giudiziarie e storiche sui mandanti ed esecutori del crimine politico più grave della storia repubblicana hanno seguito i percorsi più diversi e sopravvivono ancora oggi zone grigie, in ombra, che non consentono una piena ricostruzione dei fatti per la quale, probabilmente, ci vorrà ancora un po’ di tempo. Certamente, Moro non era amato dagli americani e aveva in mente un progetto – coinvolgere il PCI nella responsabilità di governo – che faceva paura a molti. D’altronde i governi Andreotti III e IV avevano ottenuto il sostegno indiretto del PCI, attraverso l’escamotage della “non sfiducia” e, in seguito, con l’appoggio esterno. Il mondo stava effettivamente cambiando e le forze politiche più rappresentative iniziavano ad intravedere scenari nuovi, cercavano d’interpretare la realtà sotto profili diversi. Eppure, una parte del mondo occidentale e del paese faticava ad accettare il cambiamento e vi si opponeva con tutte le sue forze.
La fine tragica di Aldo Moro ne ha, in parte, oscurato l’operato. È stata tale e tanta l’attenzione sugli ultimi mesi della sua vita che si ha la sensazione che la morte abbia assorbito per intero la sua vita. Eppure, prima di divenire la vittima sacrificale di un intero sistema politico – secondo gli storici più attenti la Prima Repubblica muore il 9 maggio 1978 – Aldo Moro è stato un politico raffinatissimo, uno straordinario mediatore, un uomo dal coraggio fuori dalla norma.
Non è possibile ripercorrere in un breve articolo neanche una parte del pensiero e dell’azione politica di Moro. L’idea, nelle righe che seguono, è di cogliere alcuni aspetti del pensiero e dell’azione politica di Moro sugli scenari mediorientali della fine degli anni Sessanta. Su quegli scenari che oggi sono di grandissima attualità. L’idea è di non fare un parallelo tra ieri e oggi per il semplice motivo che il parallelo verrà da sé. Chi leggerà noterà le differenze. Una premessa in tal senso, però, va fatta ed è necessaria per comprendere l’incredibile impasse nella quale ci troviamo oggi sul tema della questione palestinese e dei rapporti con l’Iran. All’epoca di Moro esistevano due attori che oggi non ci sono più: 1) Una classe politica preparatissima e selezionata all’interno di organizzazioni democratiche enormi con altissimi livelli di competitività interna; 2) L’ONU, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, era l’istituzione deputata a risolvere le controversie internazionali. Lo era per davvero. Sembra strano pensarci oggi, dal momento che l’ONU ha subito gravissime delegittimazioni.
Tra il 1963 e il 1978 Moro assunse e l’Italia con lui una posizione di rilievo fondamentale nella politica mediterranea e nel conflitto arabo israeliano. All’epoca non c’erano gli Accordi di Abramo, cioè il tentativo di alleare gli stati arabi ad Israele in ottica anti-iraniana. All’epoca le “piazze arabe” erano in grandissimo fermento e il principale tema all’ordine del giorno della politica internazionale in Medio Oriente era la questione palestinese: il diritto del popolo palestinese ad un proprio Stato sovrano, la liberazione dei territori occupati da Israele dopo il 1948 e, successivamente, l’applicazione della Risoluzione ONU 242 del 1967 con il ritiro delle truppe israeliane entro i confini antecedenti alla Guerra dei Sei Giorni. I principali oppositori di Israele non erano gli iraniani ma gli stati arabi di Egitto, Siria e Giordania, accomunati dall’idea panarabista dell’unità della nazione araba.
L’Italia, attraverso una rappresentanza politica di altissimo livello e una politica di investimenti petroliferi inaugurata dall’ENI di Enrico Mattei, giocava sullo scacchiere mediterraneo il ruolo della media potenza. Le prime politiche filoarabe vennero inaugurate da Amintore Fanfani, 6 volte primo ministro e 3 volte ministro degli esteri, ideatore del centrosinistra e precursore di Aldo Moro. Nella DC e nelle forze di governo dei primi anni Sessanta venivano rappresentate due posizioni confliggenti sul conflitto arabo-israeliano: Una maggioranza divisa tra le propensioni filoarabe, rappresentate soprattutto da Fanfani, e la linea filo-israeliana, che era guidata dalla destra DC, dai partiti laici di centro e dallo stesso partito socialista[1]. Questi gli equilibri politici italiani all’alba della Guerra dei Sei Giorni (1967).
Quando la mattina del 5 giugno 1967, le forze armate israeliane diedero inizio alle ostilità sui fronti egiziano, giordano e siriano, il primo ministro Levi Eshkol scrisse una lettera ad Aldo Moro. In questa missiva, Eshkol usava un tono abbastanza polemico, sia nei confronti delle Nazioni Unite, accusate di non aver saputo prendere, fino ad allora, nessuna iniziativa efficace, sia nei confronti di quei paesi che avevano inviato appelli alla moderazione ed alla pazienza. In riferimento al governo italiano, Levi Eshkol concludeva la lettera nel modo seguente: «Io spero nel modo più serio che Ella si esprimerà ora chiaramente e fermamente contro l’aggressione che è stata perpetrata contro di noi e farà il possibile per impedire che forze estranee sfruttino e allarghino la tensione»[2].
La lettera di Eshkol a Moro colpisce per due ordini di motivi che tracciano una prima differenza tra la rilevanza dell’Italia nelle politiche mediorientali dell’epoca e in quelle attuali. Il primo ministro israeliano scrisse direttamente al suo omologo italiano preannunciando lo scoppio di uno dei conflitti più significativi della seconda metà del XX secolo, a riprova delle centralità italiana su quello scenario e confermando il ruolo di media potenza regionale. Dall’altra parte, la lettera di Eshkol a Moro conferma la decisione assunta in seno alla DC, nonostante i numerosi contrasti interni, di rappresentare una linea politica che può essere rappresentata come l’incedere progressivo tra l’equidistanza tra le parti in conflitto e il filoarabismo coltivato da Fanfani, Moro e Andreotti. Il parallelo con i giorni nostri risulta impietoso. Il 1° marzo 2026 il Ministro della difesa in carica Guido Crosetto è rimasto bloccato negli Emirati Arabi Uniti, dove si era recato per un viaggio privato, ignaro dell’imminente attacco di Israele all’Iran. Il nostro attuale governo si è dimostrato non in grado di rappresentare una posizione sulla questione palestinese in linea con il diritto internazionale e coerente con il pensiero espresso con evidenza dalla maggioranza dei cittadini italiani.
Quali furono le ragioni della politica filoaraba di Moro e della DC sullo scenario mediorientale? Dal punto di vista prettamente politico Fanfani e, successivamente, Moro furono animati, negli scenari internazionali, da un ecumenismo cattolico volto a valorizzare la pace come elemento fondamentale per costruire una solida cooperazione internazionale e basato su valori richiamati e vissuti come non negoziabili. Dal punto di vista americano, ovviamente, ciò veniva percepito come un «tiepido atlantismo», una «scarsa solidarietà con gli USA sulla questione vietnamita» e una malcelata «freddezza verso Israele»[3].
Dal punto di vista strategico, però, la tendenza filoaraba della Democrazia Cristiana non era frutto di un’ideologia monolitica, ma piuttosto di una strategia politica ed economica pragmatica. L’Italia, priva di grandi risorse energetiche proprie, dipendeva fortemente dal petrolio arabo. Mantenere buoni rapporti con i paesi arabi era fondamentale per garantire l’approvvigionamento energetico e per sostenere le attività di aziende di Stato come l’ENI, che avevano forti interessi nel Mediterraneo. La DC di Moro perseguì una politica di cooperazione e stabilità nel Mediterraneo, conscia dell’unico ruolo strategico esercitabile dall’Italia, come ponte tra l’Europa e il mondo arabo. Ovviamente questo approccio non era scevro da contraddizioni e insidie. Nonostante la DC fosse il pilastro atlantista in Italia, la politica filoaraba permetteva di muoversi autonomamente rispetto agli Stati Uniti quando gli interessi italiani non coincidevano con quelli statunitensi. In ultimo, per evitare attacchi terroristici di matrice palestinese sul proprio territorio, la DC mise in atto una politica di “tutela” e dialogo con le diverse fazioni arabe e palestinesi. È il c.d. Lodo Moro: un accordo, tra lo Stato italiano e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), capace di garantire ai palestinesi il transito e la libertà d’azione sul territorio italiano in cambio della sicurezza del Paese, escludendo attentati sul suolo nazionale.
[1] Luca Riccardi, “Il Problema Israele” Diplomazia italiana e PCI di fronte allo Stato ebraico (1948-1973) , Guerini e Associati, 2006, pp. 216 – 222.
[2] ACS, FAM, ex b. 147, f. “Moro all’ONU, 19-23 giugno 1967”, “Messaggio del Primo Ministro di Israele al Primo Ministro Italiano S. E. Aldo Moro”, s.d. (ma 5 giugno 1967), p. 2 in “Fra diplomazia e petrolio. Aldo Moro e la politica italiana in Medio Oriente (1963 – 1978) AA.VV. Casucci Editore Bari 2018.
[3] Baget Bozzo, Tassani, Aldo Moro. Il politico nella crisi, p. 264, Sansoni, Firenze, 1983.
- Maurizio D’Ago: Presidente Acli Campania
