La sostenibilità oltre la retorica

Alessia Panella

La sostenibilità entra nel cuore delle scelte economiche e politiche: tra nuove regole europee e richieste di semplificazione, il vero nodo resta il futuro delle imprese e dello sviluppo.

C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui la sostenibilità poteva essere trattata come una parola gentile. Una di quelle espressioni capaci di stare bene ovunque: nei bilanci patinati, nei convegni d’impresa, nelle campagne istituzionali, nei codici etici e nei discorsi di fine anno. Una parola larga, rassicurante, talvolta perfino ornamentale. Quel tempo, però, è ormai lontano.

Oggi la sostenibilità non è più un capitolo accessorio della comunicazione pubblica o aziendale, è diventata un terreno di conflitto politico, industriale e culturale. Non perché sia meno importante di prima, ma perché ha cominciato a incidere sulle scelte reali: sugli investimenti, sui modelli produttivi, sulle filiere, sulla governance, sui sistemi di controllo e sulla reputazione delle imprese. E quando un principio smette di essere retorica e diventa criterio operativo, allora incontra inevitabilmente resistenze.

La domanda, dunque, non è più se la sostenibilità sia un valore condivisibile, quasi tutti, almeno in pubblico, sono disposti a riconoscerlo. La domanda vera è un’altra: siamo disposti a considerarla una regola dello sviluppo, oppure continuiamo a trattarla come un costo da sostenere finché il contesto politico o normativo lo impone?

In Italia, una risposta importante è arrivata dalla riforma costituzionale del 2022. L’articolo 9 della Costituzione ha introdotto espressamente la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. L’articolo 41 ha chiarito che l’iniziativa economica privata, pur libera, non può svolgersi in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. Non si tratta di dettagli lessicali ma di un concreto cambio di paradigma.

La Costituzione non afferma che l’economia sia nemica dell’ambiente, dice qualcosa di più moderno e più esigente: l’economia è libera, ma non è cieca. Produce valore solo se non distrugge le condizioni naturali, sociali e umane che rendono possibile quel valore. In questa prospettiva, la sostenibilità non è un vincolo esterno imposto all’impresa, ma una misura della sua qualità. Non limita lo sviluppo: lo qualifica.

Questa idea non nasce oggi. Già il Rapporto Brundtland del 1987 definiva lo sviluppo sostenibile come quello capace di soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri. Una definizione spesso citata, talvolta consumata dall’uso, ma ancora radicale perché costringe la politica e l’economia a misurarsi nel lungo periodo, cioè con ciò che raramente entra nei bilanci trimestrali, nei cicli elettorali o nelle strategie di breve periodo.

Il Green Deal europeo ha rappresentato, almeno nelle intenzioni, il tentativo più ambizioso di tradurre questa visione in politiche industriali, normative e finanziarie. Dall’economia circolare alle energie rinnovabili, dalla tutela della biodiversità alla rendicontazione non finanziaria, l’Unione Europea ha provato a costruire una cornice in cui competitività e transizione ecologica non fossero più considerate due obiettivi alternativi. È stato questo, forse, il merito più grande di quella stagione: avere messo in discussione il vecchio riflesso secondo cui la tutela dell’ambiente sarebbe un freno alla crescita.

La sostenibilità, invece, è esattamente il contrario: è la condizione di una crescita che voglia durare. Un’impresa che non conosce i propri impatti ambientali, che ignora la vulnerabilità delle proprie filiere, che non misura i rischi sociali, che non governa la qualità del lavoro o la relazione con gli stakeholder, non è un’impresa più libera è semplicemente un’impresa più esposta.

Dentro questo percorso si collocano la tassonomia ambientale, la Corporate Sustainability Reporting Directive e la Corporate Sustainability Due Diligence Directive. Sigle tecniche, certo, ma dietro la loro apparente freddezza burocratica si nascondeva una trasformazione profonda: portare la sostenibilità fuori dal terreno del racconto volontario per introdurlo in quello della misurazione, della comparabilità e della responsabilità.

La CSRD, in particolare, ha avuto il merito di porre alcuni principi essenziali: standard comuni per rendere confrontabili i dati ESG; doppia materialità, cioè attenzione sia agli impatti dell’impresa verso l’esterno sia ai rischi ambientali e sociali che ricadono sull’impresa stessa; collegamento tra bilancio economico e report di sostenibilità; obbligo di assurance esterna. In altre parole, non bastava più dire “siamo sostenibili” bisognava dimostrarlo, misurarlo, verificarlo. Il vero salto culturale risiedeva in questo aspetto. La rendicontazione di sostenibilità non chiedeva alle imprese soltanto di raccontarsi meglio, chiedeva loro di conoscersi meglio, di guardare dentro le catene di fornitura, nei consumi energetici, nelle emissioni, nei processi decisionali, negli impatti sociali e nelle politiche di governance. Chiedeva ai consigli di amministrazione di portare gli aspetti ambientali e sociali fuori dalla voce “varie ed eventuali” ma dentro la strategia.

Naturalmente la complessità era reale. Nessuno può negare che gli standard europei, i datapoint richiesti, i processi di raccolta dati e gli obblighi di verifica abbiano generato costi, difficoltà operative, necessità di formazione e nuovi carichi amministrativi, sarebbe ingenuo non riconoscerlo. Ma se da un lato la volontà è quella di semplificare una norma per renderla più applicabile il rischio è quello di svuotarla al punto da indebolirne la funzione.

È in questa tensione che si inserisce il Pacchetto Omnibus, presentato come intervento di semplificazione delle normative europee in materia di sostenibilità. L’obiettivo dichiarato è ridurre gli oneri burocratici, rendere più snella l’applicazione delle regole e alleggerire il peso sulle imprese. Un’esigenza legittima, soprattutto in una fase segnata da crisi energetica, instabilità geopolitica e crescente pressione competitiva globale.

Se partiamo dal presupposto che la sostenibilità debba essere sostenuta non solo da un obbligo normativo, ma anche da una volontà consapevole dell’impresa, intesa come scelta strategica, allora il tentativo del Pacchetto Omnibus può essere letto come un’opportunità per sburocratizzare alcuni passaggi e liberare spazio per i necessari processi di transizione. In questa prospettiva, la sostenibilità torna a essere una scelta: non semplicemente “buona”, ma giusta, soprattutto in un contesto come quello italiano, caratterizzato da un tessuto produttivo composto prevalentemente da piccole e medie imprese.

Eppure, il rischio è evidente: chiamare semplificazione ciò che, nei fatti, può diventare arretramento. L’aumento della soglia per il reporting obbligatorio da 250 a 1.000 dipendenti riduce drasticamente la platea delle imprese coinvolte. L’uscita delle PMI quotate dall’obbligo di rendicontazione, la volontarietà di alcuni standard, l’indebolimento della due diligence e della tassonomia ambientale rischiano di mandare un messaggio ambiguo: la sostenibilità è importante, ma solo quando non disturba troppo. È una contraddizione pericolosa. Se una norma è complessa, va migliorata. Se un sistema di rendicontazione è troppo oneroso, va reso più proporzionato. Se le imprese hanno bisogno di accompagnamento, occorre investire in competenze, strumenti e gradualità. Ma ridurre drasticamente il perimetro degli obblighi significa affrontare il problema della complessità tagliando il numero di soggetti chiamati alla responsabilità.

Il paradosso è che mentre una parte del legislatore sembra frenare, una parte significativa del sistema produttivo continua ad avanzare. Lo dimostrano le esperienze di imprese che, anche oltre l’obbligo normativo, partecipano a percorsi di valutazione, premi, reti e manifestazioni dedicate alla sostenibilità integrale. I dati del Premio Bilanci di Sostenibilità promosso da Corriere della Sera Buone Notizie e NeXt Nuova Economia per Tutti, ne sono una testimonianza concreta. Dal 2023 al 2025 sono stati analizzati 593 bilanci di aziende, grandi (442), medie (238) e piccole (162): 146 nel 2023, 216 nel 2024, 231 nel 2025 e 251 nel 2026. La crescita dei numeri, soprattutto fra i primi due anni, è dovuta sia al consolidamento dell’iniziativa, sia all’affermarsi e al diffondersi del perimetro di obbligatorietà del Bilancio di Sostenibilità, con la concretizzazione in standard di rendicontazione non finanziaria europei (gli ESRS dell’EFRAG), della nuova normativa europea sull’allargamento diretto (CSRD) e indiretto (CSDDD e Rating ESG per la concessione del credito). La crescita percentuale più considerevole si è registrata soprattutto fra le aziende di piccole dimensioni, passate da 29 nel 2023 a 57 nel 2026. Il dato segnala un rafforzamento della consapevolezza e della maturità organizzativa delle piccole imprese. Parallelamente ai numeri crescono la numerosità dei temi affrontati ma soprattutto i criteri di misurazione, materialità e la profondità di analisi di impatti rischi ed opportunità. Segnale evidente che molte aziende hanno compreso un punto decisivo: la sostenibilità non è solo compliance bensì una capacità manageriale.

Questo è forse il dato più interessante. L’obbligo normativo può accelerare un processo, ma non lo esaurisce. Quando un’impresa impara a misurare i propri impatti, a definire obiettivi, a leggere rischi e opportunità, a costruire relazioni più trasparenti con stakeholder e territori, acquisisce una competenza che resta. Anche se la norma cambia. Anche se la politica rallenta. Anche se il vento culturale sembra spostarsi altrove. Per questo la sostenibilità non può essere archiviata come una stagione regolatoria europea, né come un lusso da tempi prosperi. La crisi climatica, la scarsità delle risorse, il costo dell’energia, la qualità del lavoro, la stabilità delle filiere e la fiducia dei cittadini non dipendono dalle oscillazioni del calendario legislativo. Sono questioni strutturali e le imprese che lo capiscono prima saranno più solide, più credibili e probabilmente più competitive.

La sostenibilità non chiede all’economia di fermarsi, le chiede di diventare adulta, di misurare ciò che prima ignorava, di assumersi responsabilità prima esternalizzate e di riconoscere che non esiste crescita duratura senza pre-occuparsi dell’ambiente delle comunità e delle future generazioni.

Il legislatore può rendere più leggero un obbligo, può rinviare una scadenza, alzare una soglia e ridurre una platea ma non può rendere meno reale il problema e non può cancellare il fatto che, ormai, la sostenibilità è entrata nella grammatica costituzionale, industriale e civile del nostro tempo. La vera alternativa, allora, non è tra sostenibilità e competitività. È tra imprese che si preparano al futuro e imprese che sperano di evitarlo.

Riferimenti bibliografici:

Alberto Arcuri, “L’ambiente entra a far parte dei principi fondamentali della Costituzione” , Zanichelli

NeXt Economia, Report Premio Bilanci di Sostenibilità 2025

La legge costituzionale 11 febbraio 2022 n. 1 recante “Modifiche agli articoli 9 e 41 della Costituzione in materia di tutela dell’ambiente” G.U. n. 44 del 22 febbraio 2022.

Direttiva (UE) 2022/2464 DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 14 dicembre 2022 che modifica il regolamento (UE) n. 537/2014, la direttiva 2004/109/CE, la direttiva 2006/43/CE e la direttiva 2013/34/UE per quanto riguarda la rendicontazione societaria di sostenibilità

Direttiva (UE) 2024/1760 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 giugno 2024, relativa al dovere di diligenza delle imprese ai fini della sostenibilità e che modifica la direttiva (UE) 2019/1937 e il regolamento (UE) 2023/2859 (Testo rilevante ai fini del SEE)

Rapporto della Commissione Mondiale per l’Ambiente e lo Sviluppo (Rapporto. Brundtland), (1987), World Commission on Environment and Development

Commissione europea. (2019). Il Green Deal europeo (COM(2019) 640 final). European Commission

Direttiva (UE) 2026/470 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 febbraio 2026, che modifica le direttive 2006/43/CE, 2013/34/UE, (UE) 2022/2464 e (UE) 2024/1760

Osservatorio Bilanci di Sostenibilità “Pacchetto Omnibus I, entra in vigore la Direttiva (UE) 2026/470 e cambia la sostenibilità d’impresa in Europa”

  • Alessia Panella: Centro Studi e Valutazioni di NeXt Nuova Economia per Tutti APS ETS

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